28 settembre 2010

LUOGO-PSICHE IN KEROUAC E BALLARD

Riflessioni sul rapporto luogo-psiche – o paesaggio-anima dedicato a chi ha letto e conosce bene i lavori di James G. Ballard e Jack Kerouac (e a chi non li conosce... leggeteli e poi tornate qui!).
Il paesaggio come estensione dell'anima non è un concetto nuovo: è stato elaborato ampiamente e superbamente da menti molto diverse tra loro. Tra quelle che ho avuto il piacere di incontrare nelle mie letture, Jack Kerouac e James G. Ballard si possono collocare a cento miglia di distanza in termini di stile narrativo e visione del mondo, ed è stupefacente come si congiungano assieme all'ombra di questo supremo concetto.
Kerouac parla del paesaggio e dell'anima in termini personali e ci racconta ogni sfaccettatura – dal fatto al pensiero – filtrata dai suoi occhi: quello che scrive altro non è che un infinito e labirintico diario. Ballard crea personaggi, situazioni e storie per esternalizzare in modo estremo il rapporto luogo-psiche e facendo una sorta di analisi/diagnosi del comportamento umano.

James G. Ballard (1930-2009)
Procedendo alla lettura di Kerouac e Ballard si incontrano punti in comune: si potrebbero fondere insieme scene dell'uno e dell'altro per avere due punti di vista complementari della stessa cosa, della stessa persona. I bisogni che fanno muovere Kerouac e i personaggi di Ballard sono fondamentalmente gli stessi. Primo: muoversi liberamente tra le contorsioni della società, sia partecipandovi attivamente che subendola passivamente, con la consapevolezza di come essa influenzi l'individuo. Secondo: ambire all'armonia con il contesto, sia esso quello artificiale che quello naturale. Due desideri opposti e contraddittori che coesistono in noi in modo molto più tangibile del dualismo bene/male.
In nessun caso uno dei due riesce a prevalere e c'è un costante movimento di andata e ritorno. Ballard, utilizzando scenari di fantasia (un futuro fantascientifico o un presente "estremo", sebbene si basi su elementi reali e ben radicati nella nostra realtà quotidiana), pone l'uomo di fronte a paesaggi potenti – città sommerse dall'acqua o dalla sabbia, foreste primitive, immacolati villaggi vacanze o supercondomini supercontrollati. Kerouac è fedele invece alla "povertà" della realtà che lo circonda, per così dire alla "sporcizia delle strade", ai fermenti artistici delle metropoli e ai boschi e alle autostrade dell'America. Ma l'apparente dislivello si annulla: in entrambi la psiche assume un comportamento di reverenza e di catarsi nei confronti del luogo fisico in cui si trova, e il personaggio viene spinto (o ambisce) al suo grado zero, il suo livello più istintivo, spontaneo, naturale, privo di costruzioni artificiali che lo appesantiscono. Scatta quindi la ribellione dai contorni limitativi del corpo e della restrizioni sociali ed etiche.
Il personaggio di Ballard finisce per dissolversi nel nuovo paesaggio, identificandosi con comportamenti e in un contesto dapprima incompresi (considerati alla stregua della pazzia) oppure regredendo a un vero e proprio stato mentale primordiale. Kerouac si lancia in una ricerca personale, fatta di osservazioni e meditazioni, sempre al confine tra la filosofia spicciola, la fede religiosa, le fascinazioni dei vizi terreni, per tentare disperatamente di comprendere ciò che sente e di fissarlo in prosa in modo che sia nero su bianco, e pertanto definitivo (una risposta certa, che naturalmente vale solo per l'attimo in cui è stata colta). In entrambi i casi l'esito non è mai lo stesso: talune volte il personaggio è destinato a smarrirsi, altre a raggiungere almeno temporaneamente un nuovo equilibrio. Non esiste però una tesi finale, un epilogo definitivo, e l'istante successivo le carte vengono di nuovo rimescolate.
Quello che conta è la visione generale di questi meccanismi: la psiche altera il luogo, il luogo altera la psiche. Il paesaggio esterno e la mente/anima rappresentano l'uno l'estensione dell'altra e sono in costante e reciproco rapporto. Il paesaggio si lega inevitabilmente al concetto del viaggio, elemento che da sempre ci affascina, e che ha radici molto antiche nell'immaginario e nel nostro inconscio.
Questo tipo di sensibilità ci accomuna tutti: è un'impronta digitale collettiva, dell'umanità intera. Le arti la colgono, la interpretano, ci aiutano a comprenderla o anche solo a segnalarci che esiste: un patrimonio umanitario e un'inesauribile ricchezza individuale.

Jack Kerouac, 1922-1969

1 commento:

  1. James G. Ballard non lo conosco ma ora che ne sento parlare da te lo leggerò

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