8 ottobre 2010

NEIL YOUNG: LE NOISE

Io non ho mai pensato che Neil Young avesse smesso di scrivere belle canzoni, anche nel dibattutissimo decennio appena concluso. Perché lo considero un artista completo, a tutto tondo, e capisco che la sua creatività è una reazione istintiva. Quando esce una sua nuova opera, si deve considerare l'autore nel suo insieme. Come si potrebbe commentare o recensire un disco considerandolo separato dai precedenti, come se si trattasse di un musicista esordiente? Non ha senso.
Un appassionato di Young dovrebbe essere anche più competente nel fare i confronti giusti. Ma spesso non è così, nemmeno tra i critici “ufficiali”. In parole povere, piantiamola di prender fuori After The Gold Rush o Tonight's The Night e fare questo genere di confronti. E' quasi imbarazzante e se Young fosse davanti a noi non avremmo neanche il coraggio di dirglielo. E' ovvio che non ci sarà mai più un Gold Rush o un Harvest... Quello che non entra in certi cervelli è: è giusto che sia così. E' un metro di giudizio sbagliato a priori. E' la storia. Potrei anche aggiungere, ridacchiando, che persino Gold Rush, Harvest e Tonight's The Night furono affossati da una parte di critica e pubblico quando uscirono. Oggi li usiamo come metro di giudizio.
La conseguenza del pensare che un artista non ripeterà mai più i suoi momenti di massimo splendore – un po' come un'antica civiltà – porta a concludere che l'artista non ha più motivazioni per continuare a esprimersi, o comunque che non ne valga più la pena e che sia un'obbligata delusione per chi va a comprare il disco. Ogni nuova opera diventa un fallimento che si aggiunge, il cambiare diventa un esercizio di stile o un tentativo estremo e magari vergognoso.
Non condivido questo tipo di pensiero, tanto meno se l'artista in questione ha dimostrato, sia in senso artistico che in senso umano, ciò che ha dimostrato Neil Young. Certe sue scelte, lo so, sono sembrate bizzarre e lasciano un po' il tempo che trovano, ma il suo songwriting non ha mai ceduto, è soltanto mutato col mutare dell'uomo che sta dietro. E la verità è lontana anni luce, si capisce, da stronzate come la seguente dichiarazione di un critico (!?) americano, su cui sono capitato tempo fa: la sfrontatezza e l'immediatezza di Living With War è sullo stesso piano di Britney Spears che canta “Ops, I did it again”. L'unica risposta che mi viene da dare a questo eminente critico è: cambia mestiere.
Il decennio appena trascorso può avere avuto alti e bassi, ci possono essere state canzoni splendide come altre piuttosto riempitive, ma quello che non è cambiato è il motore della creatività di Young. La sua anima, la sua musa. Il fatto che cose da dire, sa come dirle, e sa cosa suonarci sopra.
Facciamo un passo indietro e scendiamo in dettaglio sull'ultimo anno, che inaugura un nuovo decennio. Già i decadentisti ci hanno insegnato che lo stato di “malattia” è privilegiato per l'artista. La creazione assume vitale importanza e l'artista ne è assorbito come in una dipendenza, al punto che si rivela per tutto ciò che è, ottenendo risultati originali. La “malattia” altro non è, almeno per Young, che un “periodo buio”. In quello celebre a cavallo tra 1972 e '75 ha prodotto la triade Time Fades Away/On The Beach/Tonight's The Night. Poi le cose si sono appianate. Poi un altro periodo scuro personale lo ha portato all'eclettica produzione di metà anni '80. E infine le cose si sono appianate ancora.
Questo sembra essere un periodo "grigio" per un artista che ha raggiunto i 65 anni. Young lo sa: a partire dalla nostalgia unita a misticismo che emergeva in Prairie Wind – guarda caso un anno triste il 2005: l'intervento per l'aneurisma e la morte del padre – Neil ha preso coscienza dell'ingresso nella terza età e nell'ultima fase della carriera. Ne ha ricavato, però, come al solito, una nuova spinta in avanti in termini creativi.
E qui arrivo al secondo punto. Neil Young è un artista a tutto tondo e reagisce istintivamente con la creatività agli stimoli che ha intorno. Una mattina fa colazione e rigira il cucchiaino nel latte... e gli balena una canzone sul ciclo delle cose. E' solo un esempio che mi sono inventato ora come ora, ma può anche essere successo (non mi stupirebbe). Neil sa dove è arrivato, gli frullano in testa tutte queste cose, la vecchiaia, i traguardi, "l'ultimo viaggio". Forse, semplicemente, è vedere il bicchiere sempre mezzo pieno anziché mezzo vuoto.
La morte di persone care ha un peso schiacciante, questo lo capiamo tutti. Ecco che un anno di lutti (Ben Keith, Larry Johnson) si unisce a tutto il resto e colpisce Neil come una mazzata. Com'è ovvio, ciò ha delle conseguenze nella produzione artistica. D'altra parte è la storica band di Neil Young ad aver iniziato a disgregarsi: se n'è andato Ben Keith, con lui sin da Harvest. Qui non si tratta di fare dichiarazioni e prendere posizioni etiche o politiche: qui si tratta della sua musica e della sua vita che, dall'interno e fuori dal suo controllo, cominciano a svanire.
Arriviamo quindi a Le Noise. Che, all'inizio dell'anno, avrebbe dovuto intitolarsi diversamente ed essere un semplice e tradizionale album acustico – una conseguenza logica, in fondo – sulla riga di Silver & Gold (2000). Ma forse i limiti gli erano evidenti sin dall'inizio. Forse Neil Young non si sentiva più molto rappresentato da questo (...sento già le voci che avrebbero commentato “ennesima inutile emulazione di Harvest”...). Forse ha sentito puzza di ruggine e, con l'esperienza di quarant'anni in questo campo, con una telefonata a Daniel Lanois ha spruzzato l'antiruggine.



Le Noise è nato quando Young ha telefonato al produttore Daniel Lanois dopo che entrambi avevano espresso desiderio di lavorare insieme. Lanois è famoso per aver lavorato con gli U2, ma ha fatto cose anche migliori con gente come Bob Dylan, Willie Nelson, Robbie Robertson e Emmylou Harris.
Di Le Noise si devono considerare due aspetti: quello sonoro e quello compositivo, sebbene essi risultino in un eccellente “tutto”. Infatti la veste di Lanois, che ha uno spirito di ricerca sonora, è la cosa più dibattuta del disco. Ha garantito a Young un impatto diverso, originale, il più vicino allo spirito delle canzoni e dello stesso Young in questo momento. Come ha detto in diverse interviste, ha ottenuto qualcosa che lo rappresentasse davvero.
Va sottolineato che il lavoro di Lanois non è invadente. La sperimentazione sonora, in questo caso, consiste nel suono della chitarra in assoluto primo piano, contornato di riverberi (naturali, registrati nelle infinite stanze di villa Lanois) e da qualche effetto manipolato, per esempio ripetizioni di frammenti della voce di Young. Il tutto fatto ad arte, senza sbavature anti-ritmiche o fuori tono. Lanois sa il fatto suo, e non è facile “giocare” in questo modo con i suoni. Il discorso si fa personale a seconda che si apprezzi questo genere di sound piuttosto che la levigatura patinata alla Eagles o il classico impianto rock band alla Springsteen.
L'equilibrio di Le Noise sta nel fondere perfettamente la spontaneità rugginosa di Young con la sua stessa elevazione a un sound originale, messa in atto da Lanois. Questo porta a un risultato superiore rispetto a quanto Young stesso abbia fatto negli ultimi anni, perché una pecca della sua produzione recente è appunto una non-cura dell'aspetto produttivo che è andata un po' troppo al di là del concetto “fissiamo la spontaneità” (ha per esempio affossato, secondo me, un ottimo brano come “Spirit Road” in Chrome Dreams II).
Young non è nuovo alle sperimentazioni né alle collaborazioni. E' sbagliato pensare che Le Noise è un'operazione per vendere la collaborazione Young+Lanois (ebbene sì, qualcuno ha detto anche questo). Sappiamo che Young non ragiona proprio in questi termini. La sua carriera procede tra alti e bassi non solo di vendite o popolarità, ma anche di generi e influenze musicali. Fa parte del gioco, direi che è molto naturale avere un disco del genere dopo tortuosi cinque anni da Prairie Wind.
Le Noise non avrebbe comunque riscosso l'accoglienza che, nella maggior parte dei casi, sta ricevendo se non fosse stato un album “migliore” da un punto di vista compositivo. La veste sonora, infatti, accresce una solida base di contenuto: Lanois non poteva certo salvare un album vuoto, e lui stesso ha consigliato a Young una certa selezione nei pezzi (a questo proposito va detto che non ci sono “Leia” e “You Never Call” proposte nel tour, che vanno ad aggiungersi alla lista Archives).
Le Noise è un disco denso e compatto ed è decisamente al di sopra delle ultime produzioni younghiane. Nell'apertura di “Walk With Me” Neil esorta tutti (noi pubblico e, nell'intimità, i suoi cari) a seguirlo in un viaggio che non vuole fare da solo. Una dichiarazione che non intende i 38 minuti del disco ma si rivolge al suo nuovo, conclusivo futuro.

Daniel Lanois
Nelle canzoni di Le Noise, Neil fa il punto della situazione. Lo aveva fatto in Prairie Wind da un punto di vista intimistico e nostalgico. Qui lo fa spaziando con lo sguardo tra se stesso e il mondo che lo circonda nelle sue varie sfumature. Alcune canzoni sono aperte dichiarazioni, come “Walk With Me”. “Love And War”, per alcuni il capolavoro, è sincera in un modo quasi imbarazzante: Neil riflette sulla posizione ambigua del cantautore pacifista, ma non è proprio un'ammissione di sconfitta. Come ho letto in una recensione, Neil Young in Le Noise si pone molte domande che soppesa attentamente (sulla guerra e su tutto) senza tentare di declamare risposte.
In “Hitchhiker” (canzone molto vecchia recuperata con astuzia, perfettamente in equilibrio con il resto del materiale) dopo aver raccontato delle droghe assunte in gioventù, non cerca scuse o giustificazioni, e nell'ultimo verso cita amici e nemici, persi o ancora lì con lui, e finisce col ringraziare i figli e la fedele moglie. “Angry World” è alla stregua di un pensiero colto sul nascere, una puntualizzazione da cronaca: “è un mondo arrabbiato sia per l'uomo d'affari che per il pescatore” (del Golfo, dove non c'è molto da pescare in questi giorni). Semplice, immediata, cattiva come sa fare Young, ma non scontata.
“Sign Of Love” e “Someone's Gonna Rescue You” sono canzoni più nello stile tipico di Young, con riferimenti sia al suo personale mondo interiore che all'esteriore, musicalmente forse più “di maniera”. Nella prima Neil parla di capelli argentati e poco tempo rimasto. La seconda, accattivante, ci fa domandare di chi stia parlando; chi deve essere salvato, e da cosa? Anche la conclusiva “Rumblin'” è su questa riga di ambiguità tra ammissione e rivelazione, ma è molto più forte. “Quando imparerò come sentirmi? Quando imparerò come ripagare?” “La Terra gira e cambia lentamente, sento scuotersi il terreno”.
Con “Peaceful Valley Boulevard”, altro masterpiece, Young torna a rivisitare nel suo modo inti-mistico la storia americana, spaziando qui dal Far West alle auto elettriche, dicendo semplicemente quello che succede. Non c'è cinismo, non ci sono domande, c'è solo quell'ultimo spiazzante verso: “un bambino è nato e si domanda perché”.
In conclusione, sì, è bello che Neil si metta sempre in gioco anziché riposare sugli allori. Ma non è tutto qui, chiaramente non può essere questa la base per apprezzare un disco di Neil Young, e Le Noise, a mio parere, lo dimostra. Senza definirlo capolavoro, è un ottimo disco a cominciare dalle canzoni, dalle lyrics e dalla furia della chitarra, dal connubio musica-testo-contorno (il contorno è Lanois). Poco importa che non ci sia una canzone all'altezza di “Ambulance Blues”: è comunque un album integro, denso e nero come lo furono On The Beach e Sleeps With Angels. E' Neil Young senza filtri – paradosso, visti i filtri sonori di Lanois! E' il suo attuale pensiero come artista, come uomo e marito.
Su questi binari, può arrivare a nuove e importanti mete, così come potrà anche non farlo. In entrambi i casi, le sue idiosincrasie lo rendono lo stesso uomo-artista che sentiamo su Tonight's The Night o su Trans: risponde all'esigenza espressiva. Non ha mai fatto esercizio di stile. Spero che l'esperienza con Lanois gli abbia fatto rivalutare l'importanza della postproduzione. Ma tolto questo, la musica vuota sta in tutt'altra direzione. Neil resta un esempio di come seguire la Musa resistendo a qualsiasi avversità, superando qualsiasi ostacolo

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