6 marzo 2010

GRAHAM NASH - SONGS FOR SURVIVORS

[Update 29.6.2012]
Ho letto recentemente un articolo dei primi anni 2000 che diceva che “questi signori più invecchiano e più migliorano”. Questi signori sarebbero Crosby, Stills e Nash. Quando l’ho letto ho pensato al disco Crosby & Nash del 2004 e mi sono detto che era vero in qualche modo. Poi, qualche giorno fa, ho acquistato Songs For Survivors, album di Graham Nash uscito nel 2002 e mi è tornata in mente quella frase. Vera, assolutamente, e ho capito molto bene cosa intende, almeno dal mio punto di vista.
Questi signori sono tornati all’essenza espressiva e compositiva, superando le artificiosità del periodo di metà carriera. Superati cioè gli anni ’80 e il nuovo rock dei primi anni ’90, questi cosiddetti hippie hanno ritrovato il loro sound senza bisogno di aggiungere niente, se non arricchendolo con moderni ma dosati arrangiamenti persino più pregnanti di quelli d’un tempo. Ad esempio grazie alla collaborazione con nuovi talenti, diretti eredi della loro musica, in grado di dare nuovi input creativi (Pevar e Raymond, con cui Crosby ha fondato il progetto CPR).
E guardateli dal vivo. Le loro chitarre e la band fanno un lavoro straordinario, le loro voci sono più rauche, più incisive e più sagge, e i vecchi cavalli di battaglia ne traggono incredibile giovamento. Le nuove composizioni non sono dissimili a quelle che preferiamo e che prendiamo come irremovibile riferimento, e si lasciano alle spalle con gioia gli errori della mezza età, come una sorta di cerchio che si chiude.



Songs For Survivors è l’ultima opera discografica – per ora – del solo Nash, accompagnato da vari elementi e con varie collaborazioni all’interno (tra cui l’immancabile Crosby). Ed è una prova di questa teoria, così come Crosby & Nash del 2004, e certamente molto più di Looking Forward che nel 1999 segnava il ritorno del supergruppo Crosby Stills Nash & Young. Sembra infatti che questi signori siano micidiali sul palco tutti insieme, ma discograficamente parlando trovino la serenità e l’ispirazione necessaria una volta distaccati, o al massimo presi a coppie. E così Nash dà il meglio nel suo album personale (registrato nel 2000 anche se uscito due anni dopo).
Un album da ascoltare attentamente, testi sottomano, e da riascoltare numerose volte. Nash, si sa, è sempre stato il poeta dell’amore, della pace e della vita, e l’inquisitore di ogni ingiustizia morale ed ecologica. Non troviamo un tema portante nell'album, ma tanti piccoli frammenti che costituiscono un quadro generale della sua poetica.
“Dirty Little Secret” è una denuncia storica, “la violenza razziale al suo peggio” come dice Nash (nelle note alla canzone in Reflections, il suo box set antologico). Una partenza trascinante che scivola poi in “Blizzard of Lies”, piacevole ballad. “Lost Another One” è probabilmente uno dei pezzi più significativi, dove Nash (parlando per tutta la sua generazione) fa i conti con l’incedere del tempo e lo scomparire dei vecchi amici: “All along we thought we’d do another show / and write another song, but I guess we’ve lost another one”.
Riflessiva e malinconica, ma non facilmente triste, anzi melodicamente trascinante, in un binomio molto ben riuscito che porta il marchio del suo compositore.
“The Chelsea Hotel” è una delle gemme, oscura, introspettiva, ricca d'immagine. Qui Nash cita James Raymond: “is writing of poets and painters […] / a lover of his art, a lover in his heart”.
Gli episodi successivi, “I'll Be There For You” e “Nothing in the World” sono temi d'amore che passano abbastanza lisci e indifferenti; decisamente meglio “Where Love Lies Tonight” che rinnova la stessa tematica.
L'ultima parte dell'album regala autentici capolavori: “Pavanne” (cover di Linda Thompson) catapulta l'ascoltatore indietro di trent'anni con una melodia chitarristica da brividi e bellissime armonie vocali. “Liar's Nightmare” è un pezzo assolutamente fuori dallo stile di Nash, un lungo (oltre 8 minuti) incedere prosaico che si avvicina molto a Young e a Dylan (su Reflections è presente in versione live e acustica, ma l'originale è già perfetto). Nash afferma di averlo scritto sotto sedativi dopo un’operazione al ginocchio, riprendendo una vecchia melodia degli anni ’50 ripresa anche da Dylan.
Infine la dolce chiusura di “Come With Me”, classica e concisa.
Songs For Survivors ha decisamente più di quanto faccia intendere il titolo, e lo consiglio davvero agli estimatori di questi signori.
In Reflections c’è una out-take dell’album, “We Breathe The Same Air”, non scritta da Nash ma al quale fu spedita, che ricorda lo stile degli Hollies (la band d’esordio di Nash).

 
Leggi anche:
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Reflections: la storia - pt.1, pt.2, pt.3
Graham Nash: Songs for Beginners
David Crosby: Voyage
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