5 novembre 2010

ALTRE CONSIDERAZIONI RACCOLTE DAL WEB

Ho navigato un po' su internet cercando alcuni testi significativi a proposito della “crisi” della musica, argomento molto importante oggigiorno e su cui c'è molto da dire e si è detto molto. Il web è un mezzo importante nella diffusione di notizie, specialmente oggi e specialmente in questo paese, dove molte cose nessuno te le viene a raccontare.
Ho trovando innanzitutto un'intervista al giornalista Ernesto Assante (la cui bibbia “Blues, Jazz, Rock, Pop”, Einaudi, è da tenere sul comodino) da cui ho estratto i passaggi fondamentali che riassumono il suo interessante punto di vista. Ho trovato poi l'intervento di una persona che lavora nel campo, dalla parte “tecnica”, e gli interventi di due musicisti, la parte “artistica”, l'italiano Ruggeri (da un articolo apparso su un quotidiano) e l'americano John Mellencamp (trafiletto che avevo già pubblicato l'anno scorso su BeatBlog). Ho concluso la mia breve ricerca inserendo un paio di altre opinioni, in particolare quella conclusiva che è, nell'originale, la premessa a un articolo dedicato al declino della musica dal vivo.
E qui si tocca un altro tasto che meriterà di essere approfondito prossimamente.
Il fatto principale di cui ho avuto la conferma leggendo queste (ed altre) fonti, è che la confusione sull'argomento è grande. Facile parlare di “crisi musicale” ma molto meno facile definirla e ancor meno individuarne i colpevoli. Le parole di Mellencamp, a questo proposito, sono chiare e raggelanti. L'uomo medio, l'acquirente occasionale di un negozio di dischi, sa soltanto ripetere quel paio di luoghi comuni ridondanti sulla pirateria e i prezzi dei cd, ma la verità è che non sa di cosa sta parlando. Anche tra musicisti vi sono opinioni e accuse diverse. Una seconda cosa che mi è parsa rilevante è il ruolo chiave che ha la distribuzione della musica (quello che viene dopo musicisti e manager), cioè la premessa del mercato, che ha un grande potere: quello di plasmare la reazione della gente nei confronti del prodotto, e di creare le tendenze. Ha più senso pensare che gran parte della colpa risieda in questi intricati tessuti psicologico-sociali, alla base anche della libertà di pirateria.

(foto dell'autore)

(Tutte le fonti originali sono state riadattate dal sottoscritto; la fonte è riportata alla fine di ogni testo).

Le radio hanno una responsabilità sostanziale nella crisi musicale, hanno condizionato lo sviluppo del nostro mercato in modo non molto positivo. Ci sono soltanto le radio così dette Top 40, dove mandano all'infinito solo i brani da lanciare. Questa concezione di radio l'hanno inventata gli americani, solo che loro hanno anche radio che ignorano la playlist, radio di rock alternativo, di country, di soul, eccetera. A noi la scelta ci è praticamente negata, abbiamo tutti i canali che mandano la stessa musica.
Gruppi radiofonici che gestiscono più radio programmano il meglio di ogni genere musicale su canali differenti. Invece in Inghilterra, il principale canale radiofonico è veramente pubblico e non deve sottostare alle leggi di mercato che impongono le radio commerciali. Ci sono poi le radio piccole e indipendenti, come quelle universitarie americane, con un pubblico magari di nicchia ma molto affezionato. Qui non abbiamo un pubblico che potrebbe sostenere un mercato vario.
Fa da esempio il concertone del 1° Maggio. Lì hai più o meno un panorama della musica italiana che si suona al di là dei dischi. Molti di quei gruppi sono quelli che suonano nei piccoli club. Spesso c'è stata musica sinceramente noiosa, pur essendo la musica indipendente. Non c'è vivacità creativa. Ma il problema nasce dall'assenza di mercato. In tutti i Paesi le nuove formazioni musicali sono stimolate dal mercato. In Italia siamo totalmente fermi alla Pausini, a Vasco, a Antonacci, anche bravi ma omologati e ripetitivi.
Il Rock stesso è in fase discendente, e non siamo in un'epoca d'oro per la musica in generale. In Italia però la cosa è più complicata, dalla grande stagione dei cantautori non abbiamo saputo rinnovarci. Abbiamo dei singoli personaggi interessanti, ma non un movimento musicale che coinvolga più artisti.
I talent scout del passato erano più preparati e intelligenti di quelli attuali. Pensa se oggi si presentasse Rino Gaetano o De Gregori: il produttore lo caccerebbe a calci e direbbe che non c'è mercato per cose come quelle. Infatti ci sono bravissimi artisti oggi che non vendono, come Max Gazzè che fa dei dischi ottimi ma vive soltanto perché fa concerti.
Ernesto Assante, da fragmenta.blogosfere.it

Prendersela con la crisi del disco ormai è un adagio fuori tempo massimo. I discografici hanno lasciato saccheggiare la musica dai media, parlarne vuol dire riferirsi a problemi e vizi che è impossibile superare. La musica è uscita dagli interessi della gente a causa di nuove frontiere (computer, videogames) e dello scarso livello artistico: abbiamo tanti discreti gruppi ma nessuna grande band, e gli arrangiamenti non bastano a coprire i limiti della scrittura. Sono problemi mondiali che da noi si accentuano perché notoriamente i paesi più poveri diventano sempre più poveri. Metti insieme un pubblico sempre meno attento con una proposta sempre meno forte, e avrai non le "convergenze parallele" ma due linee che vanno zigzagando per i fatti propri.
Il problema è la crisi di idee. Paradossalmente lo sa di più chi gestisce la musica (produttori, manager) rispetto ai musicisti stessi. Specie i più giovani vivono di imitazione, hanno grande preoccupazione per l’apparenza, sbrigativi sul fatto artistico, con scarsa autocritica. La crisi è nera perché ha ceduto anche il live, e non credo che la situazione si rialzerà a breve, il futuro lo vedo sponsorizzato e tutto ciò che non è pop farà fatica.
Il versante più duro è la promozione e in Italia le radio rifiutano qualsiasi cosa non suoni ultrapop, in televisione l’auditel uccide, e le riviste specializzate mettono in copertina anche gli sconosciuti purché stranieri.
Annibale Bartolozzi, da lisolachenoncera.it

Le case discografiche non hanno più soldi da investire a lungo termine. Quando ho cominciato a far musica, si diceva "se al quarto album non ce la fa, è meglio smettere". Oggi se il primo singolo non piace a tre o quattro radio importanti, è probabile che il cantante cambi mestiere da subito. Anche se metti la tua musica in vendita online, dopo cinque minuti la trovi gratis: è come cercare di rimettere il dentifricio nel tubo. Oggi sembra che lo sfigato sia quello che se lo compra, il cd, rispetto a quello che è talmente bravo da scaricarselo gratis.
Enrico Ruggeri, da un articolo su Il Sole 24 Ore

Negli ultimi anni siamo stati tutti testimoni del declino del business musicale, per il quale si sono incolpate le case discografiche, gli artisti, il file-sharing di internet e qualunque altra cosa potesse esserne responsabile. Parliamo e leggiamo dei "bei vecchi tempi", di come le cose andavano una volta. La gente ricorda quando la musica esisteva come un'arte che accompagnava i movimenti sociali. Gli artisti e la loro musica prosperavano nei vicoli e nelle taverne fino, in certi casi, a essere spinti in lungo e in largo dalle proteste popolari. Oggigiorno quella possibilità sembra non esistere più. Dopo 35 anni come artista nel business della musica, mi sento in qualche modo costretto, ma non ispirato, a prendere le difese dei nostri compagni artisti e raccontare questo lato della storia così come lo vedo io. L'industria non è stata decimata dalla mancanza di vedute da parte dei manipoli ossessionati al profitto. I musicisti sarebbero stati in grado di tener duro creando musica piuttosto che cercare di venderla nel mercato.
John Mellencamp, da thrasherswheat.org (traduzione mia)

Neanche le nuove piattaforme digitali che permettono di scaricare legalmente la musica a costi bassissimi sono riuscite ad affermarsi. La possibilità di acquistare un disco appena uscito a 9,99 € non viene nemmeno sfruttata e questo è assurdo. La gente non sa quanto lavoro ci sia dietro un disco, quanti soldi vengano spesi, quante menti vengano impegnate per creare quella musica che ci accompagna nella nostra vita per tantissimo tempo.
Riguardo la crisi, molti la riconducono al momento in cui l’mp3 è entrato nell’uso comune, per non parlare dei prezzi troppo alti dei dischi, ma queste cose sono vere solo in parte. Un disco appena uscito è sempre costato 20 euro, che poi in Italia ci sia ancora l’IVA del 20% è un discorso a parte. Ciò che emerge quindi è un’assoluta confusione.
Poi ci sono i concerti che tengono in piedi il "sistema" grazie alla furbizia degli organizzatori che sparano prezzi incredibili per i biglietti.
Alessandro Basile, da caffenews.it

Risale all’inizio del nuovo millennio la crisi della musica, quando le Major, dopo anni di speculazioni sul prezzo dei cd, si sono "ristrutturate", hanno tagliato i fondi, licenziato i dipendenti e bruciato un’infinità di talenti musicali. Le piccole etichette indipendenti hanno dovuto gettare la spugna. Ora i giovani non comprano più i dischi ma scaricano da internet intere discografie in mp3. Paradossalmente, a fronte di tale straordinaria abbondanza di materiale, la musica non si ascolta più: l’Italia è in piena recessione culturale e i passatempi sono diventati altri e futili, in linea con il "vuoto" imperante. Conseguenza di questa situazione è la crisi della musica live.
da fonoarteblog.blogspot.com

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