7 agosto 2009

NEIL YOUNG ARCHIVES: LIVE AT FILLMORE EAST, MASSEY HALL & CANTERBURY HOUSE


LIVE AT FILLMORE EAST 1970
(2006)


Con questo storico concerto si apre la serie di live shows che vedranno la luce nel progetto Archivi di Neil Young, che ripercorrerà la sua carriera aggiungendo un bel po' di materiale alla sua già sostanziosa discografia.
Questa prima (ma non cronologicamente parlando) pietra miliare registrata nel marzo 1970 in due date al Fillmore East, ci presenta l’originaria line-up dei Crazy Horse, vale a dire con Danny Whitten alla chitarra ritmica, quel Danny Whitten che morirà pochi anni dopo a causa dell’eroina e che getterà Young in un periodo buio ma estremamente creativo. La potenza sonora di questo concerto è disarmante, l’età dei master sembra ancor più valorizzare la (non ancora nata) ruggine che i Crazy Horse portano sul palco. La scaletta è breve per la scarsità del materiale recuperato, ma quelle sei solinghe canzoni valgono come diamanti.
Innanzitutto le due cavalcate di “Down By The River” e “Cowgirl In The Sand” (12 e 15 minuti rispettivamente, ovvero metà dell'album). Grazie al virtuoso duettare Young-Whitten, giovanissimi rampanti cavalli pazzi sul palco, e al contributo di Jack Nitzsche al pianoforte, queste versioni splendono più delle precedenti in studio (Everybody Knows This Is Nowhere, 1969).
Altre due gemme sono “Winterlong” e “Wonderin’”. La prima è presente sull’antologia Decade in versione elegante, da studio, ma al Fillmore è molto più passionaria ed emozionante. Così anche per “Wonderin'”, presente in una versione brillantinata assai poco dignitosa su Everybody’s Rockin’, e qui godibile alla sua nascita da rock & roll semplice e grezzo. Young la presenta come una nuova canzone del loro nuovo album, “quando lo registreremo”; Oh Lonesome Me, si sarebbe intitolato (forse).
Infine ci sono “Everybody’s Knows This Is Nowhere” e “Come On Baby Let’s Go Downtown”, quest'ultima apparsa in Tonight’s The Night, nella stessa versione del Fillmore (editata però).
Morale: questo cd è la testimonianza della nascita di un mito. I Crazy Horse avranno molti altri periodi d’oro (Zuma, Rust Never Sleeps...), con Frank Sampedro al posto di Whitten. Ma qui siamo alle origini, agli albori, alla ruggine che andava formandosi nelle vene di Young & compari scorrendo all’impazzata e trasferendosi ai giganteschi Fender alle loro spalle: “start rockin' in a free world”. Se amate Young sapete bene cosa intendo. Se lo conoscete poco, questo potrebbe essere il disco migliore per conoscerne il lato selvaggiamente elettrico.

LIVE AT MASSEY HALL 1971
(2007)


Vorrei chiarire subito una cosa: non prendete gli elogi delle recensioni in giro sul web per nostalgie hippie di recensori un po' su con l'età. Io di anni ne ho meno di 30, della Musica (quella con la M maiscola, notate bene) non ho vissuto proprio un cazzo e mi ritrovo ad accendere la radio e sentire cose che me la fanno spegnere tre secondi dopo.
Questo non è un disco che ascolterete alla radio. Nemmeno Harvest, che ha consacrato Neil Young, e che oggi va di moda dire che è fuori moda. Eppure è ascoltando dischi come questo Live at Massey Hall che è impossibile non emozionarsi, non farsi trasportare dal pubblico trionfante di un'epoca d'oro.
Le parole non servono a molto. Basta ascoltare queste canzoni concepite in quanto espressione dell'uomo e atto creativo. Ascoltare un'idea di Musica che ora è senza fissa dimora. Neil Young, come molti compari, aveva qualcosa da dire. O da urlare, pur con la dolcezza di una chitarra acustica.
In questo concerto Neil snocciola brani da After The Gold Rush e Harvest (che doveva ancora essere registrato e pubblicato). Sono le gemme che lo hanno consacrato nell'olimpo musicale, e scusate la frase fatta, ma questo è proprio il caso in cui va usata. È l'equivalente del periodo di massimo splendore dell'Impero Romano: per Neil questo era prima di Time Fades Away e Tonight's The Night, e tutto il lunatismo successivo. È il Neil dei greatest hits, sono le canzoni di Neil che hanno venduto decine di milioni di copie.
Ci sono le cose del momento (“Tell Me Why”, “Old Man”, “The Needle And The Damage Done”, “Don't Let It Bring You Down”), le cose del recente passato (“On The Way Home”, “Helpless”, “Ohio”, “Cowgirl In The Sand”) e quelle del prossimo futuro (“See The Sky About To Rain”, “Love In Mind”).
Young e il suo genere possono piacere di più o di meno, e sul gusto personale non si può discutere. Però quando arrivano dischi come questo, per quanto mi riguarda vale la pena cercare di scuotere un po' della mia generazione-zombie urlando: ecco cosa ci siamo persi.
Questo live è un pezzo di storia, come il precedente Live at Fillmore East e come tutti i futuri live della serie Archivi. Tutti insieme saranno La Storia. Con questo disco sembra che Young 25enne sia ancora là, al Massey, proprio venerdì scorso, il tutto esaurito, da brividi, a suonare per un pubblico che sapeva ascoltare.
Allora io non ho intenzione di perdermelo un'altra volta. Accoglierò in questo modo tutti i cd, fossero anche trenta, della ciclopica audiobiografia Archivi. E' come avere una seconda opportunità per poter seguire Young dall'inizio della sua carriera.

SUGAR MOUNTAIN - LIVE AT CANTERBURY HOUSE 1968
(2008)


“Ci avete davvero sconcertati perché ci aspettavamo solo... ehm... molta meno gente...”
Inizia così l’esibizione alla Canterbury House (Michigan) pubblicata nella Performance Series come disco n°00. Ad esibirsi è un Neil Young piuttosto nervoso e sorpreso di trovarsi di fronte alla sala piena. Le due serate del 9 e del 10 novembre 1968 fecero inaspettatamente il tutto esaurito.
Se il Live at Massey Hall 1971 ci ha trasportato nel momento d’oro del cantautore attraverso una delle più spettacolari e acclamate esecuzioni della sua carriera, qui Neil Young non è ancora nessuno. O meglio, è stato “solo” un membro dei Buffalo Springfield, che pochi mesi prima hanno rotto. Young ha deciso di prendere la chitarra acustica e improvvisare un tour di 22 serate tra il 1968 e il 1969.
Così sul palco sfodera buona parte del suo ancora stretto repertorio: le canzoni dei Buffalo e quelle che sta scrivendo negli ultimi tempi destinate al suo primo album solista (Neil Young, 1968). Tra una canzone e l’altra parla, parla moltissimo tradendo il suo nervosismo, spara cazzate a tutto spiano suscitando le risa del pubblico (racconta ad esempio di quando ha lavorato per due settimane in una libreria). Chiede se qualcuno vuole suonare qualcosa perché lui non sa cos’altro fare. Ogni tanto strimpella due accordi di “nuove melodie” e, a un certo punto, riconosciamo l’ancora acerbo riff iniziale di “Winterlong”. In sottofondo, il sottile frusciare della bobina che gira accompagna tutto il disco regalando un sapore retrò autentico.
Sapere tutto questo è indispensabile per capire che ci si trova di fronte a un album che va al di là di qualunque recensione. Questa è una registrazione storica, nel senso che ha un valore storico: documenta uno dei momenti cruciali della carriera di un artista, offrendocelo per com’era allora, diverso da ciò che è stato dopo, diverso da ciò che era pochi mesi prima. Fa parte del progetto Archives, destinati agli ammiratori e ai fan incalliti piuttosto che al pubblico occasionale. Chi è interessato se lo andrà a comprare, e non c’è nulla da dibattere. Quindi i commenti che si leggono in giro sul web, tipo “l’ennesimo live acustico”, riflettono solo l’ignoranza di chi li ha scritti: non tenetene conto.

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