26 dicembre 2009

NEIL YOUNG: DREAMIN' MAN LIVE 92


[Update 25.6.2012]
 01. Dreamin' Man - Portland, OR, 1992-01-24
02. Such A Woman - Detroit, MI, 1992-05-20
03. One of These Days - L.A., CA, 1992-09-21
04. Harvest Moon - L.A., CA, 1992-09-21
05. You And Me - L.A., CA, 1992-09-21
06. From Hank To Hendrix - L.A., CA, 1992-09-22
07. Unknown Legend - L.A., CA, 1992-09-22
08. Old King - L.A., CA, 1992-09-22
09. Natural Beauty - Chicago, IL - 1992-11-19
10. War Of Man - Minneapolis, MN, 1992-11-22


Questo live si presenta come il #12 della Archives Performance Series e il suo contesto è il tour acustico del 1992, anno nel quale Neil Young propose le canzoni del nuovo album Harvest Moon. La prima volta che il pubblico sentì questi dieci nuovi brani fu durante il solo tour, proposti quindi nella classica e spoglia veste chitarra e voce.
Inevitabile che nella serie Archives dovesse arrivare questo live, poiché costituisce un importante momento della carriera di Young. Harvest Moon può essere considerato l'ultimo “classico” del cantautore, i cui pezzi chiave (tra tutti la title track e “From Hank To Hendrix”) vengono regolarmente riproposti in concerto tutt'ora. Cosa che non avviene se si guardano i dischi immediatamente successivi (per quanto “classici” possano già essere considerati Sleeps With Angels o Broken Arrow). Punto forte del disco fu anche il ritorno della formazione degli Stray Gators (quelli di Harvest e Time Fades Away).
La decina di brani che costituisce Harvest Moon fa breccia nell'anima di chi lo ascolta d'un fiato, e i parallelismi (e quindi i confronti) con il passato osannato di Harvest o Comes A Time sono abbastanza inopportuni. Harvest Moon vive di vita propria, vero e proprio album di transizione tra il prima e il dopo (il dopo sarebbe stato Silver & Gold e soprattutto Prairie Wind).
Dreamin' Man propone gli stessi dieci brani (in ordine diverso) così come il pubblico li sentì in tour. Da qui emerge la loro semplice bellezza: tolta l'orchestrazione della band non perdono pressoché nulla. Dico pressoché per il semplice motivo che si è molto legati al sound di Harvest Moon e a queste canzoni con la loro dose di pedal steel, che ne fanno un punto forte dell'album stesso. Ma non credo che l'ascolto di Dreamin' Man richieda uno sforzo particolare per allontanarsi dagli arrangiamenti e avvicinarsi all'old style chitarra e voce, dato che parliamo di Neil Young. È lecito comunque chiedersi: cosa sarebbe stato questo tour insieme agli Stray Gators? (Un assaggio lo si può trarre dalle poche esibizioni di quell'anno... Unplugged, Bridge Benefit).
Il periodo dicembrino certamente favorisce l'ascolto di questi live d'epoca, almeno per il sottoscritto ma credo anche per tutti gli appassionati di Young... c'è qualcosa di invernale (...Winterlong...) nel suo cuore canadese. Anche se trapela meno nei brani di questo Dreamin' Man rispetto a quanto fu per Fillmore East o Canterbury House, apprezzabilissime “calde” uscite dicembrine. I brani di Harvest Moon – visto il titolo – hanno un taglio primaverile e tiepido. Per inciso, non credo sia stupido fare questo genere di osservazioni dato che si parla di un lunatico/stagionale come Young (per mia fortuna condivido molto questa sensibilità).
E con questo si sarebbe potuto chiudere un'ottima recensione del live (senza neanche nominare chi dirà “ennesimo live acustico”). Tuttavia se la musica è magia, l'operazione nel contesto di Archives lascia qualche punto oscuro. Innanzitutto il tour del 1992 fu estremamente ricco e non solo dei vecchi classici, ma di molte perle inedite o raramente eseguite. L'esclusione di questo materiale (in pratica la scelta di non optare per un concerto integrale) è da attribuire ragionevolmente alla scelta di non anticipare nulla del contenuto dei prossimi volumi di Archives (questo live sarà probabilmente contenuto nel Vol.4) oltre che a quella di focalizzarsi unicamente sul materiale nuovo del periodo. Tuttavia, almeno a mio parere, la “selezione” anziché il concerto integrale sminuisce un po' il concetto stesso di Archives Performance Series.
A livello di completezza, poi, c'è da chiedersi il perché dell'esclusione totale di materiale video, dato che il periodo fu enormemente documentato. Basti pensare al bellissimo filmato del Centerstage che meriterebbe una pubblicazione ufficiale. Per chi si chiede invece come mai non vi sia un dvd allegato contenente il missaggio in altissima qualità, la risposta arriva direttamente dallo staff di Young: i concerti furono registrati completamente in digitale, quindi non ci sono master da trasferire a qualità superiore.
E in effetti avverto una certa differenza nel sound di questo live rispetto a quelli del passato già pubblicati, un suono certamente meno pieno, meno avvolgente, più tagliente. 0 a 1 con Massey Hall... ma che ci vuoi fare, “it's evolution baby”.
Chissà se la scelta di saltare qui e là senza un ordine cronologico continuerà nel nuovo anno. Le anticipazioni per il 2010 sono poche... non uscirà Archives Vol.2 (per fortuna, aggiungo io, diamo tempo al tempo e anche tregua al portafoglio), si vocifera di Toast (l'album d'archivio dei Crazy Horse del 2001, che darebbe il via a una nuova Unreleased Album Series, la quale farebbe presagire una decina di album parzialmente inediti) e certamente, senza preavviso, forse a fine anno, arriverà un nuovo volume della Performance Series (la cadenza finora è stata annuale). Aspettiamo anche con ansia una vagonata di bd-live download per i nostri bluray di Archives Vol.1.
Buon anno a tutti, younghiani e non.

Leggi anche:

9 dicembre 2009

KEROUAC: MAGGIE CASSIDY



Questo romanzo tratta della storia d'amore tra Jack Kerouac e Mary Carney (la Maggie Cassidy del titolo) avvenuta a Lowell negli anni del liceo (1938-39).
Jack inizia il romanzo nell'estate 1952 quando alloggia per un po' da William Burroughs a Città del Messico, ma per la fine di luglio Burroughs si trasferisce e Jack ritorna in California da Neal e Carolyn Cassady. Qui lavora instancabilmente al materiale che costituirà Sulla strada, Visioni di Cody e Dottor Sax. Il lavoro su Maggie Cassidy riprende più intensamente una volta tornato a New York dalla madre, a dicembre, fino a febbraio 1953. La leggenda vuole che anche questo libro venga scritto sotto l'influsso della benzedrina.
Amore e disperazione adolescenziale costituiscono un racconto in cui i personaggi si muovono come fantasmi, e i paesaggi restano sempre nella nebbia. In certi momenti la scrittura è poesia pura arrivando al vertice della prosa spontanea dello scrittore, per esempio in uno dei primi capitoli, dove Jack descrive il paesaggio di Lowell della sua infanzia, spesso citato o ripreso altrove.

2 dicembre 2009

KEROUAC: LIBRO DEL RISVEGLIO & SOME OF THE DHARMA

Jack trascorre la fine del 1953 a New York in solitudine, dopo che Ginsberg e Burroughs partono per il centro America. Nel gennaio 1954 si interessa al Buddhismo, di cui Ginsberg gli ha parlato la primavera precedente. Si trasferisce a San Josè nella nuova casa di Neal e Carolyn Cassady e trascorre febbraio nella biblioteca cittadina, immerso nei testi buddhisti. Per la fine del mese ha un centinaio di pagine di appunti battuti a macchina: è il primo corpus di Some Of The Dharma. Rimane da Neal fino a fine marzo ma poi si accentuano le solite tensioni tra di loro, così parte alla volta di San Francisco (dove alloggia in un alberghetto squallido scrivendo San Francisco Blues).
Dopo alcuni pellegrinaggi estivi, a fine anno è di nuovo a New York e di nuovo avvilito. Lì prosegue il lavoro di Some Of The Dharma ampliandolo con un diario dei suoi stati d'animo e con traduzioni di testi buddhisti. Poi, nella primavera 1955 se ne va dalla sorella Nin in North Carolina. Si può dire che Jack è nel pieno del momento buddhista. A questo punto Some Of The Dharma ha già raggiunto diverse centinaia di pagine, ordinate in modo preciso all'interno di un raccoglitore. È qui che Jack sviluppa separatamente una vera e propria biografia del Buddha intitolata Wake Up - Life Of Buddha.

20 novembre 2009

ONE FAST MOVE OR I'M GONE: KEROUAC'S BIG SUR


Il romanzo Big Sur è incentrato sul periodo trascorso da Jack Kerouac in una capanna di proprietà di Lawrence Ferlinghetti vicino alla spiaggia californiana di Big Sur, nell'estate del 1960. A fianco di Sulla strada e qualche altro titolo, Big Sur è tra i suoi romanzi più noti. Nel 40° anniversario della scomparsa, il mondo ha ricordato il grande scrittore in molti modi. Uno di questi è stato la realizzazione di un documentario sul periodo vissuto a Big Sur, la cui colonna sonora è stata composta da due chitarristi che alla vita di Kerouac si sono sempre ispirati. Ben Gibbard e Jay Farrar (leader dei Death Cub For Cutie il primo, dei Son Volt il secondo) hanno concepito l'album One Fast Move Or I'm Gone, titolo anche del documentario. Letteralmente significa “Mi do una mossa o sono finito”: frase nella quale è riassumibile il pensiero di Jack in quei giorni.
Le dodici brevi canzoni del cd (complessivamente 39 minuti di durata) colgono appieno lo spirito naturale e solitario della selvaggiacosta californiana e delle parole scritte da Jack. Hanno un sound estremamente folk (chitarre rigorosamente acustiche e slide, molto vicine a certi sound di Neil Young) e il giusto sapore meditativo. Anche il paio di brani più veloci, che riportano ad atmosfere più “on the road”, hanno risvolti in minore che suggeriscono proprio quei viaggi con il pensiero che Kerouac faceva nell'immobilità di Big Sur, ricordando giorni del passato.

28 settembre 2009

GRAHAM NASH - REFLECTIONS

[Update 29.6.2012]
Non è solo Neil Young a guardarsi indietro in questi anni. I suoi saltuari ma insostituibili compagni David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash stanno facendo altrettanto. Quest’ultimo è da tempo al lavoro sul materiale d’archivio suo personale e del trio. Il recente CSN Demos ne è un esempio, da lui curato insieme a Joel Bernstein (più noto come l'archivista di Young).
Quando acquisti il box Reflections, vedi che in costina, sopra il titolo, c’è una grossa N. Quella N è l’ultima lettera di CSN. Perciò lo metti sullo scaffale in modo che alla sua sinistra ci sia lo spazio per il box set di C e quello di S. Voyage di Crosby è già uscito, mentre quello di Stills è ancora in lista d'attesa.
Detto questo per fornire un contesto a chi non ne fosse a conoscenza, passiamo a Reflections.



Graham Nash è un autore straordinario, assolutamente al pari di Crosby – sebbene questi abbia quell’impatto bluesman d'effetto e che, almeno in certe composizioni o in certi periodi, fa pendere dalla sua parte l’ago della bilancia. E’ una questione direi discografica che entrambi abbiano dimostrato di battere Stills.
Nash è un musicista ma soprattutto un compositore straordinario. La sua N è quella che imprime dolcezza, amore e giustizia. Reflections è un box che emana soddisfazione solo a guardarlo, figuriamoci quando lo si apre. Tre dischi stracolmi e un libretto fotografico di oltre 100 pagine, con la storia personale di Graham e le note per ciascuna canzone. I dischi sono naturalmente un’antologia esaustiva della sua carriera, dai primordi con gli Hollies (ciò che per Nash sono stati gli Springfield di Stills e Neil Young) fino alle ultime composizioni per il duo Crosby & Nash. Si passa anche per molte rarità, brani inediti e versioni alternative. Più che altro sono mix differenti che soddisfano il palato degli intenditori, ma che – anche per via delle davvero sottili differenze con le versioni originali – nulla tolgono al gusto di scoprire la carriera di Nash anche se non si possiedono i suoi album originali. Spiccano tra le rarità alcune canzoni che conosciamo per magnifiche versioni live (per esempio in 4 Way Street di CSN&Y) ma che non erano mai apparse nella versione studio (per esempio “Right Between The Eyes”).
Ma è inutile elogiare una tracklist che si legge da sola nel retro del cofanetto. Il punto è un altro. Questi cantautori in realtà sono stati piuttosto sottostimati poiché la loro fama è legata più che altro alla sigla CSN o, meglio ancora, CSN&Y. Ma quante chances sono state date ai tre presi separatamente, come autori solisti, soprattutto dopo gli anni del boom tra il '69 e il '71? Molto meno del dovuto. Non è facile trovare i loro dischi, né orientarsi nelle discografie fatte di nomi diversi. Difficile cioè farsi un'idea d'insieme, come non lo è invece per uno come Neil Young. Dove per altri un box set del genere sarebbe assolutamente inutile, per C, S e N è stata una scelta fondamentale e molto saggia. Oltre a essere un'occasione per arricchire il materiale con delle rarità e ripresentarlo in versione rimasterizzata.



Spannando tra quattro decadi, Reflections è una goduta dalla prima all'ultima canzone, meravigliosa opera omnia del talento di Nash, l'occasione di ascoltare la sua voce in primo piano, sempre, e comprendere quanto ricca e variegata sia la sua produzione. Ascoltandolo ci si può lavare la bocca dai pregiudizi che potevano avere sul membro "minore" del trio, troppo spesso adombrato da Crosby e Stills, data l'eccellenza con cui il box set rende giustizia alla musica di Nash, al suo songwriting e alla sua ricchezza espressiva. Inevitabilmente tenta di rendarla anche ai momenti meno felici, circa dalla metà degli '80 dove le nuove, artificiose mode musicali portarono CSN a fare dei dischi mediocri. In Reflections anche quei brani trovano la loro giusta collocazione.
Infine, un bellissimo libro illustrato accompagna i tre cd per fornire le informazioni necessarie, spiegarne l'essenza compositiva e dar forma a questi riflessi (reflections). E nel libro si viene a sapere di curiosità che possono sorprendere o apparire ovvie, come se fossero sempre trapelate tacitamente attraverso le note. Per esempio, mi ha sorpreso (ma in realtà non mi ha sorpreso) che Nash fosse un accanito lettore di opere fantascientifiche e visionarie (Ray Bradbury, George Orwell, William Burroughs) nonché della letteratura beat (Allen Ginsberg).
E allora comprendo appieno la persona dietro alla musica. Reflections è l'occasione propizia per conoscerla.

Leggi anche:
Reflections: la storia - pt.1, pt.2, pt.3
Graham Nash: Songs for Beginners
David Crosby: Voyage
Tutti i post su Crosby Stills Nash & Young

11 settembre 2009

TULLIO DOBNER O DELLA TRADUZIONE (PT.2)

Fonte: Anobii

2. Dobner su Stephen King e sul nuovo libro Under The Dome (con esempio delle difficoltà di traduzione)

Su King ripeto quanto già dichiarato più volte: non ho avuto il piacere di conoscerlo e non l'avrò; non sono riuscito a contattarlo e non ci riuscirò; gli chiederei di assistermi come qualche altro Autore fa con i suoi traduttori.
[…]
Ho cominciato a tradurlo per caso, perché così va il mondo. Volevano che fosse un traduttore maschio a tradurlo e mi sa che c'ero solo io. Poi mi contattò Sonzogno: dopo It volevano che traducessi King anche per loro.
[…]
Poi ci sono stati tanti Autori, grandi e piccoli, troppi, non saprei da dove cominciare. Ogni tanto c'è una piccola chicca inaspettata, ma nel complesso, come ho detto, la scrittura di King è superiore alla media di tutti gli altri.
[…]
Traduco quasi sempre da un dattilo - nel caso di King - e non sempre una bozza definitiva arriva in tempo, come è accaduto per Al Crepuscolo. E' rischioso, ma è il mercato e ne sono vittima io come tutti voi.
[…]
King […] ebbene sì, mi piace, mi stimola, lo maledico e benedico e alla fine mi riconcilia sempre con questo mestiere ingrato. Menomale che c'è lui.

8 settembre 2009

TULLIO DOBNER O DELLA TRADUZIONE (PT.1)

Soltanto in questi giorni mi sono reso conto che su un blog letterario c’è una discussione – tenuta in questi mesi – tra i lettori di Stephen King e il traduttore italiano delle sue opere, Tullio Dobner. Ebbene ciò che dice Dobner è interessante su tutti i fronti e talvolta grandioso. Riporto qui estratti dei suoi interventi ordinati in base ai temi delle discussioni (cioè riordinati dal caos delle domande-risposte).
Fonte: Anobii

Parte 1 - Dobner sul lavoro e la filosofia del tradurre.

Breve storia del libro:
Se le fasi di lavorazione sono pressoché quelle di sempre, sono purtroppo cambiati i tempi.
Da una decina d'anni in qua gli anticipi pretesi dall'Editore originale per l'edizione tradotta si sono ingigantiti e vengono pretesi pronto cassa. Non so nemmeno immaginare in che ordine sia l'anticipo su un libro di King. Case Editrici relativamente piccole ricorrono al credito per poter pagare. Ne consegue che poi tentano di pubblicare in Italia il più velocemente possibile per poter rientrare dall'esposizione finanziaria in tempi brevi.

3 settembre 2009

NOTE DI LETTURA


Dall’età di 14 anni leggere è molto importante per me – lo è stato in verità anche prima (PK, I Piccoli Brividi), ma a 14 anni colloco il passaggio alle letture mature. Per tre-quattro anni lessi poco altro che letteratura fantastica e nera: Stephen King e Lovecraft. Verso i 18 anni mi spostai su molti altri generi e autori – suppergiù lo stesso momento ni cui cominciai anche a scrivere in modo serio, ovvero con consapevolezza e costanza. Cominciai a divorare tutto quello che mi stimolava, ma al contempo immagino di essere molto selettivo perché seleziono attraverso la mia sensibilità. A un certo punto capii che la letteratura era qualcosa che permetteva di uscire dal tempo, in assoluto il mezzo con cui comunicare nel modo più intimo e universale allo stesso tempo. Se ci pensate i libri sono dovunque ma non assillano mai: l’esatto opposto di tutti gli altri mezzi (immagini, musica, che talvolta si è costretti a ricevere passivamente: con la letteratura questo non può accadere). In una libreria, prendo mentalmente nota di nomi e titoli: sono il classico bambino nel negozio di caramelle. C’è un motivo se i libri sono una parte fondamentale della vita di tanti, in grado di salvare una persona e migliorarne la vita. Probabilmente ha a che fare con il desiderio – o il bisogno – di condividere la propria sensibilità e di confortarla con quella di altri, gli autori, che sia simile o del tutto differente. Ragioni più distaccate, come quella di conoscere il pensiero dell’umanità attraverso le epoche, sono sì importanti, ma subordinate al fattore intimo che è poi quello che ci spinge ad aprire un libro, a prenderlo con sé quando si viaggia o di proseguire la lettura prima di dormire. Terminato un libro, almeno se è stato soddisfacente come ci si aspettava, ci si sente rigenerati.
3 settembre 2009
Questo blog l'ho dedicato all'esplorazione degli scrittori (e in parte anche dei musicisti) che più mi hanno segnato e sui quali ho qualcosa da dire e da condividere. Ovviamente, ce ne sono molti altri che per motivi di tempo - sempre il dannato tempo che non è mai abbastanza - non fanno ancora parte di queste pagine. Dopo 5 anni sono felice di essere ancora qui a riempire questo "contenitore", aggiornarlo e rinfrescarlo, man mano che anche le mie idee si fanno più chiare e precise. Grazie a tutti coloro che mi leggono.
5 ottobre 2014


18 agosto 2009

KEROUAC: LETTERE DALLA BEAT GENERATION



Uscito tra i tanti Oscar Mondadori intorno al 2000 (per il trentennale dalla morte dello scrittore), questo libricino di sole 123 pagine costituisce un piccolo tesoro per chi vuole approfondire la figura di Jack Kerouac andando al di là dei suoi romanzi, sbirciando nella sua vita personale e nelle relazioni con gli amici scrittori della Beat Generation. Le lettere vanno essenzialmente dal 1947 al 1956 (più un paio del 1941 e 42) e sono indirizzate ai familiari – la sorella Caroline, la madre Gabrielle – e agli amici – William Burroughs, Allen Ginsberg, Neal Cassady, Hal Chase, Sebastian Sampas, John Clellon Holmes, Philip Whalen, Gary Snyder.
Jack affronta gli argomenti più disparati e passa da lettere brevi e telegrafiche a lettere lunghe e narrative (indirizzate a Neal) su viaggi e città, talvolta inglobate nei libri successivi. Una scrittura che dimostra di evolvere e crescere anche nella corrispondenza personale. Proprio tra le prime lettere, quelle di un Kerouac ancora ragazzo, emerge un’ambizione smisurata – amorevolmente legata alla letteratura classica di Wolfe – che risulta persino divertente: “Se non tornerò, evidentemente non ero destinato a diventare un grande scrittore. Ecco perché credo che tornerò.” (1941). E pensare che il Kerouac scrittore famoso, portatore del Rinascimento Letterario Americano, sarebbe poi stato intimidito e disgustato dalla posizione raggiunta.

7 agosto 2009

NEIL YOUNG ARCHIVES: LIVE AT FILLMORE EAST, MASSEY HALL & CANTERBURY HOUSE


LIVE AT FILLMORE EAST 1970
(2006)


Con questo storico concerto si apre la serie di live shows che vedranno la luce nel progetto Archivi di Neil Young, che ripercorrerà la sua carriera aggiungendo un bel po' di materiale alla sua già sostanziosa discografia.
Questa prima (ma non cronologicamente parlando) pietra miliare registrata nel marzo 1970 in due date al Fillmore East, ci presenta l’originaria line-up dei Crazy Horse, vale a dire con Danny Whitten alla chitarra ritmica, quel Danny Whitten che morirà pochi anni dopo a causa dell’eroina e che getterà Young in un periodo buio ma estremamente creativo. La potenza sonora di questo concerto è disarmante, l’età dei master sembra ancor più valorizzare la (non ancora nata) ruggine che i Crazy Horse portano sul palco. La scaletta è breve per la scarsità del materiale recuperato, ma quelle sei solinghe canzoni valgono come diamanti.
Innanzitutto le due cavalcate di “Down By The River” e “Cowgirl In The Sand” (12 e 15 minuti rispettivamente, ovvero metà dell'album). Grazie al virtuoso duettare Young-Whitten, giovanissimi rampanti cavalli pazzi sul palco, e al contributo di Jack Nitzsche al pianoforte, queste versioni splendono più delle precedenti in studio (Everybody Knows This Is Nowhere, 1969).
Altre due gemme sono “Winterlong” e “Wonderin’”. La prima è presente sull’antologia Decade in versione elegante, da studio, ma al Fillmore è molto più passionaria ed emozionante. Così anche per “Wonderin'”, presente in una versione brillantinata assai poco dignitosa su Everybody’s Rockin’, e qui godibile alla sua nascita da rock & roll semplice e grezzo. Young la presenta come una nuova canzone del loro nuovo album, “quando lo registreremo”; Oh Lonesome Me, si sarebbe intitolato (forse).
Infine ci sono “Everybody’s Knows This Is Nowhere” e “Come On Baby Let’s Go Downtown”, quest'ultima apparsa in Tonight’s The Night, nella stessa versione del Fillmore (editata però).
Morale: questo cd è la testimonianza della nascita di un mito. I Crazy Horse avranno molti altri periodi d’oro (Zuma, Rust Never Sleeps...), con Frank Sampedro al posto di Whitten. Ma qui siamo alle origini, agli albori, alla ruggine che andava formandosi nelle vene di Young & compari scorrendo all’impazzata e trasferendosi ai giganteschi Fender alle loro spalle: “start rockin' in a free world”. Se amate Young sapete bene cosa intendo. Se lo conoscete poco, questo potrebbe essere il disco migliore per conoscerne il lato selvaggiamente elettrico.

LIVE AT MASSEY HALL 1971
(2007)


Vorrei chiarire subito una cosa: non prendete gli elogi delle recensioni in giro sul web per nostalgie hippie di recensori un po' su con l'età. Io di anni ne ho meno di 30, della Musica (quella con la M maiscola, notate bene) non ho vissuto proprio un cazzo e mi ritrovo ad accendere la radio e sentire cose che me la fanno spegnere tre secondi dopo.
Questo non è un disco che ascolterete alla radio. Nemmeno Harvest, che ha consacrato Neil Young, e che oggi va di moda dire che è fuori moda. Eppure è ascoltando dischi come questo Live at Massey Hall che è impossibile non emozionarsi, non farsi trasportare dal pubblico trionfante di un'epoca d'oro.
Le parole non servono a molto. Basta ascoltare queste canzoni concepite in quanto espressione dell'uomo e atto creativo. Ascoltare un'idea di Musica che ora è senza fissa dimora. Neil Young, come molti compari, aveva qualcosa da dire. O da urlare, pur con la dolcezza di una chitarra acustica.
In questo concerto Neil snocciola brani da After The Gold Rush e Harvest (che doveva ancora essere registrato e pubblicato). Sono le gemme che lo hanno consacrato nell'olimpo musicale, e scusate la frase fatta, ma questo è proprio il caso in cui va usata. È l'equivalente del periodo di massimo splendore dell'Impero Romano: per Neil questo era prima di Time Fades Away e Tonight's The Night, e tutto il lunatismo successivo. È il Neil dei greatest hits, sono le canzoni di Neil che hanno venduto decine di milioni di copie.
Ci sono le cose del momento (“Tell Me Why”, “Old Man”, “The Needle And The Damage Done”, “Don't Let It Bring You Down”), le cose del recente passato (“On The Way Home”, “Helpless”, “Ohio”, “Cowgirl In The Sand”) e quelle del prossimo futuro (“See The Sky About To Rain”, “Love In Mind”).
Young e il suo genere possono piacere di più o di meno, e sul gusto personale non si può discutere. Però quando arrivano dischi come questo, per quanto mi riguarda vale la pena cercare di scuotere un po' della mia generazione-zombie urlando: ecco cosa ci siamo persi.
Questo live è un pezzo di storia, come il precedente Live at Fillmore East e come tutti i futuri live della serie Archivi. Tutti insieme saranno La Storia. Con questo disco sembra che Young 25enne sia ancora là, al Massey, proprio venerdì scorso, il tutto esaurito, da brividi, a suonare per un pubblico che sapeva ascoltare.
Allora io non ho intenzione di perdermelo un'altra volta. Accoglierò in questo modo tutti i cd, fossero anche trenta, della ciclopica audiobiografia Archivi. E' come avere una seconda opportunità per poter seguire Young dall'inizio della sua carriera.

SUGAR MOUNTAIN - LIVE AT CANTERBURY HOUSE 1968
(2008)


“Ci avete davvero sconcertati perché ci aspettavamo solo... ehm... molta meno gente...”
Inizia così l’esibizione alla Canterbury House (Michigan) pubblicata nella Performance Series come disco n°00. Ad esibirsi è un Neil Young piuttosto nervoso e sorpreso di trovarsi di fronte alla sala piena. Le due serate del 9 e del 10 novembre 1968 fecero inaspettatamente il tutto esaurito.
Se il Live at Massey Hall 1971 ci ha trasportato nel momento d’oro del cantautore attraverso una delle più spettacolari e acclamate esecuzioni della sua carriera, qui Neil Young non è ancora nessuno. O meglio, è stato “solo” un membro dei Buffalo Springfield, che pochi mesi prima hanno rotto. Young ha deciso di prendere la chitarra acustica e improvvisare un tour di 22 serate tra il 1968 e il 1969.
Così sul palco sfodera buona parte del suo ancora stretto repertorio: le canzoni dei Buffalo e quelle che sta scrivendo negli ultimi tempi destinate al suo primo album solista (Neil Young, 1968). Tra una canzone e l’altra parla, parla moltissimo tradendo il suo nervosismo, spara cazzate a tutto spiano suscitando le risa del pubblico (racconta ad esempio di quando ha lavorato per due settimane in una libreria). Chiede se qualcuno vuole suonare qualcosa perché lui non sa cos’altro fare. Ogni tanto strimpella due accordi di “nuove melodie” e, a un certo punto, riconosciamo l’ancora acerbo riff iniziale di “Winterlong”. In sottofondo, il sottile frusciare della bobina che gira accompagna tutto il disco regalando un sapore retrò autentico.
Sapere tutto questo è indispensabile per capire che ci si trova di fronte a un album che va al di là di qualunque recensione. Questa è una registrazione storica, nel senso che ha un valore storico: documenta uno dei momenti cruciali della carriera di un artista, offrendocelo per com’era allora, diverso da ciò che è stato dopo, diverso da ciò che era pochi mesi prima. Fa parte del progetto Archives, destinati agli ammiratori e ai fan incalliti piuttosto che al pubblico occasionale. Chi è interessato se lo andrà a comprare, e non c’è nulla da dibattere. Quindi i commenti che si leggono in giro sul web, tipo “l’ennesimo live acustico”, riflettono solo l’ignoranza di chi li ha scritti: non tenetene conto.

Leggi anche:

12 luglio 2009

NEIL YOUNG ARCHIVES: LIVE AT RIVERBOAT


[Update 25.6.2012]
Il 1969 per Neil Young si apriva con le prime sedute d’incisione con i Crazy Horse (si erano appena conosciuti e reciprocamente infatuati), mentre l’anno precedente aveva lavorato a lungo in studio per l’esordio solista (tutt’altro genere di sound). Nel frattempo, tra il ’68 e il ’69 aveva girato per piccoli club proponendo un repertorio in continua crescita; per la prima volta era il Neil Young “nudo”, nient’altro che chitarra e voce, melodie e liriche. Lunghi show in cui i brani erano inframmezzati da dialoghi col pubblico, aneddoti sui brani e racconti di vita personale. Un assaggio dei primissimi eventi ce lo forniva già Sugar Mountain – Live At Canterbury House 1968, uscito lo scorso dicembre. All’interno di Archives troviamo ora Live At Riverboat, datato febbraio 1969 (tre mesi dopo).
Sembrano due show estremamente vicini, e certamente molto simili come impostazione. Ma la creatività di Young in quei mesi produceva costantemente nuovo materiale, tra canzoni fatte e finite o abbozzi elaborati in seguito. Le serate al Riverboat furono sei, durante le quali Young suonò canzoni appena incise e ancora ignote al suo pubblico, insieme a quelle del suo primo album e a quelle già celebri dei Buffalo Springfield.

27 giugno 2009

NEIL YOUNG ARCHIVES: LO SCRIGNO SI APRE - IL SUONO A 24/192

[Update 22.2.2015]
“Non possiamo pubblicarlo tutto insieme, ma sarà come un archivio. Ci saranno un sacco di dettagli e di cose che usualmente non si trovano nei box set. Non sono poi tanto preoccupato del come o del quando possa venir pubblicato, perché tanto è tutto in ordine. Voglio farlo io e ho moltissimo tempo per fare queste cose”[1].
Così diceva Neil Young in un'intervista solo qualche giorno prima di entrare in studio a registrare Havest Moon, anno 1991. E non saprei da quanto tempo lui e il suo archivista Bernstein stavano già lavorando – in teoria o in pratica – al recupero e al riordinamento del materiale per la retrospettiva chiamata Archivi.
Puntualmente, da quel momento ogni volta che Young pubblicava un nuovo album, i recensori più informati nominavano il “progetto Archivi” e chiedevano a che punto fosse. Una decina d'anni è trascorsa fulminea ed è stato dopo il 2000 – azzarderei nel periodo in cui uscì Road Rock vol.1 – che gli Archivi sono diventati un rumour martellante. Man mano che Young rilasciava dichiarazioni sul loro avvicinarsi, ad ogni album nuovo (pressoché ogni anno) la domanda era: “e gli Archivi?” La risposta era: “il prossimo anno”. Poi alla fine del 2006 è uscita la prima Performance Series ed è stato annunciato ufficialmente il completamento del primo box Archives. E si è arrivati al 2009.
  

8 maggio 2009

NEIL YOUNG: FORK IN THE ROAD


[Update 25.5.2012]
 

Where did all the money go?” Dove sono andati tutti i soldi? Che non si riferisce a quelli che spendiamo per comprare i suoi album oppure gli imminenti Archives. È una delle domande attorno alle quali ruota il significato di questo d
isco e di una decade di musica.
Non è sbagliato parlare del Neil Young del XXI secolo come di una figura che si distacca dal Neil Young storicamente e musicalmente famoso. Non perché sia cambiato, anzi, l'attuale Neil è la dimostrazione dell'integrità umana fatta e compiuta: un treno in corsa era, e un treno in corsa resterà finché campa.
Si può parlare del Neil Young del XXI secolo (o del III millennio) se si dà un'occhiata alla discografia di quest'ultima decade. Neil ha sempre lanciato messaggi sociali e politici nella sua musica. Da quell'Are You Passionate? del 2001 tuttavia la direzione presa da questo cantautore è stata proprio quella di un blindato che si butta nel traffico: così la sua produzione e la sua immagine si è gettata nel sovraffollamento discografico e nel caos sociale di una nuova era americana (e mondiale).
Fork In The Road chiude una decade ma soprattutto una trilogia che spicca se ci si sofferma sugli album di Young ascoltati in questi anni. Una trilogia che inizia con Greendale nel 2003, continua con Living With War nel 2006 e finisce appunto con Fork In The Road nel 2009.
Il comune denominatore di questi dischi è la spaccatura che hanno provocato nell'opinione di critica e pubblico. Era più facile accettare dischi semplici come Silver & Gold o come il più recente Chrome Dreams II, anche se aggiungevano poco o niente alla carriera del loro autore.
Invece Greendale spiazzò tutti per la sua natura di concept-album (mai così esplicita prima d'allora, per quanto vari altri album del passato possano essere intesi come concept, da Tonight's The Night a Sleeps With Angels). Dieci tracce che raccontavano storie di persone e si rivolgevano alle problematiche sociali, mediatiche e ambientaliste. L'ispirazione che Greendale trasuda, narrativa e blueseggiante, è unica nella carriera del suo autore. Young ha creduto moltissimo in questo progetto tanto da farne un film, che mette in scena le situazioni e i dialoghi delle canzoni, un libro illustrato, un grande tour coi Crazy Horse, e di recente un musical teatrale e un fumetto (di cui Young non si è occupato direttamente).
Living With War fu, al pari di Greendale, registrato di pari passo con la composizione dei pezzi. Ma in questo caso fu un istant-album per scuotere un Paese dal suo governo. Il disco è costituito da canzoni semplici e orecchiabili con testi che attaccano l'operato di Bush, senza perdere tempo in metafore varie ma andando direttamente al sodo. Lo scalpore che il disco provocò fu grande, e ancor di più il tour che Young intraprese insieme ai compagni d'un tempo, Crosby Stills & Nash, ai quali arrivarono persino minacce di morte. Prima delle ultime elezioni è uscito il film del tour, Dejà Vu, come ultima mossa per sensibilizzare le coscienze.
Quando Obama ha vinto, che altro poteva fare Neil? Qualcosa sui cui elucubrava già da tempo. Finanziare i prototipi di motori a energia alternativa: ovvero come vincere la dipendenza dal petrolio. Il progetto LincVolt porta infatti la firma di Neil e dei suoi ingegneri.
Negli ultimi due anni Young ha anche intrapreso un tour globale quasi non-stop. Le canzoni di Fork In The Road sono state scritte nell'ultimo anno in mezzo a tutto questo daffare, e registrate poi con la stessa line-up del tour. Sono ispirate al progetto LincVolt e al viaggio che Young ha fatto in auto attraverso l'America per testare un nuovo motore (da cui il film Get Around, distribuito solo in streaming per un tempo limitato). Neil ci dice come la pensa sull'argomento, ancora una volta, e ci pone le domande che tutti dovrebbero porsi, lanciando frecciate su cosa dovrebbe fare ora il Paese di Obama. Il tutto mentre ci trascina insieme a lui in grezzi rhythm & blues, marchiati a fuoco col sound della sua Old Black.
Il disco, il flop più vistoso del decennio, è in realtà meno pacchiano di Living With War appoggiandosi su fraseggi blues e rock 'n roll dall'aria on the road, sempre freschi, qua e là sperimentando con originalità. Paradossale che il pezzo più insolito del disco, “Cough up the Bucks”, sia stato definito “rappato” e quindi indegno (un po' come “The Way” in Chrome Dreams II). Si tratta invece di qualcosa di piacevolmente diverso. Anche “When Worlds Collide”, piccola gemma che brilla in apertura, è tutt'altro che “già sentita”, con un ritornello che è necessario riascoltare per abituarsi alla sua stranezza dissonante. In definitiva il disco (meno di 40 minuti) fila via liscio canzone dopo canzone e riparte daccapo se il viaggio non è ancora terminato.
Il Neil Young del XXI secolo se ne frega di un'originalità musicale che ha già dato, per di più plasmando un sound e contribuendo in larga misura a più di una generazione (ricordiamoci dei figlioli del grunge). È naturale che non si può avere tra le mani sempre nuovi capolavori: i meriti artistici Young li ha avuti quando nessuno si aspettava lui. Ora sono 40 anni che lo conosciamo.
E lo dico consapevolmente perché, prima che uscisse l'album, dopo la preview del brano “Fork in the Road” lo avevo bollato come un inutile perdita di tempo prima degli Archivi. Pensavo che dopo Living With War non avrebbe potuto che esserci del peggio. È riuscito a farmi ricredere totalmente.
L'excursus nei suoi ultimi lavori e la presa di coscienza di questa “trilogia” non dichiarata dovrebbero aprire gli occhi su una musica in costante evoluzione, ma soprattutto sulla persona che ne è l'artefice. Ora che la decade è finita, le cose possono essere viste dall'alto e le forme che si creano, forse, sono sorprendenti. Lasciamo passare del tempo, anni, forse decadi e questa triade di album verrà riconsiderata, ci metto la mano sul fuoco, così ora come si guarda in modo diverso e più consapevole la sperimentazione dei primi anni '80 (dischi come Reactor o Trans).
È davvero utile discutere della validità di un prodotto musicale quando si sa che deriva da un certo modo di fare musica? Che deriva da un uomo che, con tale prodotto, dimostra ancora una volta un'integrità artistica e umana? Direi di no.
A Neil Young posso criticare soltanto una carenza di cura della resa sonora, che ha penalizzato i suoi ultimi lavori, soprattutto certi bei pezzi di Chrome Dreams II e tutto quanto il primo Living With War (poi uscito in un'altra edizione con missaggio differente, ma con altre mancanze quali i cori). Fork in the Road non ha neanche questo difetto, in quanto il sound è secco e semplice, scarno se vogliamo, con tastiere lontane e non sempre a tempo, ma alla fine si crea un muro sonoro di impatto senza spazi vuoti. E, al contrario, è bellissima la morbidezza delle due lente a fine disco, “Off the Road” in particolare. Se non è un marchio tipico younghiano questo...

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23 aprile 2009

EDIE KEROUAC PARKER: LA MIA VITA CON JACK




La vita di Edie Parker insieme a Jack Kerouac è breve: si sposano nel 1944 dopo un paio d'anni di convivenza a New York. Già alla fine del 1945 il matrimonio va in crisi e nel settembre 1946 Edie firma l'annullamento. Le memorie di Edie raccontano quegli anni: da quando conosce Jack, poco dopo che da Lowell si trasferisce a New York per andare all'università nel 1940 (ne parla alla fine di Maggie Cassidy), fino agli anni successivi al matrimonio, raccontati negli ultimi due capitoli. Il cuore del libro è ciò che avviene prima del matrimonio, quando Jack trascorre alcune settimane in prigione in quanto coinvolto nell'omicidio di Dave Kammerer per mano di Lucien Carr, un amico comune. Kerouac e Burroughs scrivono di quell'episodio in E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche, pubblicato postumo recentemente. Il matrimonio stesso avviene in tribunale – piuttosto sconfortante – e permette a Jack di uscire di galera.

12 marzo 2009

KEROUAC: LIBRO DEGLI SCHIZZI


Ininterrotti schizzi verbali
delle immagini subcoscienti
di sezioni dei
ricordi della vita di un
genio imbecille che riposa
nel manicomio della sua
mente [...]

Libro degli schizzi è un'antologia di appunti scritti prevalentemente tra l'agosto 1952 e il dicembre 1954 in cinque taccuini, durante i molteplici spostamenti tra il North Carolina (casa della sorella), New York (madre) e la California (famiglia Cassady). Alla fine del 1957, dopo aver comprato casa a Long Island (New York) insieme alla madre, Jack ribatte a macchina diversi testi precedenti (entra in un periodo scarsità produttiva a seguito della notorietà raggiunta con Sulla strada). Tra di essi vi sono i taccuini che danno forma al Libro degli schizzi, a cui aggiunge alcune composizioni di quell'anno.
Interessante leggere questi schizzi, detti anche “tic”, in cui Jack butta giù senza freni né esitazioni le sensazioni che prova e le cose che vede. Ci sono alcune annotazioni interessanti su se stesso e la propria produzione letteraria, ma in generale parla di tutto: dalla ferrovia (quando lavora come frenatore in California insieme a Neal Cassady), al fratello defunto Gerard, alla monotonia della vita campagnola in North Carolina. Questi schizzi non aggiungono forse nulla all'importanza letteraria di Kerouac, già dovuta alle sue opere maggiori, tuttavia insieme ai diari valgono la pena di essere letti perché ci permettono di entrare a contatto con la dimensione più quotidiana dello scrittore. E comunque non mancano momenti di pura poesia, degni di essere affiancati ai suoi migliori e più celebri.

[...] O Uomo, Pover'Uomo– Le seti generate in noi dalla
Macchina sono insaziabili

Devi applicare
una sovrastruttura d'amore
alla tua vita oppure sarai
solo uno scheletro nella
tomba dei tuoi
giorni mortali, nudo &
fremente contro il primo
nervo del tuo essere,
spogliato nelle
Stanze della
Volontà, Serietà d'Intenti,
– Dio è una sopraggiunta
alla costituzione dell'Uomo,
come carne & occhi –
Perciò dipana il
dramma della tua anima davanti
ai tuoi occhi, sii forte &
coscienzioso, non essere nudo e impaurito


Leggi tutta la retrospettiva: Kerouac, il romanzo di una vita

5 marzo 2009

VISIONI DI JACK (parte 1)

«Intendo parlare di queste cose con la gente – ma credo che la cosa principale resterà pur sempre questo monologo interiore che dura tutta la vita incominciato nella mente mia.»
Jack Kerouac


Non ho conosciuto Jack Kerouac con Sulla strada. Milioni di persone si limitano a leggere Sulla strada perché è il cult, convinti che basti questo per conoscere Kerouac o pensando persino che gli altri suoi libri siano pallide imitazioni. Io sono partito da Big Sur, molti anni fa, quando andavo alle superiori (preso in prestito dalla biblioteca scolastica). È stato difficile, forse impossibile in quel momento, capirlo fino in fondo. Ricordo anche la fatica nell'abituarmi alla prosa spontanea, questa forma personalissima e inaspettata di prosa, con cui il romanzo è scritto. Tempo dopo lessi Sulla strada e poi subito I sotterranei, e a quel punto ero già rapito. Avevo anche già capito che, sotto, Kerouac era molto più di quanto non trapelasse dal frenetico e alcolico vagabondare che racconta in Sulla strada. Non era tanto il tema affrontato ad attirarmi (esistono romanzi molto più avvincenti), quanto la religiosità presente in questi libri e nella prosa partorita dal loro autore. Una strada, una bottiglia, un'auto, l'amore, un passante, un vagabondo, un albero, una spiaggia, una notte stellata... Ogni elemento è visto attraverso una lente di sacralità e questa sacralità risiede nella vita stessa.
È, appunto, Beat-itudine.

1 marzo 2009

KEROUAC, HOLMES E L'ETICHETTA BEAT



La prima apparizione del termine Beat è in La città e la metropoli di Kerouac.
Il 16 novembre 1952 appare sul Times il pezzo This Is The Beat Generation firmato da John Clellon Holmes. Durante la loro corrispondenza, anni prima (intorno al 1948), Jack Kerouac introduce a Holmes per la prima volta la definizione di Beat. Holmes attribuirà sempre la definizione a Kerouac, sebbene durante la vita i due mantengano un difficile rapporto.

CHI SONO _ COS'E' BEATBLOG

Matt B (in rete anche Painter).
Classe 1985.Mi occupo da diversi anni per passione di scrittura, musica, cinema, fotografia.
BeatBlog2 è un contenitore dove posso far convergere i tanti aspetti della mia ricerca personale. Esploro gli artisti, le forme d'arte e le tematiche che contribuiscono a formare la mia mente.
E' inoltre il veicolo di alcune produzioni personali, musicali, letterarie e fotografiche.
Il mio credo è volto a un tutt'uno visuale-sonoro-psichico. La parola chiave di questo concetto è "estensione".

Scrittura (pubblicazioni): 

Premi e segnalazioni:




  • Premio Kipple 2013, 1° classificato per il miglior romanzo fantastico (L'Era della Dissonanza)
  • Premio Mario dell'Arco 2016, finalista (raccolta di racconti inedita)

Web: BeatBlog2 (blog personale), Rockinfreeworld - Neil Young & CSN italian fansite (collaboratore), Neil Young Tradotto (co-autore delle traduzioni).

Fotografia: album Ballardian Photos (ispirato alle visioni di James G. Ballard), album generico su Google Photos.

Musica: Made of Music (progetto a collaborazione occasionale), Acantilados Music Project (occasionale), Painters - Neil Young tribute band (estinto, 2006-2011).

Un grazie a tutti coloro che si fermano a leggere, guardare o ascoltare.

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Essenzialmente musica e letteratura.
Online dal 2009 per servirvi.


Vecchia presentazione [quanto è divertente, col senno di poi!]

Il mio nome è Matt - scriverò qualcosa di più preciso su di me in futuro.
Apro questa pagina per fare la mia parte nel cazzuto mondo informatico. Io scrivo - e scrivevo già prima di quando Internet è entrato nelle nostre case con questi blog e myspace e facebook. Ho deciso di abbracciare questi nuovi mezzi di comunicazione per cercare di far arrivare a più persone possibile il mio pensiero perchè so che qualcuno lo trova interessante e lo condivide - il mondo è piccolo con o senza Internet. Sono le 01.17 del 22 febbraio 2009 e questa è l'inaugurazione. Benvenuti, i salatini sono sui tavoli e se non vi sbrigate finiranno molto presto.
Prima domanda - cosa scriverò d'ora in avanti. Le mie letture negli ultimi 2 anni si concentrano molto su quelli che sono stati i capisaldi prima della Lost e poi della Beat generation - nomi: Hemingway, Kerouac, Burroughs - oltre ai vecchi amori romanzeschi come lo zio Steve King. Leggendo le loro bibliografie la mia mente recepisce ed elabora - ho anche la tendenza di organizzare fonti di sapere su certi chiodi fissi che mi perseguitano dolcemente, perciò cercherò di offrire anche una guida a coloro che vogliono leggere come me questi grandi scrittori, riportando qui le informazioni bibliografiche districate da fonti diverse e spesso contorte. Oltre a questo - scrivo di mio pugno da almeno 8 anni in modo coscienzioso, una pubblicazione ufficiale su web e 2 libri stampati indipendentemente e alla faccia dell'editoria ciucciasoldi.
Seconda lecita domanda - quando scriverò. Ho ragione di pensare che il mio tempo andrà diminuendo radicalmente di qui ad alcuni mesi. Non sono un webdipendente e anche se - quando sono in casa - ho il pc acceso quasi costantemente il mio tempo viene dedicato all'espressione personale - scrittura o registrazioni musicali - piuttosto che chat e facebook e perditempo di sorta. Scriverò qui in modo costante ma raramente. Mi faciliterà il compito riportare tutto quello che ho già scritto.
I salatini sono finiti, lo spritz anche, sono le 01.31 e tutti sono abbastanza brilli per cominciare.