31 dicembre 2010

POST DEGLI ULTIMI ISTANTI DI VITA DEL 2010

Tanti auguri per un ottimo 2011 ricco di musica e letteratura.
Dalle mie parti si usa augurare le 3 S: salute, soldi, sesso.
Quindi che il 2011 vi porti anche questo.

Intanto io, nella mia ultima e desolata ora di lavoro, guardando una città che si svuota progressivamente sotto la luce dei manichini in vetrina, mi volto indietro alle cose che mi hanno arricchito il 2010. Naturalmente, le cose che si possono scrivere su un blog... Parliamo quindi di libri.
Innanzitutto ho finalmente esplorato James Ballard, scrittore molto importante nella letteratura contemporanea. I suoi racconti sono stati magistralmente riuniti in tre volumi della Fanucci (ora però fuori catalogo, in fase di ristampa sembra) che costituiscono una vera e propria Bibbia. Mi sono dedicato anche ad alcuni dei suoi primi romanzi, come Crash (letto tra ieri e l'altro ieri), Condominium e altri. Nell'immediato futuro scriverò di Ballard, intanto vi consiglio caldamente di leggere qualcosa di suo: e non serve essere appassionati di fantascienza, perché se un libraio vi dice con leggerezza che Ballard fa della fantascienza, non credetegli.

21 dicembre 2010

SCORCI MUSICALI


Robbie Robertson – Storyville & Music For The Native Americans
Dischi che conosco sin dalla mia gioventù quelli di Robertson, ex membro di The Band. Il suo approccio solista è fine e ricercato nel tentativo di incorporare influenze dalla world music in senso lato. Storyville (1991; il nome è quello del famoso quartiere di New Orleans) è un album notturno e urbano, minimale nel suo sound, pur non essendo gratuitamente cupo. Nonostante certi bei riff che rimangono facilmente in memoria, è piuttosto difficile da inquadrare data la natura di Robertson; è adatto sia a un viaggio in auto che a una serata in salotto. I testi sono semplici e melodiosi, perfetti per la sua voce. Il disco vanta collaborazioni del calibro di Neil Young.
Music For The Native Americans (1994) è un tributo al retaggio degli Indiani d'America (in particolare alla discendenza Mohawk dello stesso Robertson). Nato come colonna sonora per un documentario televisivo, l'album è un viaggio musicale (sia strumentale che cantato) la cui forza nasce dalla contaminazione tra testi e melodie indiane e composizioni di Robertson e degli altri musicisti. Assolutamente consigliato, forse anche più di Storyville vista la sua peculiarità; anche questo difficilmente etichettabile, non siamo certo dalle parti della musica new age.

23 novembre 2010

YOUNG & KEROUAC: ESSENZIALMENTE CANADESI

L'idea di oggi: l'arte di Neil Young e di Jack Kerouac può anche essere americana, ma loro sono essenzialmente canadesi.
Gli Stati Uniti non hanno diritto esclusivo alle loro icone con radici straniere, specialmente al confine nord. E se c'è qualche dubbio in proposito, due chiare prove sono apparse indipendentemente sul magazine canadese The Walrus.
In un articolo su Neil Young, originario dell'Ontario, Alexandra Molotkow dice che “tende a considerarlo come americano”, visto il ruolo seminale di Young nella musica e nella protesta americana, e il suo lungo distacco dalla sua terra natia. Insiste però che “il romanticismo che Neil afferma sul pubblico americano” deriva dal suo cuore canadese, dal suo essere “un hipster tanto solitario quanto consumato”, dai suoi testi eccentrici e dal suo grezzo stile chitarristico.
Jack Kerouac, lo scrittore Beat, ha il cuore del Quebec, suggerisce invece Mark Abley. Nato a Lowell, Massachussets, da genitori franco-canadesi, si identifica talmente con le sue radici nel Quebec, dice Abley, che c'è una novella non pubblicata nella quale Jack declama che il francese era il linguaggio in cui sognava, bestemmiava e sempre piangeva.
[fonte: thrasherswheat.org, 2009]

17 novembre 2010

NEIL YOUNG SUL BUSINESS MUSICALE

Ecco un po' di opinioni snocciolate da Neil Young, rockstar e cantautore, nel corso di decenni di interviste, a proposito del business musicale. Mi è sembrata la ciliegina sulla torta; andrebbero incise su un obelisco di granito.

Quando ho visto Clay Aiken su Rolling Stone ho pensato: “Cristo santo, una volta in copertina c'era Jerry Garcia. I tempi sono davvero cambiati”. È a questo che siamo arrivati? Dalla musica che lotta per la libertà a questo?
[…] In generale gira questa merda prodotta da queste teste di cazzo, gente che pubblica solo quello che si vende e che dice “trasmetti questo” a centocinquanta stazioni radio che non sanno decidere da sole, anzi pagano questi idioti per farsi dire cosa fare. È una situazione pazzesca.

5 novembre 2010

ALTRE CONSIDERAZIONI RACCOLTE DAL WEB

Ho navigato un po' su internet cercando alcuni testi significativi a proposito della “crisi” della musica, argomento molto importante oggigiorno e su cui c'è molto da dire e si è detto molto. Il web è un mezzo importante nella diffusione di notizie, specialmente oggi e specialmente in questo paese, dove molte cose nessuno te le viene a raccontare.
Ho trovando innanzitutto un'intervista al giornalista Ernesto Assante (la cui bibbia “Blues, Jazz, Rock, Pop”, Einaudi, è da tenere sul comodino) da cui ho estratto i passaggi fondamentali che riassumono il suo interessante punto di vista. Ho trovato poi l'intervento di una persona che lavora nel campo, dalla parte “tecnica”, e gli interventi di due musicisti, la parte “artistica”, l'italiano Ruggeri (da un articolo apparso su un quotidiano) e l'americano John Mellencamp (trafiletto che avevo già pubblicato l'anno scorso su BeatBlog). Ho concluso la mia breve ricerca inserendo un paio di altre opinioni, in particolare quella conclusiva che è, nell'originale, la premessa a un articolo dedicato al declino della musica dal vivo.

27 ottobre 2010

CONSIDERAZIONI SULLO STATO ATTUALE DELLA MUSICA


Come fa un mp3 a stare in così poco posto, in termini di spazio digitale? La "piccolezza" di questo formato è la caratteristica che lo ha diffuso. Mi stavo chiedendo, ieri sera, quante delle persone sedute ai tavoli della birreria sarebbero in grado di rispondere alla domanda. Intendo dire: qual è la differenza tra acquistare un cd originale e scaricarsi un mp3? In cosa consiste, lato pratico, quel file che tutti ascoltano? Ero pronto a scommettere che in pochi fossero in grado di parlarne. Forse qualcuno direbbe “l'mp3 è un formato compresso”. Bene, ma cosa vuol dire e cosa comporta?
Questo non vuole essere un articolo tecnico sul suono digitale. La risposta la voglio dare subito. Il cd originale presenta la musica in un formato che rispetta quello che esce dallo studio di registrazione (pur contenendo comunque il 15% dei dati rispetto all'incisione analogica; ma diciamo che all'orecchio umano il cd può essere considerato esaustivo). Il file audio “intero” equivale al formato .wav. Un cd audio contiene fino a 80 minuti di musica che equivalgono a 700 megabyte di dati. Ciò non è comodo per avere tanta musica in poca memoria (anche se oggi siamo arrivati a hard disk con dimensioni tali che il problema ha perso molta della sua importanza). Per far stare una canzone, mediamente, in un decimo dello spazio originale bisogna togliere dati. La compressione in mp3, in pratica, sega porzioni dello spettro sonoro e quindi byte di informazione. I dati che vengono tolti sono quelli “meno necessari” al riconoscimento della musica da parte del nostro orecchio. Entro certi limiti, un orecchio non molto allenato non percepisce una grossa differenza; in particolare se si usano auricolari o cuffiette che, in termini di frequenze, sono estremamente limitati.

8 ottobre 2010

NEIL YOUNG: LE NOISE

Io non ho mai pensato che Neil Young avesse smesso di scrivere belle canzoni, anche nel dibattutissimo decennio appena concluso. Perché lo considero un artista completo, a tutto tondo, e capisco che la sua creatività è una reazione istintiva. Quando esce una sua nuova opera, si deve considerare l'autore nel suo insieme. Come si potrebbe commentare o recensire un disco considerandolo separato dai precedenti, come se si trattasse di un musicista esordiente? Non ha senso.
Un appassionato di Young dovrebbe essere anche più competente nel fare i confronti giusti. Ma spesso non è così, nemmeno tra i critici “ufficiali”. In parole povere, piantiamola di prender fuori After The Gold Rush o Tonight's The Night e fare questo genere di confronti. E' quasi imbarazzante e se Young fosse davanti a noi non avremmo neanche il coraggio di dirglielo. E' ovvio che non ci sarà mai più un Gold Rush o un Harvest... Quello che non entra in certi cervelli è: è giusto che sia così. E' un metro di giudizio sbagliato a priori. E' la storia. Potrei anche aggiungere, ridacchiando, che persino Gold Rush, Harvest e Tonight's The Night furono affossati da una parte di critica e pubblico quando uscirono. Oggi li usiamo come metro di giudizio.

28 settembre 2010

LUOGO-PSICHE IN KEROUAC E BALLARD

Riflessioni sul rapporto luogo-psiche – o paesaggio-anima dedicato a chi ha letto e conosce bene i lavori di James G. Ballard e Jack Kerouac (e a chi non li conosce... leggeteli e poi tornate qui!).
Il paesaggio come estensione dell'anima non è un concetto nuovo: è stato elaborato ampiamente e superbamente da menti molto diverse tra loro. Tra quelle che ho avuto il piacere di incontrare nelle mie letture, Jack Kerouac e James G. Ballard si possono collocare a cento miglia di distanza in termini di stile narrativo e visione del mondo, ed è stupefacente come si congiungano assieme all'ombra di questo supremo concetto.
Kerouac parla del paesaggio e dell'anima in termini personali e ci racconta ogni sfaccettatura – dal fatto al pensiero – filtrata dai suoi occhi: quello che scrive altro non è che un infinito e labirintico diario. Ballard crea personaggi, situazioni e storie per esternalizzare in modo estremo il rapporto luogo-psiche e facendo una sorta di analisi/diagnosi del comportamento umano.

James G. Ballard (1930-2009)

21 settembre 2010

CHI E' LO SCRITTORE? (SU BURROUGHS, SU KING)

Cos'è la scrittura? Chi è lo scrittore?
Una volta mi risposi così: lo scrittore è colui che domina la scrittura. Ma allora, gli scrittori dominati dalla scrittura?
Un esempio del secondo caso è William S. Burroughs: egli era uno “strumento di registrazione” o di scrittura, per dirla con le sue stesse parole. Lui e altri come Kerouac e persino Hemingway erano dominati dalla scrittura, come se non la controllassero del tutto. Stephen King invece è l'esempio di scrittore perfetto, forse il più grande. Abbiamo perciò due estremi: gli scrittori e gli strumenti di scrittura. Coloro che dipingono il quadro in modo completo e coloro che sono interessati più che altro alle cornici.

William S. Burroughs (1914-1997)

13 settembre 2010

KEROUAC: DIARIO DI UNO SCRITTORE AFFAMATO




Si potrebbe dire, estremizzando, che quasi ogni giorno della vita di Jack Kerouac è riportato nell'oceano di taccuini, diari e prosa ordinatamente trascritti a macchina che questo piccolo grande uomo ha lasciato dietro di sé. Una vera estensione di se stesso, del suo pensiero, della sua mano: la pagina scritta, immortale, in qualunque forma (prosa, poesia, haiku, improvvisazione, diario, appunto, script teatrale, recensione). Se per trovare le origini di Jack Kerouac state pensando di rivolgervi ai suoi primi romanzi come La città e la metropoli e Orfeo emerso, state sbagliando. Uno come lui, nelle cui vene scorrevano parole, che si vedeva come il grande scrittore del Rinascimento Americano, ha ovviamente l'inclinazione per la scrittura sin dalla tenera età. Perché non è una semplice passione o una scelta di carriera: è un bisogno ed è innato, al pari di mangiare e dormire.

6 settembre 2010

KEROUAC: ORFEO EMERSO





“Si era fatta sera nell'intervallo tra una goccia di pioggia e il clic di una lampada”
Jack Kerouac, Orfeo emerso

A 23 anni, nel 1945, Jack Kerouac frequenta la Columbia University di New York e conosce il gruppo di intellettuali che diventerà il nucleo della Beat Generation: Allen Ginsberg, William Burroughs, Lucien Carr e altri. Già votato a essere scrittore sin dalla tenera età, Jack ha alle sue spalle una lunga e disparata serie di esperienze letterarie che, man mano, gli stanno indicando la strada giusta da seguire (ne abbiamo ottimi esempi in Diario di uno scrittore affamato e Il mare è mio fratello).
Orpheus Emerged è una novella, più che un vero e proprio romanzo, e ritrae la vita dei tempi del college. I personaggi sono il cuore del libro, scritto con una narrazione semplice e basata essenzialmente sui dialoghi (di hemingwayana memoria). Le personalità spiccano e sono più reali che inventate: in effetti sulla scena ci sono i volti dei futuri Beat. Il protagonista, Paul, è modellato sullo stesso Kerouac ed è il meno inquadrabile. Scambi di idee intellettuali ed elogi alla passione artistica sono la forma e l'obiettivo sostanziali del libro. La vicenda, su cui gioca l'Orfeo del titolo, è pura vita collegiale, fatta delle passioni e delle disperazioni tanto care all'ambiente new-bohemien e qui ritratte con archetipi che funzionano per la loro spontaneità. Inoltre emergono già quelle figure femminili ambigue e mistiche tipicamente kerouachiane. Il tutto è estremamente genuino, ridotto a un'essenzialità che si dimostra nella brevità del testo.
Una curiosità: una compagnia teatrale ha messo in scena Orfeo emerso quando è uscito in Italia. In effetti il testo è una sceneggiatura già pronta, con le scene che cambiano a seconda dei movimenti dei personaggi. Jack non abbandonerà questa forma ma la evolverà nel suo stile estremo – si pensi allo script di Beat Generation (e il film Pull Me Daisy) nonché alla registrazione e trascrizione dei discorsi in Visioni di Cody.
Già in questa fase ancora embrionale, Jack lavora basandosi sulla vita, sulle osservazioni, gli appunti e i diari personali. La costruzione a tavolino, invece, la tenterà poco dopo con La città e la metropoli (spinto dal desiderio di creare un romanzo americano “grande”, come quelli di Wolfe). In questo senso, Orfeo emerso è molto fedele allo spirito autentico di Kerouac, simile a quello che verrà anni dopo, e al contempo è già più maturo dei testi prodotti fino a questo momento. Nondimeno, molte parti sono davvero stimolanti: oltre a ritrarre i pensieri e le domande che passano per la mente di questi giovani e rivoluzionari artisti, ci ricorda che quelle stesse domande sono passate nella mente di tutti quanti noi. Con altrettanta naturalezza, nessuno dei protagonisti sentenzia delle risposte. Il tutto è, come ogni pagina di Jack Kerouac, semplicemente un ritratto ricco di sentimento.


Leggi anche:
Visioni di Jack (pt.1 - pt.2)
Maggie Cassidy
Tristessa
Libro del Risveglio
Visioni di Gerard
Cronologia bibliografica aggiornata

25 agosto 2010

VISIONI DI JACK (parte 2)


Visioni del Jack inedito.
La pubblicazione postuma di scritti più o meno completi ha permesso di dare uno sguardo all'incredibile quantità di pagine scritte che Jack Kerouac ha prodotto nel corso della sua vita. Dagli scritti giovanili, ai racconti, alle bozze di romanzi, ai taccuini e diari di una vita intera, non c'è momento nella vita di Jack in cui lui non si sia trasferito nella pagina scritta. La sua vicenda umana è interamente percorribile grazie alla scrittura: un'estensione di se stesso che lo ha reso immortale. Non c'è artificio o finzione, al massimo un po' di censura personale e tanta rielaborazione sentimentale.

1 agosto 2010

CROSBY, STILLS & NASH @ LUCCA 18-7-2010

“I'm sick tonight” (sono malato stasera) dice Crosby a poco più di metà serata, e in effetti gli allungano una sedia e se ne sta comodo per gran parte dello show. Poi intona “Guinnevere”, una delle sue pietre miliari, che per fortuna può eseguire da seduto con l'acustica, quasi fosse davanti al caminetto. Peccato per “Delta” e “Almost Cut My Hair” che solo a Lucca sono mancate – “la stiamo aspettando tutti” dice di quest'ultima un ragazzo scatenatissimo nella fila dietro di me, ed è vero, ma pazienza. All'inizio c'è stata “Long Time Gone”, poi “Wooden Ships” e “Dejà Vù”, e la voce di Crosby è un po' debole ma non cede mai: la dosa con parsimonia.
Nash ha le redini, parla, presenta i pezzi, la band, è scalzo, la sua fisionomia sul palco è la più saettante e attiva, la sua voce probabilmente è quella al top. Da “Military Madness” a “Marrakesh Express” a “Cathedral” a “Chicago” a “Our House” all'inno conclusivo “Teach Your Children”, passando per la rara “In Your Name” (l'unica canzone di produzione recente), Nash ha regalato il repertorio più ad ampio spettro e i suoi cori da brivido insieme a Crosby.

13 luglio 2010

CROSBY & NASH - WIND ON THE WATER

[Update 29.6.2012]
In occasione delle 4 date italiane di Crosby Stills & Nash vi propongo un salto indietro a un classico del duo Crosby & Nash, una gemma imperdibile che però non tutti conoscono.


Nella progressione lancinante di “Bittersweet” di Crosby (ma anche in quella di “Love Work Out” di Nash) si riassume il taglio di questo capolavoro. Immensamente superiore all'esordio Crosby/Nash del 1972, questo disco del 1975 afferra il cuore. Non è solo per la qualità delle canzoni, che escono da un periodo davvero creativo per i due e che abbracciano l'intera gamma dei temi che hanno più a cuore (amore, pace, società, ecologia e naturalmente tutto l'“inner space” dell'essere umano) in modo intelligente, che va decisamente al di là delle utopie del primissimo periodo di CSN. È anche per un sound magico, caldo e curato, e allo stesso tempo spontaneo (e l'edizione cd rimasterizzata, Universal MCA, 2000, lo valorizza nel modo giusto). Ogni canzone esce letteralmente dai solchi con il raro pregio di “avvolgere”. Questa è la sensazione. Avvolgere cosa? Be', le orecchie, l'anima... poi si va sul personale. Ogni strumento ha il suo spazio in un missaggio che non lascia vuoti, e ciascun dettaglio sembra uscire nel momento in cui vi si pone l'attenzione. Le voci di C&N poi sono semplicemente pure. L'integrità di questo disco e il “tutto sonoro” che crea, si fanno più belli ad ogni ascolto e sono paragonabili (ma ognuno potrebbe fare il suo esempio) a If I Could Only Remember My Name di Crosby (1970) oppure On The Beach di Neil Young (1974).

17 maggio 2010

NYA: ARTICOLI DA FILLMORE, RIVERBOAT, MASSEY, CANTERBURY


La traduzione degli articoli sui concerti dal 1968 al 1972 di Neil Young, tratti da Archives Vol.1, è stata ripubblicate sul sito Rockinfreeworld.

30 aprile 2010

CSN&Y: 40 ANNI IN 4 ALBUM

Domani a Reggio Emilia si terrà la CSNY convention 2010, un evento speciale dedicato al supergruppo. Per l'occasione ecco un lungo background sui quattro album che rappresentano la loro storia.

DEJA VU (1970)


Come sono state le session per Dejà Vu? Uno sforzo della band?
Neil Young: La band ha registrato per “Helpless”, “Woodstock” e “Almost Cut My Hair”. Lì ci sono Crosby, Stills, Nash & Young. Tutte le altre sono combinazioni, registrazioni fatte per lo più da una persona che usa le altre persone. “Woodstock” fu ottima al primo tentativo. E’ un gran pezzo dal vivo, amico. Ciascuno canta e suona insieme. E’ magico. Poi, più tardi, loro sono andati in studio a cominciare le pignolerie. Di sicuro, Stephen ha cancellato la voce e ne ha messa un’altra che non era così bella. Hanno fatto certe cose più volte ma io penso fossero più grezze e vitali, prima. Ma sta tutto nel gusto personale. Lo dico solo perché sarà interessante per molta gente sapere come abbiamo fatto quell’album. Sono contento di tutto quello che ho registrato con loro. Loro ci sanno fare. Di certo non ho crucci.

22 aprile 2010

GIORGIO GAMBINI - IL RUGGITO DEL MAELSTROM



Sono tanti quelli che decidono di esprimersi attraverso composizioni scritte o musicali, e stampano il loro libro o cd a testimonianza del loro vero Sé. Io sono uno di quelli e Giorgio Gambini è un altro di quelli. Non lo trovate nei negozi, è una “persona comune” nel senso che non vive della sua arte. Fa l'insegnante, e questo lo ha reso “un tormentato cercatore di verità”, come dice lui. Ma è un artista a tutto tondo, a mio avviso, dal momento che artista = persona votata all'espressione di se stessa (mediante forme di comunicazione). Il Ruggito Del Maelstrom è una sua opera del 2006 che comprende un cd di musica con 19 brani e un libro di ben 400 pagine (e scritto piccolo).
Mi è capitato tra le mani poco tempo fa e l'altro giorno ho messo il cd in auto e l'ho ascoltato tutto. La stessa sera ho iniziato a leggere il libro, che è uno di quei libri che non si leggono d'un fiato come romanzi, ma che si sfogliano nel corso del tempo. Ma ce n'è abbastanza da indurmi a dedicare a Giorgio uno spazio, come omaggio personale (premetto che non lo conosco assolutamente) e per portarlo all'attenzione di altri. Perché, in poche parole, se lo merita.

13 aprile 2010

APPUNTI SU BATMAN

Un tema diverso dal solito.
Poteva un fumetto, un supereroe, essere così dannatamente serio? Mi è sorta questa domanda dopo aver visto il film Il Cavaliere Oscuro, un paio di anni fa. Quel film mi fece incuriosire molto sulla figura di Batman, cominciai a interessarmi a quello storico fumetto che, così come gli altri comics americani, avevo sempre ignorato. Quell'estate prese a uscire Batman: La Leggenda (Planeta DeAgostini), una collana che ristampava le storie più significative dell'universo fumettistico di Batman. Acquistai il primo numero, che conteneva le principali vicende da cui i nuovi film si erano ispirati, e poi tutti i primi 10 (la collana continuò fino a 100 volumi, con enorme successo).
Cosa molto interessante, le storie vengono riproposte nell'ordine cronologico del continuum della narrazione (naturalmente poi allungandosi la collana, a un certo punto l'ordine si è perso). In termini di pubblicazioni, invece, si salta dalle vecchie alle recenti – le più vecchie risalgono comunque agli anni '80, momento di rinnovamento e modernizzazione di Batman e di altri supereroi nati in tempo di guerra o poco dopo. Un rinnovamento sia dello stile grafico sia delle tematiche. Alcune storie salienti di Batman, come quella del Joker, sono state create all'inizio storico del fumetto e sono state reinterpretate solo recentemente, in uno stile moderno e ricco.

25 marzo 2010

REFLECTIONS DI GRAHAM NASH - LA STORIA (PT.3)

[Update 29.6.2012]
Il terzo disco si apre con l'ultimo lavoro a marchio CSN dei tribolati giorni di metà carriera: Live It Up. “If Anybody Had A Heart” non è composta da Nash, ma da “due nostri grandi amici. L'abbiamo sentita e abbiamo voluto registrarla immediatamente.”
“Chippin' Away”, invece, ritorna inspiegabilmente al periodo di Innocent Eyes.
Di nuovo da Live It Up, “After The Dolphin” (che parla di un pub inglese bombardato durante la Prima Guerra Mondiale) e la bellissima “House Of Broken Dreams”: “passo un bel periodo dell'anno nella mia casa alle Hawaii. Un giorno David Gilmour venne a visitare l'isola. Prese la mia casa sulla baia, io sapevo che era lì, così chiamai. Lui rispose 'House of Broken Dreams'. Ciò che disse mi aveva stupito e ricordo di avergli risposto che mi serviva solo un ritornello.”
Gli anni '90 iniziano con alcuni concerti dove il sound originale riappare con una nuova dose di brillantezza, impreziosito dalla collaborazione di nuovi e giovani musicisti tra cui Jeff Pevar. Nash propone nuovo materiale.
“Unequal Love” (“scritta per un amico che era in quel tipo di relazione, diciamo così, non equa”) appare qui in una versione live del 1993; la conoscevamo sul disco di CSN After The Storm. Anche “Liar's Nightmare” fa il suo esordio, nella spoglia e brillante versione live che troviamo qui (vedrà la luce su album dieci anni dopo in Songs For Survivors). “Qualche anno prima ero stato sottoposto a un intervento al ginocchio destro... niente di serio, ma le droghe che ti somministrano sono diaboliche. Sono stato in questo crepuscolo per un po' di tempo e ho assistito a eventi strani. La melodia della canzone viene da 'Fair Nottamun Town' di Jean Ritchie, degli anni '50.”
Da After The Storm, disco che segna la rinascita di CSN per quanto sia tuttora sottovalutato, è tratta “These Empty Days” (pensata originariamente per un film). La produzione di Nash, seppur quantitativamente inferiore, rifiorisce in questa terza fase della sua carriera.
“Heartland” apparirà su Looking Forward (CSN&Y, 1999): “Sono io che ricordo quante bellissime persone e luoghi ho incontrato nei miei viaggi per gli Stati Uniti finché non ne sono diventato cittadino”. “Two Hearts” (1998) è una collaborazione tra Nash e Carole King ed è un brano completamente inedito.
“Try To Find Me” viene inciso nel 2000 ma è un pezzo più vecchio, apparso solo talvolta in concerto: “La notte del primo Bridge Benefit Concert, nel 1986, mia moglie Susan mi disse che aveva visto una cosa che la aveva fatta piangere. Dietro al palco, dove sedevano i bambini della scuola, c'era un ragazzino sulla sedia a rotelle vicino a una ragazzina anch'ella sulla sedia. Era stanca e cominciava a piagnucolare. Susan vide il ragazzino che lentamente, timorosamente, allungava la mano verso quella di lei e gliela teneva, e lei smise di piangere. Quando Susan me lo raccontò io realizzai quanto dev'essere dura avere un cervello che funziona all'interno di un corpo che non funziona altrettanto bene.”



Tra il 2000 e il 2004 Nash registra il suo ultimo album solista, Songs For Survivors, e poi si riunisce a Crosby dopo oltre vent'anni per un nuovo album insieme.
“Behind The Shades” è un'inedita scritta da un vecchio amico, risalente al 2000. “Michael (Hedges Here)” viene registrata da Nash nel 2000 per poi confluire in versione diversa su Crosby & Nash (2004). “Fui devastato dalla perdita di Michael, non solo un musicista incredibilmente dotato ma anche il tipo d'uomo che mette in moto il cuore del mondo ogni giorno.”
“I Surrender”, “Live On (The Wall)”, “Grace” e “Jesus Of Rio” sono estratti da Crosby & Nash.
“Dirty Little Secret”, denuncia storica di un fatto di razzismo, è tratta invece da Songs For Survivors. Inedita invece “We Breath The Same Air”: “Mi è stata spedita, e ho pensato che fosse perfetta per gli Hollies”.
Chiude l'antologia la composizione più recente e inedita, datata 2008: “In Your Name”. “L'uccisione di esseri umani da parte di altri esseri umani nel nome del rispettivo 'Dio' mi è sempre sembrata blasfema e, giudicando dalle reazioni che abbiamo avuto in concerto, quello che ho scritto ha toccato un nervo scoperto. Questa canzone è una piccola preghiera. Vi auguro la pace.”
Gran parte dei brani sono presentati con mix alternativi ma, come già detto, le differenze sono molto sottili. Il pregio fondamentale, invece, è che Reflections propone i brani in versione rimasterizzata; il riversamento audio è impeccabile
Graham Nash è certamente stato uno dei migliori artisti della sua generazione e della scena musicale di cui fa parte (sebbene le sue origini siano inglesi); oltre che musicista è anche un eccellente fotografo (suo il libro Eye To Eye, 2004). Musicalmente, rispetto ai compagni di viaggio è stato forse quello più “inquadrato”, ovvero con meno escursioni fuori genere (che hanno caratterizzato, sopra tutti, Neil Young). Il suo timbro pop è una sorta di marchio di fabbrica. Ed è grazie a questa antologia che si può vedere dall'alto la sua produzione altrimenti spezzettata. Su questo aspetto dell'importanza di Reflections rimando alla recensione pubblicata lo scorso anno. Devo aggiungere però che nel tempo, ascolto dopo ascolto, il valore di Reflections non può che crescere e crescere.
Ci sono di sicuro moltissimi altri tesori negli archivi di Crosby Stills & Nash e speriamo che pian piano vengano svelati senza parsimonia, per quanto pubblicazioni del calibro di questa siano per forza uniche.


Leggi anche:
Reflections: la storia - pt.1, pt.2
Graham Nash: Songs for Beginners
Graham Nash: Songs for Survivors
David Crosby: Voyage
Tutti i post su Crosby Stills Nash & Young

19 marzo 2010

REFLECTIONS DI GRAHAM NASH - LA STORIA (PT.2)

[Update 29.6.2012]

Il trionfale tour di CSN&Y del 1974 è concluso e, nonostante un nuovo album non emerga a causa, così pare, di scarsità di materiale da parte del trio (o scarsa qualità), Graham Nash non è per nulla fermo creativamente parlando, né in declino qualitativo. E nemmeno Crosby: nel 1975 nasce il loro secondo album, Wind On The Water.
Il secondo cd di Reflections si apre con la suite “To The Last Whale”, che è forse la prima esplicitamente ecologista di Nash ed è influenzata anche dalle vacanze di mare che Crosby, proprietario di un veliero, condivide con Nash e Stills. E’ costituita da un’introduzione a cappella datata 1970 e dalla canzone vera e propria, incisa da Crosby e Nash nel 1975.
Si continua con la bellissima “Fieldworker”: “Nel 1975 fui invitato a un party dal mio amico David Geffen. Migliaia di dollari erano stati spesi, ogni cosa era impeccabile. […] Più tardi guidai verso i magazzini alimentari dei lavoratori immigrati nella città di Delano. Inutile dire l'assoluto contrasto con Los Angeles da cui provenivo, […] mi disturbò profondamente. Crosby e io abbiamo fatto molti concerti a beneficenza delle organizzazioni agricole.”
“Cowboy Of Dream” deriva dalla reunion di CSN&Y ed è ispirata in particolare da Young. Su “Love Work Out” partecipano molti musicisti tra cui Jackson Browne.

Tra il 1975 e il '76 Crosby & Nash sono già al lavoro sul terzo album, Whistling Down The Wire, dai toni più meditativi e rilassati. Vi appartengono “Marguerita” che deriva da “un pomeriggio soleggiato con amici in piscina”, e “Mutiny”, dal nome dell'hotel in cui alloggiano “a Miami nel 1976 per tentare un album di CSNY”.
Proprio da quelle session abortite proviene “Taken At All”, pubblicata anche sul box retrospettivo CSN del 1991, ma qui presentata “nell'originale mix che abbiamo trovato negli archivi... un take molto spontaneo”.

A fine 1976 iniziano i lavori per quello che forse è il vero capolavoro del trio CSN, l'omonimo album uscito nel 1977 con la barca in copertina. Nash, forse al suo apice creativo assoluto, arriva con una manciata di brani che di per sé sorreggono l'album intero. “Just A Song Before I Go”, fedelmente al suo titolo viene composta un'ora prima di volare da Maui a L.A.
“Cold Rain” nasce in Inghilterra durante una visita alla madre: dall'hotel “vedevo la gente andare e venire per i propri affari, combattendo contro la pioggia e il nevischio, e la canzone nacque delicatamente. David Crosby ti direbbe che se vuoi davvero capire Graham devi ascoltare attentamente questa canzone.”
Celebre è la genesi della leggendaria “Cathedral” e Nash la esplicita nelle note alla canzone. “Una bellissima e soleggiata mattina, a Londra, un mio amico e io prendemmo dell'acido e facemmo un giro in una limousine […]. Arrivammo alla Winchester Cathedral. Camminando per le navate della chiesa sentii una sensazione veramente strana alle gambe. Mi indusse a guardare in basso e scoprii che ero sulla tomba di un soldato ucciso lo stesso giorno in cui sono nato, 143 anni prima. Forse io ero lui? Lui era me?”
Pausa: che Nash ha meritato a pieno titolo, direi. Con Earth & Sky, terzo lavoro solista, si passa al 1979. Nel frattempo Nash ha acquisito la cittadinanza statunitense e ha fondato, insieme ad altri musicisti, la Musicians United for Safe Energy. Da qui comincia a evidenziarsi il distacco compositivo tra Nash e i compagni Crosby e Stills. Pur entrando in una decade musicalmente distruttiva per il loro genere, Nash si manterrà sempre un gradino più in alto.
“Barrel Of Pain” è una riflessione nonché denuncia su certe scelte nucleari del governo USA nei primi anni '70. “Magical Child” è dedicata al primo figlio di Nash e Susan, la sua seconda e attuale moglie, e nella canzone ci sono le prime note suonate dal bambino all’armonica.

Crosby Stills & Nash
Con “Song For Susan” e “Wasted On The Way” si entra a pieno titolo negli anni '80 e nel nuovo album di CSN, Daylight Again. Gli arrangiamenti artefatti che imponeva la moda del periodo penalizzano le composizioni e le armonie dei tre. Nonostante questo, molte composizioni sono pregevoli.
“Love Is The Reason” si colloca in questo periodo ed è tratta da una colonna sonora: “Il mio amico Cameron Crowe un giorno mi chiese se avevo una canzone per il suo primo film Fuori di Testa. Sul momento non l'avevo... ma due giorni dopo l'ho avuta.”
“Raise A Voice” (1983) è l'unico estratto da Allies, nuovo album parzialmente live di CSN. Negli anni successivi Nash incide diverse cose che finiranno in parte nel suo quarto album solista, Innocent Eyes (1986), in parte nella reunion poco felice di CSN&Y, American Dream (1988) e in parte resteranno inedite.
Abbiamo “Clear Blue Skies”, originaria del 1985 e poi presa da CSN&Y: “Sono stato fortunato a vivere nel Nord Pacifico per trent'anni. L'aria è pulita e luminosa e c'è un forte contrasto con cieli sopra molte città di questo pianeta dove l'aria è quasi irrespirabile. Penso che lo stato dell'ambiente sia cruciale per la sopravvivenza come specie.”
“Lonely Man” è un'inedita dedicata a Susan: “prima di incontrarla ero un uomo solo malgrado tutti i meravigliosi amici che avevo”. “Sad Eyes” è presa da Innocent Eyes, di nuovo dedicata a Susan.
“Water From The Moon” è un'altra inedita: “Stavo guardando gli Oscar e sentii il discorso di Linda Hunt […]. Disse che le risposte ai nostri problemi cadono come acqua dalla luna. Mi colpì la sua onestà e scrissi questa in risposta.”
“Soldiers Of Peace”, con la quale si chiude il secondo disco, è un dimenticabile brano tratto da American Dream.


continua...

Leggi anche:
Reflections: la storia - pt.1, pt.3
Graham Nash: Songs for Beginners
Graham Nash: Songs for Survivors
David Crosby: Voyage
Tutti i post su Crosby Stills Nash & Young

14 marzo 2010

REFLECTIONS DI GRAHAM NASH - LA STORIA (PT.1)


Scritto poco prima della grande nevicata, 9.3.2010

[Update 29.6.2012]


Fuori soffia un vento fuori stagione da far gelare le ossa e ascoltare Reflections di Graham Nash è come il fuoco di un caminetto. Ne ho già parlato qualche tempo fa, ma ascolto dopo ascolto la percezione di questa fenomenale antologia diventa sempre più chiara. Questi tre cd crescono come i germogli che vedo fuori dalla finestra. Vorrei scendere più nel dettaglio e seguire il racconto svolgersi, libretto sottomano.
Il primo disco si apre con tre estratti della band che segna l'esordio di Nash, gli Hollies, nati in Inghilterra nel 1961 e diventati celebri dal 1963 (in anticipo sia sui Byrds di Crosby che sui Buffalo Springfield di Young e Stills): “On A Carousel”, “Carrie Anne” (dedicata a Marianne Faithfull) e la superba “King Midas In Reverse”. Nelle note, Nash a proposito di quest'ultima dice: “La scrissi in Jugoslavia. La mia relazione con gli Hollies era già diventata tesa e, nonostante il disco venne acclamato dalla critica, commercialmente fu un fiasco. Lì capii che il mio tempo con la band stava per giungere al termine.” Anni dopo “King Midas”, autentico gioiello, verrà ripreso insieme a CSN e immortalato in 4 Way Street.
Nel 1967 David Crosby e Stephen Stills si portano via Nash (la loro leggendaria battuta: “Okay, chi di noi due va a rubarlo agli Hollies?”). Da quel momento nasce un sound che avrebbe più che influenzato, avrebbe scosso nelle sue basi una generazione e un'epoca musicale, per attraversare poi cinque decadi.
Dal primo disco di CSN (registrato all'inizio del 1969, una fin troppo linda e patinata produzione studio) troviamo qui i capisaldi di Nash. “Marrakesh Express” deriva dalla passione per “le storie di Allen Ginsberg e William S. Burroughs in Marocco alla fine dei '50, ed ero costantemente incuriosito da quel luogo e da quella cultura. Questa era la storia di un viaggio in treno da Casablanca a Marrakesh... Speravo di cogliere le visioni, i suoni e gli odori del viaggio.”
“Pre-Road Downs” (di cui celeberrima è la versione live in 4 Way Street) fu scritta per Joni Mitchell: “Realizzai che avremmo dovuto separarci mentre io andavo in tour con David e Stephen, e quanto sarebbe stato triste per me. Fu scritta nel salotto di casa sua a Laurel Canyon, nello stesso posto in cui noi tre cantammo insieme la prima volta”.
Infine “Lady Of The Island”, incisa in un solo take.



Joni Mitchel & Graham Nash
Si prosegue col naturale seguito di quel lavoro, ovvero i brani per Deja Vu registrati alla fine dello stesso anno. Secondo album per CSN ma primo nel “formato superiore” di CSN&Y: Neil Young infatti è chiamato in causa, all'inizio essenzialmente perché CSN sono a corto di musicisti per poter andare in tour. In Deja Vu, Young canta su pochi brani incisi in presa diretta, ma quelli a firma di Nash presenti qui sono prodotti da CSN allo stesso modo del primo album.
“Our House” nasce sempre a casa di Joni Mitchell: “Capitammo in un negozietto di antiquariato sulla cui finestra c'era un bellissimo vaso di cristallo che Joni volle comperare. Quando fummo a casa... apparve la canzone. A quel tempo era una cosa normale.”
A proposito di “Teach Your Children”, forse la sua pietra miliare, Nash dice: “Cominciai a capire che se non avessimo insegnato ai nostri bambini un modo migliore per relazionarsi al prossimo, l'immediato futuro dell'umanità era in dubbio.” La pedal steel è suonata da Jerry Garcia (Grateful Dead). La versione di Reflections è un mix alternativo.
“Right Between The Eyes” è la prima chicca, una versione studio incisa dal solo Nash a fine '69 (ma composta un anno prima, “una confessione a un amico”). La conoscevamo solo dal vivo su 4 Way Street.
Dal settembre 1970 fino ai primi mesi del ‘71, Nash incide il suo primo album solista, Songs For Beginners, collaborando con amici e colleghi (tra cui Crosby e Garcia). E’ un album fondamentale e Reflections ne offre un corposo estratto.
“I Used To Be A King” è idealmente l'evoluzione di “King Midas In Reverse”: “Finire un'intensa relazione e perdere quel 'filo d'argento' è devastante”. Deriva dalla rottura tra Joni e Graham, e anche “Simple Man” è frutto di quel triste momento. Ad amori successivi invece sono dedicate “Better Days” e “Sleep Song”.
“Man In The Mirror” deriva dalla “influenza degli scritti di George Orwell”. “Military Madness” è un inno contro la guerra ma è anche intimamente dedicata ai genitori: “E' triste dover cantare ancora questa canzone dopo quasi 40 anni”, scrive Nash.
Infine “Chicago/We Can Change The World” si riferisce ai subbugli di Chicago durante il Democratic Convention del 1968. Tutti questi brani sono presentati in missaggi alternativi, ma non differiscono molto dagli originali. Va sottolineato che, per chi non conoscesse gli album originali, questi mix sono altrettanto appetibili e le differenze sono davvero minime, quindi non stravolgono il brano, senza togliere né aggiungere niente.

Crosby & Nash
Alla fine del 1971 Nash e Crosby vanno in studio per il loro primo album come duo. Nash, in un aneddoto, racconta che incontrò Bob Dylan in un hotel e gli fece sentire la sua ultima composizione, “Southbound Train”: “Alla fine della canzone trattenni il fiato in attesa di un suo commento. Ci fu una lunga, lunga pausa. Poi lui disse 'Cantala di nuovo'. Io fremevo.”
“Immigration Man” ha certamente una genesi più divertente di quanto possa apparire: “Mi arrabbiai per il casino che fece l'ufficio immigrazione in un aeroporto canadese, così scrissi furiosamente il testo di questa canzone sulla prima pagina di Cronache Marziane di Ray Bradbury”.
All’inizio di un lungo e fecondo periodo creativo, dall'estate 1973 Nash comincia a lavorare al suo secondo album, Wild Tales. La title-track menziona “una delle più orribili storie a proposito del matrimonio” raccontata da un amico di Elliot Roberts (manager), “una storia vera, in ogni parola.”
Si passa poi a “Prison Song” (che cita il caso di un uomo incarcerato per dieci anni in Texas per il possesso di uno spinello) e “Oh! Camil (The Winter Soldier)” (dedicata a un soldato).
A proposito di “On The Line”, Nash racconta che un uomo, una volta, “mi raccontò la storia di come questa canzone gli cambiò la vita.” “Another Sleep Song”, infine, fu scritta nel salotto di Barbra Streisand: “Realizzai nuovamente che la fama non è tutto quello che si pensa. A quel punto della mia vita avevo bisogno di svegliarmi da ciò che mi stava succedendo.”
Anche questi brani sono proposti in mix alternativi. Il primo disco si conclude qui, al gennaio 1974.


continua...

Leggi anche:
Reflections: la storia - pt.2, pt.3
Graham Nash: Songs for Beginners
Graham Nash: Songs for Survivors
David Crosby: Voyage
Tutti i post su Crosby Stills Nash & Young

6 marzo 2010

GRAHAM NASH - SONGS FOR SURVIVORS

[Update 29.6.2012]
Ho letto recentemente un articolo dei primi anni 2000 che diceva che “questi signori più invecchiano e più migliorano”. Questi signori sarebbero Crosby, Stills e Nash. Quando l’ho letto ho pensato al disco Crosby & Nash del 2004 e mi sono detto che era vero in qualche modo. Poi, qualche giorno fa, ho acquistato Songs For Survivors, album di Graham Nash uscito nel 2002 e mi è tornata in mente quella frase. Vera, assolutamente, e ho capito molto bene cosa intende, almeno dal mio punto di vista.
Questi signori sono tornati all’essenza espressiva e compositiva, superando le artificiosità del periodo di metà carriera. Superati cioè gli anni ’80 e il nuovo rock dei primi anni ’90, questi cosiddetti hippie hanno ritrovato il loro sound senza bisogno di aggiungere niente, se non arricchendolo con moderni ma dosati arrangiamenti persino più pregnanti di quelli d’un tempo. Ad esempio grazie alla collaborazione con nuovi talenti, diretti eredi della loro musica, in grado di dare nuovi input creativi (Pevar e Raymond, con cui Crosby ha fondato il progetto CPR).
E guardateli dal vivo. Le loro chitarre e la band fanno un lavoro straordinario, le loro voci sono più rauche, più incisive e più sagge, e i vecchi cavalli di battaglia ne traggono incredibile giovamento. Le nuove composizioni non sono dissimili a quelle che preferiamo e che prendiamo come irremovibile riferimento, e si lasciano alle spalle con gioia gli errori della mezza età, come una sorta di cerchio che si chiude.



Songs For Survivors è l’ultima opera discografica – per ora – del solo Nash, accompagnato da vari elementi e con varie collaborazioni all’interno (tra cui l’immancabile Crosby). Ed è una prova di questa teoria, così come Crosby & Nash del 2004, e certamente molto più di Looking Forward che nel 1999 segnava il ritorno del supergruppo Crosby Stills Nash & Young. Sembra infatti che questi signori siano micidiali sul palco tutti insieme, ma discograficamente parlando trovino la serenità e l’ispirazione necessaria una volta distaccati, o al massimo presi a coppie. E così Nash dà il meglio nel suo album personale (registrato nel 2000 anche se uscito due anni dopo).
Un album da ascoltare attentamente, testi sottomano, e da riascoltare numerose volte. Nash, si sa, è sempre stato il poeta dell’amore, della pace e della vita, e l’inquisitore di ogni ingiustizia morale ed ecologica. Non troviamo un tema portante nell'album, ma tanti piccoli frammenti che costituiscono un quadro generale della sua poetica.
“Dirty Little Secret” è una denuncia storica, “la violenza razziale al suo peggio” come dice Nash (nelle note alla canzone in Reflections, il suo box set antologico). Una partenza trascinante che scivola poi in “Blizzard of Lies”, piacevole ballad. “Lost Another One” è probabilmente uno dei pezzi più significativi, dove Nash (parlando per tutta la sua generazione) fa i conti con l’incedere del tempo e lo scomparire dei vecchi amici: “All along we thought we’d do another show / and write another song, but I guess we’ve lost another one”.
Riflessiva e malinconica, ma non facilmente triste, anzi melodicamente trascinante, in un binomio molto ben riuscito che porta il marchio del suo compositore.
“The Chelsea Hotel” è una delle gemme, oscura, introspettiva, ricca d'immagine. Qui Nash cita James Raymond: “is writing of poets and painters […] / a lover of his art, a lover in his heart”.
Gli episodi successivi, “I'll Be There For You” e “Nothing in the World” sono temi d'amore che passano abbastanza lisci e indifferenti; decisamente meglio “Where Love Lies Tonight” che rinnova la stessa tematica.
L'ultima parte dell'album regala autentici capolavori: “Pavanne” (cover di Linda Thompson) catapulta l'ascoltatore indietro di trent'anni con una melodia chitarristica da brividi e bellissime armonie vocali. “Liar's Nightmare” è un pezzo assolutamente fuori dallo stile di Nash, un lungo (oltre 8 minuti) incedere prosaico che si avvicina molto a Young e a Dylan (su Reflections è presente in versione live e acustica, ma l'originale è già perfetto). Nash afferma di averlo scritto sotto sedativi dopo un’operazione al ginocchio, riprendendo una vecchia melodia degli anni ’50 ripresa anche da Dylan.
Infine la dolce chiusura di “Come With Me”, classica e concisa.
Songs For Survivors ha decisamente più di quanto faccia intendere il titolo, e lo consiglio davvero agli estimatori di questi signori.
In Reflections c’è una out-take dell’album, “We Breathe The Same Air”, non scritta da Nash ma al quale fu spedita, che ricorda lo stile degli Hollies (la band d’esordio di Nash).

 
Leggi anche:
Graham Nash: Reflections (recensione)
Reflections: la storia - pt.1, pt.2, pt.3
Graham Nash: Songs for Beginners
David Crosby: Voyage
Tutti i post su Crosby Stills Nash & Young

2 marzo 2010

UN ANNO DI BEATBLOG

Buon compleanno, Beatblog ha compiuto il suo primo anno di vita.
Quando lo inaugurai pensavo che sarebbe stato il mezzo per diffondere le mie storie, i miei appunti, la mia personale e privata e intima letteratura, mentre invece ha subito preso una piega diversa e oramai si può dire che è dedicato al mondo della letteratura beat (Jack Kerouac, per ora) e al mondo della musica (Neil Young e pochi altri). Non credo sia il caso di cominciare a imbottirlo di tutt’altre cose, visto che funziona bene così.
Be’, servitevi pure una fetta di torta e non lesinate a prosecco, e grazie di essere venuti alla festa.

13 febbraio 2010

KEROUAC: TRISTESSA



Tristessa narra delle settimane trascorse a Città del Messico prima nell’agosto 1955 e poi nel settembre 1956. Jack vive con William Garver, amico di William Burroughs, il quale se n'è andato poco prima lasciando l’appartamento a Garver. Nel libro di Kerouac, Garver è chiamato Old Bull e fa pensare a William Burroughs, ma non si tratta di lui, anche se sicuramente l’intenzione era quella di incrociare e fondere insieme questi due incredibili personaggi: dietro ai discorsi di Old Bull Garver, nel libro, è facilissimo intravedere l'ombra di Burroughs.
Garver e Jack si riforniscono di droga da Esperanza Villanueva, una prostituta conosciuta da Jack anni prima quando a Città del Messico viveva Burroughs (Jack narra di una memorabile visita a casa di Bull anche in Sulla strada). Appena arrivato Jack lavora sulle poesie di Mexico City Blues e, una volta terminato, in una sola notte a lume di candela scrive la prima parte di Tristessa.
Incentrato su Esperanza, il cui alter-ego è appunto Tristessa, il libro ha un tono non casuale di triste ironia. La prima parte non si discosta dallo stile compositivo del periodo: un flusso libero di vicende e annotazioni intime e sentimentali. Storie di droga e di persone, un andirivieni frenetico che rispecchia esattamente la situazione a casa di Jack e Garver. Jack snocciola fluidamente dei brevi capitoli, ma l’impressione generale, tolto qualche momento, è che non arrivi a niente di significativo.
L’anno dopo, di ritorno dalla solitaria esperienza sulle montagne raccontata in Angeli della desolazione (che inizia a scrivere subito dopo aver concluso Tristessa), Jack si accorge che lì a Città del Messico tutto è cambiato. Garver ed Esperanza sono in condizioni patetiche e preoccupanti. Completa quindi il romanzo con una seconda parte nettamente distaccata dalla prima. La scrittura è più intima e ricca e fa breccia laddove, nella prima parte, tutto era lasciato in sospeso nella frenesia dell’azione: il dilemma di Jack, platonicamente innamorato di Esperanza, il suo struggersi di desiderio fisico (che l’anno prima ha deciso di non appagare, fermamente preso dal buddhismo: è la fase più “zen” del suo credo) e il suo dolore per il fatale destino della ragazza. Questa seconda parte, più breve, è quella che spicca maggiormente e in cui si riconosce il Kerouac dei testi migliori. In generale però, Tristessa si colloca nella bibliografia del suo autore come un libro di secondo piano (specialmente se confrontato con il resto della produzione dello stesso periodo: Mexico City Blues e Angeli della desolazione).
Va precisato che l’edizione italiana Sugarco (l’unica in commercio) è stata tradotta moltissimi anni fa. Alla luce della resa delle nuove traduzioni di altri romanzi (per varie edizioni Mondadori), è probabile che una parte dell'efficacia originale si perda in questa traduzione datata, poiché si avverte un'eccessiva standardizzazione e italianizzazione dell'espressione. Basta confrontare l’incipit di Sulla strada nella sua vecchia traduzione con quello della nuova per capire quanto Kerouac possa uscire penalizzato da una traduzione.

Cronologia bibliografica aggiornata
Tutta la retrospettiva su Jack Kerouac: il romanzo di una vita

30 gennaio 2010

KEROUAC: VISIONI DI GERARD



"Ah, e i venti sono freddi e soffiano una polvere che così desolata neanche all’inferno saranno mai capaci d’inventare, qui nel nord della Terra, dove le pur calde speranze umane non riescono ad eliminare lo spiffero […]. Gerard e io ci raggomitoliamo nel letto caldo e pieno d’allegria del mattino, timorosi di uscirne – E’ come ricordare il tempo prima d’esser nati quando il destino era a portata di mano e il Karma di costrinse a uscire per iniziare la vicenda."
Jack Kerouac, Visioni di Gerard

Gerard è in Jack per tutta la sua vita. Mentore e guida spirituale, San Francesco idealizzato, il fratello morto a nove anni – quando Jack ne aveva la metà – rappresenta nella vita e nella letteratura di Kerouac tutto ciò che lui non è, che l’Uomo – in senso collettivo – non riesce a essere, a raggiungere. Nel suo cammino buddhista, Jack aspira ad arrivare al Santo Gerard, l’essere di luce.
È difficile descrivere il senso di enormità che fuoriesce dalle pagine di Visioni di Gerard. Il senso è forse l'elemento su cui il testo è interamente costruito: la sensibilità, le emozioni, il senso dell’essere, il senso della vita e della morte. Pertanto, “senso” nelle sue varie accezioni. Si può leggere questo libro come una parabola, ma non è sufficiente. Jack decide di fare i conti con il ricorrente pensiero di Gerard e la sua infanzia che ritorna, e getta fuori tutto nel modo che gli riesce meglio. Difficile trovare libri più veri di questo, partoriti come in sogno e che mantengono la consistenza di un sogno. Il pensiero ragionato, frutto di un senno-di-poi adulto, viene lasciato fuori, appena accennato nel sognante lirismo con cui Jack descrive spazi e tempi, luoghi e momenti.