27 giugno 2009

NEIL YOUNG ARCHIVES: LO SCRIGNO SI APRE - IL SUONO A 24/192

[Update 22.2.2015]
“Non possiamo pubblicarlo tutto insieme, ma sarà come un archivio. Ci saranno un sacco di dettagli e di cose che usualmente non si trovano nei box set. Non sono poi tanto preoccupato del come o del quando possa venir pubblicato, perché tanto è tutto in ordine. Voglio farlo io e ho moltissimo tempo per fare queste cose”[1].
Così diceva Neil Young in un'intervista solo qualche giorno prima di entrare in studio a registrare Havest Moon, anno 1991. E non saprei da quanto tempo lui e il suo archivista Bernstein stavano già lavorando – in teoria o in pratica – al recupero e al riordinamento del materiale per la retrospettiva chiamata Archivi.
Puntualmente, da quel momento ogni volta che Young pubblicava un nuovo album, i recensori più informati nominavano il “progetto Archivi” e chiedevano a che punto fosse. Una decina d'anni è trascorsa fulminea ed è stato dopo il 2000 – azzarderei nel periodo in cui uscì Road Rock vol.1 – che gli Archivi sono diventati un rumour martellante. Man mano che Young rilasciava dichiarazioni sul loro avvicinarsi, ad ogni album nuovo (pressoché ogni anno) la domanda era: “e gli Archivi?” La risposta era: “il prossimo anno”. Poi alla fine del 2006 è uscita la prima Performance Series ed è stato annunciato ufficialmente il completamento del primo box Archives. E si è arrivati al 2009.
  
Vent'anni di preparazione, di cui è facile dedurre che i primi dieci siano stati dedicati all'organizzazione del materiale e gli altri dieci – e in particolare gli ultimi 4 o 5 – ad attendere lo sviluppo di una tecnologia in grado di concretizzare ciò che Neil voleva. Ovvero qualcosa di totalmente diverso da una collezione di dischi o brani inediti, qualcosa che nella storia della musica – e anche dell'home video – non si era mai vista prima. Tipico di Neil.
I dvd della Performance Series hanno sperimentato la grafica e il metodo di navigazione che si voleva perfezionare per gli Archivi. Poco dopo il formato dvd è stato surclassato dal blueray, il cui pregio non si risolve soltanto nello spazio maggiore di dati, quindi di risoluzione audio e video, ma soprattutto nella possibilità di una navigazione su vari livelli e nel download integrato di contenuti extra.
Questa tecnologia ha fornito la spinta definitiva per la pubblicazione del volume 1 e certamente sarà perfezionata prima dell'uscita dei successivi volumi. Poi è stata soltanto questione di attendere l'ennesima pausa tra un disco nuovo e l'altro.



Lo scrigno si apre i primi di giugno 2009, dopo che i formati e i contenuti sono stati resi noti da alcuni mesi, e immediatamente si è sollevata la risposta dei fan. Negli ultimi anni il canadese, ha diviso l'opinione del pubblico (be', è così dal 1973, in realtà) e ha fatto storcere il naso anche ai fan più fedeli. Chiunque avrebbe scommesso che Archives sarebbe stata la manna dal cielo in grado di mettere d'accordo tutti, senza eccezioni. Ma chi conosce bene Young è conscio della sua particolarità creativa, del suo essere lunatico, del fatto che non dà in pasto facilmente e gratuitamente (in tutti i sensi!) ciò che produce. Ha una spiccata tendenza a darci ciò che vogliamo, sì, ma distorcendolo a suo modo, tale per cui alcuni aggrottano le sopracciglia ma ne sono comunque affascinati, vuoi per masochismo, mentre altri gridano alla truffa e non c'è modo di consolarli.
Archives è un progetto colossale. Lo era 20 anni fa nella mente di Young e del suo pubblico, perciò, facendo le dovute proporzioni tecnologiche, figuriamoci nel 2009. La conseguenza più diretta colpisce il nostro portafoglio, non solo per il costo del box nella sua edizione più ricca (il bluray) ma per l'ulteriore costo della tecnologia che serve per visualizzarlo (la migliore è la Playstation 3).
Prezzo a parte, il disappunto che si è levato riguarda soprattutto i contenuti. Molte le tracce già edite tratte dai dischi, molte le versioni alternative già apparse (per esempio nel box retrospettivo dei Buffalo Springfield), ci sono sì i brani inediti ma anche diverse mancanze note ai collezionisti, sulle quali non si può chiudere un occhio. Sul forum di Uncut Magazine qualcuno l'ha definita come la più grossa frode che Young poteva perpetrarci.
Sembra sia stato facile sminuire questi 20 anni di lavoro e di attesa, semplicemente criticando la tracklist prima ancora della pubblicazione del box. Quello che vedo io, invece, è una ricchezza e un senso d'insieme che non possono lasciare indifferenti. Primo, perché si ripercorre la storia completa: “racconta la storia della mia musica in termini di giorni, procede passo dopo passo; quello che ci serviva era una tecnologia che permettesse di muoverci lungo questa cronologia, come un videogame”[2] ha detto Young nel 2008 alla conferenza sulla tecnologia Java. Ripercorrere la cronologia delle sessions va ben oltre il semplice contenuto di canzoni inedite, che comunque ci sono.
Il primo disco per esempio raccoglie 28 pezzi che spaziano dalle prime incisioni con gli Squires, ai demo e alle rarità dei Buffalo Springfield. Molto di questo materiale girava da decenni come bootleg, e ora lo abbiamo in qualità ineccepibile. Le tracklist riuniscono materiale edito e inedito con accuratezza, come testimoniano il libro allegato e i documenti, le memorabilia e i video compresi nella versione bluray (o dvd). E infine il materiale bonus che sarà reso disponibile per il download. Archives non è solo quantità, sebbene essa (viste le dimensioni dell'opera e del prezzo) sia importante. Una semplice antologia di inediti sarebbe stata una grave mancanza qualitativa: il titolo Archivi ambisce a ben altro, soprattutto un'esperienza multimediale. Per adempiere completamente al suo obiettivo dovrebbero essere presenti tutte le canzoni in tutte le versioni esistenti, ma naturalmente questo non è possibile. Questo non può che farmi piacere e gratificarmi. Certo è che si tratta di un progetto in corso d'opera che riserverà sorprese future.
In definitiva io vedo Archives come l'opportunità di ripercorrere la carriera di Neil Young, dato che non ho vissuto i tempi d'oro della musica. Ciò detto, sulle mancanze note ai collezionisi (incisioni in studio come "Winterlong" con i primi Crazy Horse) non si può davvero chiudere un occhio... proprio per la ragione detta prima: il titolo Archivi non dovrebbe lasciar fuori niente, e di certo non le cose essenziali.

[1] intervista di David Fricke, “Rolling Stones” 28 novembre 1991
[2] “Innovation & Music - JavaOne 2008” (visionabile su Youtube)

* * *

È incredibile che in alcuni forum musicali in giro per il web ancora si leggano lamentele su Archives Vol.1. Protestare è un libero diritto, tuttavia sono convinto che bisogna distinguere proteste fondate da lamentele d’insoddisfazione cronica, cioè fatte da persone che si sentono in dovere di esprimere sdegno, sempre e comunque insoddisfatte da ciò che viene loro offerto (prima un disco nuovo anziché gli Archivi, ora gli Archivi che non sono come avrebbero dovuto).
Questo comunque non è un contrattacco a tali voci; scrivo di fatti concreti che saranno la miglior risposta che si possa dare. Naturalmente mi riferirò alla mia esperienza con Archives Vol.1 (sì, è un'esperienza, provare per credere).


In queste settimane ho iniziato l’esplorazione dei primi bluray. Mi sono finalmente trovato di fronte a quell’aspetto, quel dettaglio, che nell’abbondanza dei contenuti era passato in secondo o terzo piano. Mi riferisco alla qualità sonora: il pregio della rimasterizzazione in 24 bit/192 khz. Essa è più che altro un’allettante sigla priva di un significato concreto, fino a quando non ci si decide a capire cosa significa e magari condurre un piccolo esperimento, come ho fatto io.
Premetto che non c’è bisogno di avere un impianto home theater d’ultima generazione in casa. Io non ce l'ho: ho collegato la Playstation 3 tramite il cavo HDMI allo schermo digitale, e da esso i due cavi audio RGB a un buon vecchio impianto stereo. Anche la versione di NYA in cd ha avuto lo stesso trattamento, nonostante la compressione dovuta al formato, e dunque anche con un lettore cd e un paio di cuffie di qualità è possibile godere del sound delle canzoni.
Ciò che ho fatto è stato l’esperimento più semplice del mondo. Ho preso l’album Neil Young dallo scaffale dei cd (pubblicato per Reprise negli anni Novanta) e poi il disco Topanga 1 da Archives. Ho fatto partire prima quest’ultimo e ho ascoltato tre brani dai diversi arrangiamenti: “Last Trip To Tulsa”, “I’ve Been Waiting For You” e “Here We Are In The Years”. Quindi ho inserito il vecchio cd dell’album e ho ascoltato gli stessi brani. Ho ripetuto la cosa riascoltando il primo minuto di ciascun brano prima nella versione rimasterizzata di Archives e poi nella vecchia, per avere il riscontro definitivo. Credo che in “Here We Are In The Years” la differenza sia la più lampante, per la stratificazione dell'arrangiamento; negli strumenti di sottofondo e nella voce di Neil si percepisce molto bene.
Difficile spiegare per iscritto il confronto se non si sente con le proprie orecchie, ma per andarci vicino posso dire che la versione del vecchio cd sta alla nuova circa come un mp3 compresso mediocremente sta a un cd originale. Quello che cambia sono innanzitutto le frequenze alte (che “friggono” nel vecchio cd), quindi lo spessore delle singole parti (voce, strumenti) e l’immersione della totalità. Probabilmente sarebbe da brividi ascoltato in un impianto dolby. Parafrasando Stefano Frollano in un suo intervento sul forum di Rockinfreeworld, a un certo volume sembra che Young sia lì nella stanza con te.
L’intento di Young è facilmente intuibile: raggiungere il piacere sonoro del vinile sul piatto e superarlo grazie alle nuove tecnologie, ovvero renderlo senza difetti, fruscii e smagliature. Young ha sempre detto di essere insoddisfatto del riversamento dei master su cd. 24 bit/192 khz è, attualmente, il massimo della qualità raggiungibile (e oltre la quale l’orecchio non avvertirebbe reali differenze; già per sentire queste bisogna avere un certo allenamento).
Nessuna sorpresa quindi che Archives voglia fornire un quadro completo, edito e inedito, della discografia di Young a questa qualità. Spero con questo articolo di aver dato una risposta ulteriore, e prettamente tecnica, a chi si domanda se ne vale la pena. Sì, la vale.

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1 commento:

  1. Bella riflessione. Se posso aggiungere il fatto che ci sarebbe bisogno anche di musicisti che smettessero di copiare ed iniziassero a fare qualcosa di loro senza seguire i soliti filone già percorsi da altri sperando di trovare,magari, anche il successo. la differenza nelle cose sta nell'intensità con cui uno le fa, le trasmette. nel senso che neil young oggi probabilmente suonerebbe in un gruppo stile radiohead, tanto per rendere l'idea. ad ogni modo...ciao

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