21 dicembre 2010

SCORCI MUSICALI


Robbie Robertson – Storyville & Music For The Native Americans
Dischi che conosco sin dalla mia gioventù quelli di Robertson, ex membro di The Band. Il suo approccio solista è fine e ricercato nel tentativo di incorporare influenze dalla world music in senso lato. Storyville (1991; il nome è quello del famoso quartiere di New Orleans) è un album notturno e urbano, minimale nel suo sound, pur non essendo gratuitamente cupo. Nonostante certi bei riff che rimangono facilmente in memoria, è piuttosto difficile da inquadrare data la natura di Robertson; è adatto sia a un viaggio in auto che a una serata in salotto. I testi sono semplici e melodiosi, perfetti per la sua voce. Il disco vanta collaborazioni del calibro di Neil Young.
Music For The Native Americans (1994) è un tributo al retaggio degli Indiani d'America (in particolare alla discendenza Mohawk dello stesso Robertson). Nato come colonna sonora per un documentario televisivo, l'album è un viaggio musicale (sia strumentale che cantato) la cui forza nasce dalla contaminazione tra testi e melodie indiane e composizioni di Robertson e degli altri musicisti. Assolutamente consigliato, forse anche più di Storyville vista la sua peculiarità; anche questo difficilmente etichettabile, non siamo certo dalle parti della musica new age.


Marylin Manson – Mechanical Animals & The Last Tour On Earth
Lui è uno di quei musicisti-icona che hanno segnato la musica degli anni '90, spesso frainteso in molti modi. La celebrità arrivò con Antichrist Superstar ma il suo disco fondamentale, e meno inquadrabile nello stereotipo-genere che Manson sembra rappresentare, resta il successivo Mechanical Animals (1998). È l'album postmoderno per eccellenza; il postmodernismo (o la postmodernità) in musica. Composizioni davvero notevoli che fondono hard rock ed elettronica, sound di grande impatto ma, spesso, minimalista piuttosto che frastornante. Anche i testi sono da prendere sul serio più di quanto potrebbe sembrare, da leggere fra le righe.
Segue il tour documentato da The Last Tour On Earth (1999), che mette insieme i brani-singolo di Mechanical Animals e dei dischi precedenti, costituendo una grandiosa summa della prima parte dell'opera di Manson che viene valorizzata dall'acidità assordante del concerto. Questi due dischi sono il punto più alto sia della discografia di Manson che probabilmente del filone che ha rappresentato. Gli album successivi sono stati una discesa su sentieri sonori già pavimentati.

J.J. Cale – Travel Log & To Tulsa And Back (& altri)
Questo bluesman, che ha praticamente insegnato a suonare a uno come Clapton, non si è mai rammollito con l'età. I suoi dischi più rinomati risalgono agli anni 70, e uno scorcio completo della prima fase della carriera lo si trova nell'antologia Gold (2006). Travel Log (1990) apre invece la fase successiva con grande rinnovamento e grinta: il blues contamina ed è contaminato da ritmi di ogni provenienza, in un mix del tutto peculiare e caratteristico di Cale. Il nuovo sound riesce a dare nuova vita, dal vivo, ai vecchi classici.
Dopo più di un decennio (con produzioni discrete, tra cui si nota l'album Number 10), To Tulsa And Back (2004) riprende egregiamente il discorso da dove lo aveva lasciato Travel Log.
Entrambi i dischi sono caratterizzati soprattutto da limpidi chitarre e arpeggi, alle quali si aggiungono momenti dosatamente sporchi, una sempre brillante batteria, e tastiere, archi e armoniche. Trasmettono una freschezza rara proprio perché rivitalizzate da influenze folk, country, rhithm & blues e spagnole.

Isis – Panopticon & Oceanic
Il loro genere è il death metal, ma in realtà ciò non vale per questi due dischi. Tanto per cominciare forse solo il 5% di questi due album è cantato, il resto è strumentale. La formazione metal giustapposta alla creazione di paesaggi sonori prolungati, melodici e quantomai incalzanti, porta a un risultato eccellente e inaspettato: questi due album fanno viaggiare, in tutti i sensi. I brani sono lunghi e lineari, originali ma non gratuitamente virtuosi, tendono anzi alla catarsi musicale piuttosto che alla velocità.
Panopticon in particolare è il capolavoro degli Isis, disco che si apre in modo travolgente e non ha alcun momento debole. Oceanic presenta una prima metà di brani con un po' più di grinta (e voce) ma la seconda metà è agli stessi livelli di Panopticon. Ogni livello musicale è creato da corpose ed essenziali chitarre, bassi e batterie; non c'è elettronica, non ci sono contaminazioni sperimentali (ma il tutto è già una contaminazione che esce vertiginosamente dal genere di provenienza).

The Orb feat. David Gilmour – Metallic Spheres
Gli Orb sono sempre stati rispettosi verso i Pink Floyd, ma la loro musica del passato è una elettronica/cosmic music alquanto secca, più ostica rispetto per esempio ai Tangerine Dream, per lo meno per chi non è un fan del genere e ci si avvicina cautamente. L'incontro con David Gilmour ha portato la melodia laddove di melodia, prima, non c'era manco l'ombra. La sua chitarra morbida rende fluido l'insieme, facendo da perfetta controparte alla texture (alquanto "larga" in senso spaziale, niente di frenetico) degli Orb.
Metallic Spheres (uscito alla fine del 2010) è costituito da due suite lunghissime, l'una denominata Spheres Side e l'altra Metallic Side, assolutamente complementari. Una scelta che valorizza il discorso di "pittura sonora" che i musicisti portano avanti, e si finisce per apprezzarla anziché pensarla come una scelta ostica. Le varie parti di ciascuna suite sono chiaramente distinguibili (e definite con alcuni titoli).
Curiosità: in tutte e due le tracce, Gilmour a un certo momento canta una strofa di "Chicago" di Graham Nash (quello di Crosby Stills & Nash). I due artisti avevano collaborato anche per il disco precedente di Gilmour, On A Island, e relativo tour.
A parte questi pochi secondi, l'album è completamente strumentale ed è assolutamente consigliato non tanto ai pinkfloydiani (i puristi non ci vedranno molto dei Floyd in effetti) quanto a tutti coloro che apprezzano la musica sperimentale, le lunghe suite strumentali, a coloro cioè che sulla lista dei preferiti hanno gente come Alan Parsons e Mogwai.

Mark Knopfler – Get Lucky
Questo disco dell'ex leader dei Dire Straits, datato 2009, è probabilmente il suo miglior lavoro solista. Riassume stili ed influenze che lo hanno sempre attraversato: musica irlandese e scozzese, folk, blues, rock cantautorale, e i morbidi assoli che sono la sua firma, insieme al generale sound caldo, preciso e uniforme. Quello che ha in più, rispetto al passato, è proprio un equilibrio di fondo nell'unire molti aspetti, che hanno caratterizzato la sua produzione solistica (dalle prime prove ancora stile Dire Straits a un percorso folk molto personale) senza arrivare a nessun estremo. Per fare un parallelo basti pensare ai momenti migliori di Golden Heart (1996). I brani raggiungono livelli superlativi (“Border River”, “Before Gas And TV”, “Remembrance Day”) e non ce n'è uno che faccia da tappabuco, garantendo un'integrità che emerge già al primo ascolto, senza momenti di cedimento.

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