1 agosto 2010

CROSBY, STILLS & NASH @ LUCCA 18-7-2010

“I'm sick tonight” (sono malato stasera) dice Crosby a poco più di metà serata, e in effetti gli allungano una sedia e se ne sta comodo per gran parte dello show. Poi intona “Guinnevere”, una delle sue pietre miliari, che per fortuna può eseguire da seduto con l'acustica, quasi fosse davanti al caminetto. Peccato per “Delta” e “Almost Cut My Hair” che solo a Lucca sono mancate – “la stiamo aspettando tutti” dice di quest'ultima un ragazzo scatenatissimo nella fila dietro di me, ed è vero, ma pazienza. All'inizio c'è stata “Long Time Gone”, poi “Wooden Ships” e “Dejà Vù”, e la voce di Crosby è un po' debole ma non cede mai: la dosa con parsimonia.
Nash ha le redini, parla, presenta i pezzi, la band, è scalzo, la sua fisionomia sul palco è la più saettante e attiva, la sua voce probabilmente è quella al top. Da “Military Madness” a “Marrakesh Express” a “Cathedral” a “Chicago” a “Our House” all'inno conclusivo “Teach Your Children”, passando per la rara “In Your Name” (l'unica canzone di produzione recente), Nash ha regalato il repertorio più ad ampio spettro e i suoi cori da brivido insieme a Crosby.

Stills è in forma nonostante risenta parecchio dei suoi problemi alla bocca: il suo cantare così come il suo parlare si è trasformato in un biascicare, ma il suo timbro c'è ancora. In ogni caso Stills è uno che parla più con la chitarra, è lui il virtuoso del trio: a lui la prima chitarra elettrica, gli assoli e in pratica metà dell'arrangiamento dei celebri brani di CSN. Ha aperto il concerto con “Woodstock”, poi “Southern Cross”, “Helplessly Hoping”, ma come prima voce canta decisamente meno rispetto a un tempo.
Stills si lancia anche nella “Long May You Run” di Neil Young (“ogni volta ci troviamo indecisi su quale canzone di Neil fare... ne ha parecchie” scherza Nash), e ne esce una veste che lascia un po' interdetti, ma è comunque piacevole e persino commovente nel ritornello a tre voci. Il trio porta in tour alcune cover di brani rock che costituiranno il nucleo di un disco cover su cui i tre sono al lavoro da un po'. Quindi nella scaletta del concerto sono apparse “Midnight Rider”, “Girl From The North Country”, “Norvegian Woods”, “Behind Blue Eyes”, quest'ultima particolarmente incalzante in veste elettrica.
Con CSN si assiste a un concerto di magia e di maestria, specialmente se alle spalle ci sono Pevar e Raymond (e l'italo-americano batterista Vitale). Qualcuno ha scritto che al giorno d'oggi è meglio gustarsi CSN con i vecchi dischi piuttosto che a un concerto dove la media d'età è 50. Stronzate. L'età non aveva media, andava dai 20enni ai 60enni, dagli italiani prenotati con lungo anticipo agli stranieri in vacanza che cercavano i biglietti all'ultimo minuto. Quattro date in Italia, paese sterile a questo tipo di cultura, e non avanzavano molte sedie vuote. Per quanto riguarda il concerto dal vivo, vedere e ascoltare oggi questi “dinosauri”, monumenti in carne e ossa, è molto più che un semplice privilegio. In questo decennio i loro concerti, anche grazie alla band, hanno assunto la perfezione e l'equilibrio che la loro musica richiedeva. E le loro voci, tolti i problemi di Stills, sono persino meglio d'un tempo, più calde, sagge, dosate.
A mio avviso l'unico problema di questo tour è che nessuno dei tre ha proposto materiale recente o più raro, a parte la sola “In Your Name” di Nash. Fino al 2008 si sono sentiti brani dall'ottimo disco del 2004 di Crosby e Nash, o dall'ultimo di Nash, o dall'ultimo di CSN&Y. Oppure le cose un po' meno celebri dai primi dischi di Crosby e Nash o dallo stupendo CSN del 1977 (di cui fortunatamente Nash ha eseguito “Cathedral”). Insomma l'unica pecca sta nel fatto di sentire solo il repertorio più “trito”: ma la quasi totalità del pubblico chiede proprio questo.















(Foto dell'autore)

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