11 settembre 2009

TULLIO DOBNER O DELLA TRADUZIONE (PT.2)

Fonte: Anobii

2. Dobner su Stephen King e sul nuovo libro Under The Dome (con esempio delle difficoltà di traduzione)

Su King ripeto quanto già dichiarato più volte: non ho avuto il piacere di conoscerlo e non l'avrò; non sono riuscito a contattarlo e non ci riuscirò; gli chiederei di assistermi come qualche altro Autore fa con i suoi traduttori.
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Ho cominciato a tradurlo per caso, perché così va il mondo. Volevano che fosse un traduttore maschio a tradurlo e mi sa che c'ero solo io. Poi mi contattò Sonzogno: dopo It volevano che traducessi King anche per loro.
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Poi ci sono stati tanti Autori, grandi e piccoli, troppi, non saprei da dove cominciare. Ogni tanto c'è una piccola chicca inaspettata, ma nel complesso, come ho detto, la scrittura di King è superiore alla media di tutti gli altri.
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Traduco quasi sempre da un dattilo - nel caso di King - e non sempre una bozza definitiva arriva in tempo, come è accaduto per Al Crepuscolo. E' rischioso, ma è il mercato e ne sono vittima io come tutti voi.
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King […] ebbene sì, mi piace, mi stimola, lo maledico e benedico e alla fine mi riconcilia sempre con questo mestiere ingrato. Menomale che c'è lui.

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Mi sono divertito più che altro a tradurre certe parti di vari romanzi. Ma se intendiamo having fun in senso lato, direi senz'altro It e quello che continuo a ritenere un piccolo capolavoro del Novecento: Dolores Clairborne (e il film non gli rende merito, purtroppo).
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Non mi sono mai soffermato a […] confrontare tra loro i romanzi. King gioca molto con i linguaggi e spesso tradurre certe sue invenzioni diventa una sfida. Credo però che i problemi maggiori in questo senso siano nella Torre Nera […] per complessità, riferimenti, linguaggi diversi.
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Riprendere la Torre Nera era un obbligo professionale e all'epoca non vidi alternative. Di fronte all'inevitabile, ogni altra considerazione diventava accademica. Secondo me, comunque, ci sono lunghe parti della saga di alto livello e poi... finisce sempre che a King perdono tutto.
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A tutti i ragazzi suggerirei di leggere It e Il talismano. A tutti i lettori Dolores e Misery, anche per constatare quanto è andato perso nei rispettivi film.
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La tempesta del secolo, La bambina che amava Tom Gordon, Cell, li ritengo inutili e scadenti. Gusto mio, s'intende.
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Quanto a Tom Gordon […] ci sono stati interventi che, credo, avessero l'intento di rendere più appetibile un lavoro - secondo me, sia chiaro - molto opaco.
Non credo che qualcuno riesca a farmi salvare La tempesta. Nemmeno nella forma classica di romanzo. Però - l'ho dichiarato pubblicamente - è impossibile indurmi a salvare King sceneggiatore/regista.
Veniamo a Shining e i romanzi che non ho tradotto. Credo che mi piacerebbe ritradurre Pet Sematary.
Sul film di Kubrik dirò questo: quando mi addormento una volta, forse sono stanco. Ma se mi addormento anche quando ci riprovo, vuol dire che il film non mi piace.
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E’ da Bag Of Bones che King ha cominciato a cambiare registro. E io a ruota, naturalmente. Posso solo dire che condivido l'evoluzione.
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Credo che Under The Dome sia stato completamente riscritto; non ci sono echi degli Ottanta, direi che questo è il King di oggi... che a me personalmente piace molto di più. E' però vero che ormai c'è differenza abissale tra il King giovane e quello maturo e capisco che possa provocare disagio in chi lo legge fin da allora.
[…]
Mi spiace che Under the Dome esca solo in novembre. Per qualcuno di voi - spero la maggioranza - potrebbe essere, come dire, un compendio dell'Italia di oggi. E forse avrebbe fatto comodo leggerlo prima di andare a votare. Forse sarebbe servito a ricordare che si comincia imbiancando pareti o cantando sulle navi oppure, come nel nostro caso, vendendo auto usate (un topos classico nella cultura USA) per poi soffocare una comunità e scatenare genocidi.
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Per Under The Dome mi ci vogliono 5 mesi, una ventina di pagine al giorno, ma pochi traduttori sono matti come me.
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E' pieno di tranelli e trabocchetti e si sa che ci casco facile. Spero di non restarci impigliato per l'eternità.
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Giochi di parole, rime, allitterazioni, storpiature, riferimenti alla sottocultura USA, citazioni nascoste; Under The Dome ne è un compendio esauriente.
Prima di tutto bisogna accorgersene, poi, per ciascun caso bisogna scegliere a quale delle connotazioni specifiche (ce ne sono solitamente più di una) dare priorità quando - come accade quasi sempre - è impossibile restituirle tutte. (Ma tutto questo Umberto Eco lo spiega mille volte meglio di quanto potrei fare io). Per finire il traduttore di romanzi per il grande pubblico (non filologico, intendo) deve considerare le esigenze editoriali e da questo punto di vista io di solito faccio l'equilibrista nel tentativo - spesso fallimentare - di accontentare l'editore e rispettare il contenuto filologico.
[…]
Ho un capitolo che si intitola FRAMED. Teniamo presente che stiamo parlando di un titolo.
Ebbene a me piacerebbe tradurlo con INCORNICIATO.
Stiamo entrando in una disquisizione interessante, credo, su come usare un'espressione di più o meno slang anglosassone utilizzandola per associazione con una di slang italiano. Non è propriamente la stessa cosa, ma quasi (Umberto Eco) quella cosa.
[…]
"framed" è un termine consolidato e significa proprio incastrato in senso poliziesco. Dunque, se mi affidassi alla regola corrente (e banale) il titolino deve essere per forza INCASTRATO.
Se invece volessi giocare metterei INCORNICIATO, cioè la traduzione letterale.
Dopodiché laddove c'è scritto:
In the frame, he thought. You are in the fucking frame
che mi riesce difficile mettere bene in italiano, perché sarebbe: ti abbiamo incastrato, pensò, ti abbiamo ficcato in un cazzo di incastro...
io posso mettere (grazie al titolino): Incastrato, pensò, fotografato e incorniciato.
[…]
Fotografato, nel gergo del gioco delle carte […] significa appunto chiuso in mano. Ti ho seccato. Ti ho incastrato con le tue carte in mano mentre io ho chiuso.
Il problema, secondo me, è saperlo. Se io scrivo INCORNICIATO nel titolo (come estensione di fotografato in questo senso: ti ho preso, congelato e appeso al muro), credo di aver ottemperato anche all'aspetto filologico del significato di framed in questo contesto (kinghiano: non lo farei mai in nessun'altra traduzione, dove tradurrei incastrato e basta, è solo perché King merita di più e vale di più), molti - troppi - mi accuserebbero di non sapere cosa vuole dire framed.
Senza sapere però cosa vuol dire fotografato nel gergo italiano.
Bah, la vita è rischio e chi non risica non rosica, o no?
Credo che la traduzione giusta per l'ultima frase sia: Ti ho incastrato, pensò. Te l'ho messo nel culo.
Ma va a farsi benedire il filologico "incorniciato" del titolo con il riferimento intrinseco al fotografato gergale.
Sono rogne, vero?
Sai quante volte in un romanzo? Mettiamo un milione, per stare scarsi?
[…]
Non è un problema, ma una questione di rapporto con i lettori (riguardo Under The Dome, certo).
Cioè: se scelgo il titolo INCORNICIATO, centomila lettori non si pongono il problema, specie quando poi troveranno dentro il capitolo "Incastrato, pensò, fotografato e incorniciato."
Che spiega il titolo anche per chi non conosce il gergo del gioco delle carte. Perché diventa tutto intuitivo.
Quanti filologi però mi piomberebbero addosso perché ho tradotto framed con incorniciato?
Il più delle volte non so nemmeno io cosa fare. Quand'ero giovane facevo a modo mio, non c'era il web, facevo cappellate spaventose proprio perché non c'era, però c'era il vantaggio dello spirito libero. E credo ancora che tradurre debba essere fondamentalmente ispirazione e ardimento.
[…]
Come spesso succede, dopo molto pensare e ragionare […] la conclusione giunge forse inattesa, ma più soddisfacente, se alla fine si desidera coniugare la propria sensibilità con la fedeltà al testo e l'immediatezza della comprensione. E allora viene fuori tutt'altro.
Così il titolo che ho scelto è "La trappola".
E nel testo, la frase di cui si è chiacchierato è diventata: "Sei in trappola - pensò - sei fottuto".
Infine aggiungo che in ogni caso - sempre - l'ultima parola è quella della Redazione e non la mia. Non credo che questa ultima versione verrà modificata, ma devo avvertire che è sempre possibile. Io spero di no: mi piace, è semplice, svelta, va dritta al segno senza fronzoli e senza la zavorra delle mie fantasie da tavolo verde.

3 commenti:

  1. carina l'intervista ma secondo me under the dome l'ha tradotto malissimo, ci sono pure errori di italiano, di consecutio temporum.

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  2. Io ho appena finito di leggerlo anche in originale. E' una delle più belle traduzioni del Dobner. Davvero sentita. E mi è piaciuta molto. In certi punti il testo è più gradevole in italiano.
    Anna

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  3. Purtroppo scrivere cattiverie nascosti dietro l'anonimato, in un paese dove si pubblicano giornali come Libero e Il Giornale che sfornano balle quotidiane, è uno sport delle cui conseguenze ci accorgeremo dopo la prossima guerra civile. Ciascuno si prenda quel che merita, io per allora sarò cittadino greco.
    Quello che scrivo viene letto da:
    Un revisore una volta
    un correttore di bozze due volte
    un caporedattore una volta
    un direttore editoriale una volta
    un amministratore delegato una volta.
    Risultato: italiano grammaticalmente ineccepibile. Oppure ci sono un po' troppe persone che, avendo la lingua italiana per mestiere, non la conoscono.
    Le leggi della statistica mi dicono che forse gli ubriachi dovrebbero aspettare il giorno dopo, prima di vomitare commenti in internet.
    Oppure dietro l'anonimo c'è uno dei pochi inutili che bazzicano nell'editoria senza talento ma con tanta paraculaggine, che si feriscono che chi è semplicemente bravo faccia un mestiere che vorrebbe fare lui/lei, che non ha alcun talento se non una lingua abbastanza lunga da averla piena di peli e priva di aromi.

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