26 dicembre 2011

GREENDALE: OVVERO NEIL YOUNG A FUMETTI

Con grande sorpresa (e sommo gaudio) ho trovato Neil Young's Greendale sullo scaffale di una libreria della mia città. Edizione italiana. Passando completamente in sordina è uscito anche da noi il fumetto tratto dalla rock-opera del 2003 a firma Neil Young & Crazy Horse. Il cantautore scrisse dieci canzoni che raccontavano di una famiglia (i Green) in una sonnolenta cittadina rurale americana (Greendale) e di alcuni fatti che la mettevano al centro dell'attenzione. In particolare due: l'arrivo di una sorta di Diavolo surreale che portava Jed Green a commettere un omicidio, e la maturità della giovane Sun Green e il suo attivismo ambientalista e pacifista. Al disco (scritto e registrato in poche settimane) fece seguito un tour con attori sul palcoscenico e un film girato da Young (sempre con attori reclutati tra amici e collaboratori). Uscì anche un libro illustrato (negli States) e, circa due anni fa, un musical off-Broadway e questa graphic-novel a firma Joshua Dysart e Cliff Chiang (per la Vertigo). Un'opera che non ha smesso di interessare critica, pubblico e altri frangenti artistici, e questo perché si è rivelata, anno dopo anno, sempre più attuale.

18 dicembre 2011

DARK TOWER & STAND: OVVERO STEPHEN KING A FUMETTI

[Update 2.7.2012]
Un altro po' di fumetti che ho letto negli ultimi tempi. In questo caso sono, in verità, graphic novels.
Il fumetto ha dimostrato di poter adattare Stephen King con più successo rispetto al mezzo televisivo o cinematografico. Un territorio rimasto inesplorato fino a pochi anni fa quando alcuni rispettabilissimi disegnatori hanno deciso di tradurre in disegni una delle saghe più colossali e affascinanti, La Torre Nera. Partendo però da un punto di vista diverso, cioè non limitandosi a “disegnare i romanzi” ma stravolgendo la storyline (rendendo cronologico ciò che nei libri non lo è) e focalizzandosi su tutta la prima parte della vicenda, ovvero la gioventù del protagonista.

10 dicembre 2011

APPUNTI SU BATMAN (PT.2)

Dicembre. Guardo l'ultimo scaffale della mia libreria, zona fumetti, e riprendo quell'articolo scritto un sacco di tempo fa. Allora, cosa ho letto nell'ultimo anno e mezzo?
“Arkham Asylum: Living Hell”, il n°41 della collana Batman – La Leggenda (Planeta) è una storia magistralmente orchestrata e disegnata. Batman è solo un cammeo; il manicomio-penitenziario di Arkham e i suoi folli detenuti sono i protagonisti delle storie che si incrociano, fino a confluire in un finale che non guasterebbe in un film di Rodriguez. Il cardine della vicenda è un insolito personaggio dall'aria spaurita che ribalterà le sorti del penitenziario. Meravigliosa la scena dell'incontro con il Joker. La storia è molto recente e l'universo Batman/Gotham è ritratto nell'ottica moderna, intensa e oscura, che abbiamo apprezzato nei nuovi film di Christopher Nolan.

2 dicembre 2011

ON THE BEACH: DALI, BALLARD, YOUNG

Tutte le cose sono interconnesse. Ogni tanto salta fuori un libro o un articolo che fa strabuzzare gli occhi e dire “allora non ci avevo pensato solo io!” E quelli che sembravano trip del tutto personali assumono concretezza... Be', oggi è il giorno di uno di questi.
Che Neil Young abbia fatto musica con un'atmosfera che si avvicini a dimensioni irrazionali, surrealiste, mi sembrava vero. Che Young apprezzi alcune idee fantascientifiche era altrettanto vero. Che James G. Ballard e il surrealismo vadano a braccetto, è senz'altro un dato di fatto. Chissà se Young ha mai letto James Ballard o se James Ballard ha mai ascoltato Neil Young? Vorrei credere di sì.
A voi la mia traduzione di parti di un articolo dal titolo “On the beach: Dalì, Ballard, Neil Young e Cadillac Ranch”.



20 novembre 2011

CROSBY-NASH IN CONCERT (2011)


Il dvd Crosby-Nash: In Concert ritrae fedelmente le serate del loro ultimo tour, che ha toccato anche l'Italia poche settimane fa. Una setlist vastissima per due ore e mezzo di musica, e una solida band di 4 elementi alle spalle del duo. Da "Guinnevere" e "Wooden Ships" (1969), a "The Lee Shore", "I Used To Be A King" e "Wind On The Water" (primi 70), a "Cathedral" e "Just A Song Before I Go" (1977), a "Camera" (1994), a "Don't Dig Here" e "Lay Me Down" (2004). E anche la lontanissima "Eight Miles High" dei Byrds e la nuovissima "Slice of Time" (Crosby). Dunque una tracklist semplicemente perfetta, ricca di ottimi episodi secondari affiancati ai classici di sempre.
Non c'è neanche bisogno di parlare della performance di Crosby e Nash, della loro empatia vocale. Ci hanno abituati al meglio, e qui danno il meglio, con l'aggiunta (perché per me è un'aggiunta) della spontaneità del live.

14 novembre 2011

DAVID CROSBY - VOYAGE (PT.3)


Buried Treasure, il terzo disco dell'antologia Voyage, è il vero “tesoro sepolto”: sedici estratti dagli archivi di David Crosby che offrono rese alternative di canzoni celebri o pezzi del tutto sconosciuti.
Si comincia con quattro demo risalenti al 1968. “Long Time Gone” e “Guinnevere” in sorprendenti esecuzioni a più chitarre e percussioni: “[...] deliziose. Pensavo di stare facendo un disco, allora, anche se non sapevo per chi. Quindi andavo in studio”, ricorda Crosby. Poi “Almost Cut My Hair” e “Games” in solitudine.
Dell'anno successivo sono “Triad” e “Dejà Vu”, quest'ultima nella base acustica di Crosby e Nash sulla quale fu poi “costruito” il resto della canzone insieme a Stills e Young.

8 novembre 2011

DAVID CROSBY - VOYAGE (PT.2)

[Update 29.6.2012]

“Quando vado a dormire la mente affollata – il livello della mente dove queste parole prendono forma – comincia ad appisolarsi. E i livelli dell'immaginazione e dell'intuizione […] hanno per un secondo la possibilità di emergere, prima di scendere nell'incoscienza. E in quella piccola finestra qualcosa balza fuori, io mi tiro su cercando la lampada e scrivo pagine di testi, freneticamente. Ed è successo un sacco di volte. La prima volta, ricordo, fu “Shadow Captain” molti anni fa. Ero a duemila miglia nell'oceano sulla mia barca, erano le tre di notte, e mi sono alzato e ho scritto l'intero testo, parola per parola, poi sono tornato a dormire. Non avevo mai pensato, prima, niente di quella canzone, nessun immagine o concetto.”
David Crosby, intorno al 1977, si sta isolando e sta per essere sopraffatto dall'abuso di droghe, cercando ancora di “spiegare a me stesso e a chiunque mi ascoltasse questo bisogno di comunicare le mie esperienze, che in me è fortissimo, quasi disperato. Ecco il nucleo della canzone”, ovvero “In My Dreams”, la seconda tratta dal disco capolavoro CSN (quello con la barca in copertina).

1 novembre 2011

DAVID CROSBY - VOYAGE (PT.1)

[Update 29.6.2012]

Come Reflections di Graham Nash, l'antologia di David Crosby è costituita di tre dischi: due di essential con i brani più importanti nelle versioni originali (rimasterizzate però), e uno treasure con 16 canzoni in versioni inedite.
Oltre alla superba resa audio e al libro di note e fotografie, il grande pregio di questa antologia – come appunto quella di Nash – è di raccogliere sotto lo stesso tetto la produzione di Crosby, spaiata in quattro decenni di CSN, Crosby/Nash, CPR e dischi solisti. Dei tre CSN, Crosby è quello che ha prodotto meno in termini di quantità, visti i “vuoti” nella sua carriera colmati più dalla droga che dalla musica; ma quel che ha fatto ha avuto una rilevanza forse maggiore degli altri. La sua ricercatezza chitarristica è evidente; ma viene subito in mente anche la struttura quasi progressive di tanti suoi pezzi, distante dalla ciclicità strofa-ritornello-strofa-ritornello di una canzone nella forma più classica.

24 ottobre 2011

PEARL JAM '11 : TWENTY

[Update 15.10.2012]
Laddove Lost Dogs (2004) era un'antologia di out-takes con una forza tale da renderlo in pratica un magnifico doppio album, Twenty (uscito nell'ultima parte del 2011) è un'operazione only-for-fans. Accompagnando il film di Cameron Crowe, si presenta come una raccolta di brani live e rari provenienti dagli Archivi della band. Questo, dunque, è il pregio per il fan dei Pearl Jam. Il contro è che, una volta “selezionate” quelle che sono le rarità più interessanti secondo l'opinione di ciascuno, i due dischi di Twenty non sono di quelli da ascoltarsi dall'inizio alla fine con soddisfazione crescente. Non perché la musica non sia buona, s'intende, ma perché lo scopo non è quello; è un documento storico sulla band.

15 ottobre 2011

EDDIE VEDDER - UKULELE SONGS (2011)


[Update 15.10.2012]

Ukulele Songs raccoglie diverse canzoni che Eddie Vedder aveva proposto ogni tanto dal vivo, in acustico, negli ultimi anni. Tra di esse, “You're True” (reperibile anche in un official bootleg del 2006), “Broken Heart”, “Goodbye”, “Satellite” e “Can't Keep” (già sentita coi PJ in Riot Act), canzoni che circolavano come audience recording. Si aggiungono alcune cover di vecchi, celebri brani che hanno influenzato il giovane Vedder (“Dream A Little Dream”, “More Than You Know”, ecc). Tutte le canzoni sono eseguite con l'ukulele, il suo primo strumento; ci troviamo quindi di fronte a una specie di “album di fotografie” (come suggerisce anche il bellissimo booklet) nel quale Eddie si lascia andare a qualcosa di eccentrico e di totalmente personale, intimo oserei dire, che lascerà spiazzati molti fan dei Pearl Jam.

9 ottobre 2011

BALLARD - IV - UN CALEIDOSCOPIO DI RACCONTI


Parte fondamentale della produzione di James G. Ballard sono i racconti, ancor più dei romanzi, sia per mole ma soprattutto per la loro importanza nell'evoluzione dell'autore. Tutti i temi che Ballard esplora nei romanzi hanno avuto gestazione in qualche racconto (in alcuni casi i racconti sono veri e propri germi di storie poi “cresciute” in romanzi brevi, quali Foresta di cristallo). I racconti portano avanti, in realtà, una sorta di unico grande romanzo fatto di tanti personaggi che sono sempre lo stesso individuo al centro della poetica ballardiana. Tra gli anni ’50 e '70 scrive la maggior parte dei racconti – il periodo più legato alla fantascienza surrealista – per poi diminuire negli anni ’80 e '90 – periodo nel quale Ballard, ormai autore a tutto tondo, propende per la narrativa lunga eliminando gli elementi di genere.
I racconti di Ballard sono stati sparpagliati in tantissime raccolte pubblicate nel corso della sua carriera. Questo ha allontanato episodi tra loro affini, blocchi di racconti appartenenti a momenti ben precisi della sua produzione. I tre volumi Tutti i racconti risolvono questo problema, mostrando lo straordinario percorso della sua letteratura.
Volendo conoscere James Ballard si può cominciare da qui, prima ancora che dai romanzi.

25 settembre 2011

BALLARD - III - PARABOLE RADICALI


Hello America (1981, noto anche come Ultime notizie dall'America) narra di un futuro dove gli Stati Uniti sono desertificati e spopolati. Una spedizione tenta di attraversarli, diretta a Los Angeles, sede di un folle presidente autoeletto che si fa chiamare Charles Manson, gioca con testate nucleari e confonde idee di ricostruzione con idee di isolamento e autodistruzione. Gli uomini in viaggio sono mossi da obiettivi del tutto personali; il deserto altera e seleziona le loro menti.
Mentre la prima parte contiene i marchi tipici di Ballard, pur non aggiungendo niente di nuovo a tesi già trattate in modo più fresco e interessante nei romanzi precedenti, la seconda parte è più tradizionale: un intreccio action, una risoluzione e una morale conclusiva. Si apprezza il fatto che è un'opera a largo spettro con la quale Ballard tenta di riassumere la propria visione, rinnovandola, e di portarla a estremi più attuali. Il romanzo, del resto, riflette molto bene l'immagine e il sentimento di degradazione dell'America degli anni Ottanta. L'autore si è fatto quindi portavoce di un preciso momento storico adattandolo alla propria opera, per sottolineare come la sua visione sia molto più vicina alla realtà di quanto non sembri.

17 settembre 2011

BALLARD - II - TECNO-SOCIO-PSICOSI

Crash (1973) è il punto di arrivo di un percorso atto a indagare la condizione umana in toto, che non poteva arrivare se non dopo le “sperimentazioni” attuate nei libri precedenti. Capitolo dopo capitolo seguiamo James, il narratore (che si chiama proprio come lo scrittore), rimettersi da un brutto incidente d'auto e incontrare Vaughan, sorta di mentore con cui condivide le stesse, estreme ossessioni. Insieme passano attraverso automobili, strade, incidenti, corpi di donne: tutto ciò che li ossessiona e li rende vivi. James e Vaughan sono una sorta di estremo postmoderno di Jack Kerouac e Neal Cassady, agli antipodi del loro “sogno americano di ribellione”. La narrazione, in prima persona, è portata avanti dalle osservazioni di James: ogni cosa è filtrata attraverso la sua visione in una cadenza catartica.

9 settembre 2011

BALLARD - I - LA CATASTROFE INTERIORE


Vento dal nulla (1961): un vento continuo e devastante spazza via le città, nelle quali gli uomini sono impegnati in missioni di sopravvivenza. Opporsi alla natura è difficile e significa soprattutto tentare di adattarsi a nuove condizioni, tanto aliene quanto quelle di un altro pianeta. E questi tentativi disperati possono condurre a piani morbosi e folli.
Il romanzo può rientrare nel cosiddetto genere catastrofico che inizia a diffondersi negli anni '60. Tuttavia l'impronta di James Ballard è subito evidente: l'autore non conduce la vicenda e i personaggi nel modo canonico, come ci si aspetterebbe da un romanzo in sostanza action, e la catastrofe è già più interiore ai personaggi che la vivono, erodendo le loro personalità, che non esterna (a Ballard non interessa raccontare un'apocalisse globale a larga scala). Trattandosi del primo romanzo, ancora piuttosto action, le teorie che l'autore intende comunicare sono ancora acerbe, tratteggiate a grandi linee, ma pur sempre presenti a costituire spunti abbastanza potenti da permettere al libro di reggersi da solo e di essere interessante. Un'opera minore che va letta nel contesto della quadrilogia catastrofica di inizio carriera, che si completerà con i successivi romanzi.

1 settembre 2011

JAMES G. BALLARD: UN RITRATTO DOVUTO



“In cosa consiste il significato della natura se non nella sua capacità di illustrare una qualche esperienza interiore? Gli unici paesaggi autentici sono quelli dell'anima, o le loro proiezioni esterne.” (dal racconto Il Delta al Tramonto)

James G. Ballard non ha scritto delle belle storie, godibili innanzitutto a un livello puramente narrativo, all'interno delle quali inserire, mascherandole in qualche maniera, le sue teorie. No: Ballard ha scritto le sue teorie. Le storie che le contengono sono plasmate a loro forma e necessità e, a guardarle dall'alto, in apparenza sono grottesche, surreali e talvolta persino incomprensibili. Se si cerca una mediazione bisogna rivolgersi altrove, perché Ballard non offre mediazioni. Il suo grande pregio è quello di intrappolare rapidamente il lettore e costringerlo a guardare, se non proprio a condividere, ciò che gli vuole mostrare. I libri di Ballard sono difficili, il lettore dovrebbe essere almeno in parte preparato a cosa va incontro: non perché la lettura sia pesante, ma perché si rischia di uscirne senza capire davvero cosa si è letto. Tuttavia le tematiche ballardiane sfiorano gli istinti, solleticano le parti più profonde del pensiero o dell'anima, e hanno un valore collettivo e universale. Poco importa, dunque, che si possano giudicare in modo superficiale certi aspetti (per esempio le azioni dei personaggi) come estremi, inappropriati, surreali. Una volta colto il messaggio ci si accorge della semplice perfezione dello svolgersi, come assistendo a un esperimento scientifico. E la discesa ha inizio.

25 agosto 2011

DELLA FANTASCIENZA (O DELLE IDEE)

Nella letteratura contemporanea qual è il genere più filosofico, metaforico, in grado di riflettere sulla condizione dell'uomo come individuo e dell'umana civiltà? La fantascienza, paradossalmente. Come in ogni genere, ci sono filoni “alti” e filoni “bassi”, ma la Fantascienza d'Autore rifugge il confine dell'etichetta. Mi sono avvicinato quasi per caso ad alcuni romanzi (il primo fu La città e le stelle di Arthur Clarke) in cui ho trovato delle straordinarie riflessioni: basta un assaggio per essere subito catturati da idee originali e significative, concrete e senza tempo, come quelle trasmesse dalla fantascienza colta. Ho realizzato che la fantascienza è la letteratura delle idee.

Isaac Asimov

13 luglio 2011

MOGWAI SOUNDSCAPES (TORINO '11)

Mogwai live @ Spaziale Festival, Torino, 12 luglio 2011.
Qualche foto che ho scattato con una modesta fotocamera dalla prima fila (migliori di quel che credevo).
Soundscapes di una musica fotografica. Prima o poi dovrò scrivere dei Mogwai, qui su BeatBlog.

(cliccare per ingrandire)



8 luglio 2011

CROSBY-NASH LIVE (1977)



Il disco Crosby-Nash Live, del 1977, è forse il miglior esempio della musica che i due artisti hanno saputo fare insieme, lontani dalle rumorose fatiche di CSN(&Y) e approcciando la loro musica nel modo più naturale. Con due splendidi album come Wind On The Water e Whistling Down The Wire ('74 e '76) e i tour dal vivo, per Graham Nash e David Crosby la metà degli anni Settanta (almeno fino all'inizio dei problemi di droga di Crosby) fu il periodo di massimo splendore.
Tra i problemi politici, “la musica pop che iniziava sempre più a imperversare in radio, l'attivismo sociale ormai una storia passata, una serata con Crosby, Nash, la loro band e i loro fan era un evento profondamente sentito – specialmente nelle salette intime che il duo preferiva per esibirsi. Dal palco l'amore si trasmetteva al pubblico”, c'è scritto nelle note nell'edizione cd rimasterizzata.

1 luglio 2011

GRAHAM NASH - SONGS FOR BEGINNERS


Con il primo disco solista del 1971, Graham Nash rivelò di essere un cantautore e un rocker più impegnato e grintoso di quanto non sembrasse dalle sue prime canzoni. Agli esordi di Crosby Stills & Nash, o Crosby Stills Nash & Young, sue erano infatti le canzoni più tenere, semplici e utopistiche, seppur indimenticabili, come “Our House” e “Teach Your Children”. Sia Nash che Crosby e Stills nei rispettivi esordi solisti diedero il meglio della propria capacità e del proprio carisma compositivo, e per Nash questo fu sicuramente un passo necessario. Anche se, come rivela nelle note all'interno dell'edizione cd rimasterizzata, non aveva in mente un disco, ma riunì insieme semplicemente quelle “cartoline di vari momenti della vita” che erano le canzoni. Un approccio semplice per un “uomo semplice che canta semplici canzoni” (come canta in “Simple Man”).

23 giugno 2011

NEIL YOUNG: A TREASURE



A Treasure si colloca come il n°9 dei live d'epoca che Neil Young sta pubblicando (in ordine sparso) nella serie Archivi.
Nel 1984 e per tutto il 1985 Young radunò una band di celebri musicisti di Nashville e girò il mondo, sotto il nome di International Harvesters, proponendo in stile country & western sia molti dei suoi classici degli anni '70, sia alcune canzoni più recenti o completamente nuove.
Definire quel lungo tour, e quindi questo album live, “country” è in realtà abbastanza sminuente. Di sicuro questa etichetta serve solo a fomentare lo stereotipo, specie nel nostro paese, che Young sia un cantante country (anche quando faceva Rust Never Sleeps). La musica di Young (e in generale quella della West Coast) ha naturalmente radici nel country e nel rock 'n' roll; per stessa dichiarazione di Young, il momento degli International Harvesters costituiva uno sguardo al passato, un omaggio a una tradizione viva e importante (che, specie negli anni '80, si andava dimenticando). Fu quindi un momento “roots” per Young, e questo può essere considerato un disco “roots” nell'accezione a più ampio spettro di questo termine.

5 giugno 2011

CAPOSSELA, MARINAI, PROFETI


Il nuovo Vinicio Capossela è un passo ulteriore verso l'astrattismo. Non è neanche un disco, non ci sono nemmeno “canzoni”. E' la colonna sonora di uno spettacolo teatrale, niente più e niente meno. La musica accompagna sottilmente la dimensione testuale che pretende di essere ascoltata. Cioè il primo imperativo dell'album è: ascolta bene e comprendi le parole. Di difficile ascolto quindi, impegnativo, anche un po' troppo. Perché va bene prendere le distanze dai manierismi e accrescere ancora il proprio particolarissimo stile, però qui si avverte proprio l'assenza di una dimensione visuale a completare quella che è una vera e propria Opera.

31 maggio 2011

KEROUAC: CRONOLOGIA BIBLIOGRAFICA

 
 
La cronologia bibliografica che presento qui vuole elencare le opere pubblicate di Jack Kerouac secondo l'ordine di composizione (non di pubblicazione), per rappresentare l'evoluzione dell'autore. Naturalmente può essere soggetta a miglioramenti e modifiche, anche in vista di nuove informazioni; alcune posizioni nell'ordine delle opere si possono considerare indicative, poiché certe opere coprono un lasso di tempo ampio o non preciso. La propongo quindi come una linea guida generale, corretta ma senza presunzione di assolutismo.
Esistono parecchie biografie, alcune più importanti e storicamente corrette rispetto ad altre, nonché molte informazioni nei libri stessi di Kerouac (e nei saggi brevi che talvolta corredano le edizioni pubblicate), che permettono di stilare una cronologia come questa, il più possibile esaustiva. La produzione di Jack è notevole e in gran parte costante lungo la maggior parte della sua vita. Uno spartiacque tanto nella vita quanto nella produzione letteraria di Jack è il rivolgersi al buddhismo, precisamente nel 1954. Entro quell’anno Kerouac ha scritto un terzo della sua opera, forse il terzo più importante e intimamente ricco. Sulla strada vede la luce solo nel 1957, che diventa perciò un altro anno di svolta grazie alla successiva fama. Entro quell’anno Kerouac ha scritto metà della sua produzione maggiormente conosciuta, ma alle sue spalle vi sono taccuini, articoli e bozze su cui si basa gran parte della successiva metà. Con la sola eccezione dell'esordio editoriale di La città e la metropoli (comunque di scarsa rilevanza commerciale), tutti i libri scritti nei primi anni 50 vengono pubblicati soltanto in seguito al successo mondiale di Sulla strada.

26 maggio 2011

KEROUAC: L'ULTIMA PAROLA. IN VIAGGIO. NEL JAZZ


 
È soprattutto il jazz a essere al centro dei materiali di Kerouac raccolti in questo libretto di recente pubblicazione. In gioventù, intorno al 1940, Jack scrive di musica, dello stesso jazz che sarebbe poi stato la colonna sonora della Beat Generation. Insieme a Diario di uno scrittore affamato, questo libro offre uno scorcio di quei tempi, cioè della prima produzione del giovane Kerouac. Ma non solo. In apertura troviamo tre “racconti” che potrebbero essere pagine tratte da uno dei suoi libri, in particolare il primo, intitolato Sulla strada per la Florida. Dave invece deriva dai soggiorni a Città del Messico nei primi anni 50. In questi racconti la forma è quella del Kerouac più celebre.
Infine, nell'ultima parte dell'antologia vengono proposti scritti già noti ed editi (ma con nuove traduzioni), come L'origine del Bop e L'ultima parola. In aggiunta vi sono alcune interviste a Kerouac e un breve saggio scritto dal jazzista Paolo Fresu. È quindi appunto alla musica jazz che è dedicata questa breve antologia: sia al jazz di cui parlano le recensioni che il Kerouac adolescente scrive di Count Basie e Charlie Parker, sia al jazz intrinsecamente presente nel suo linguaggio.
Contiene:Sulla strada per la Florida (1955)
Dave (1961)
Tra gli irochesi (1963)
George Avakian, esperto di swing (1939)
Count Basie e il suo solido swing (1940)
Glenn Miller saltava la scuola per suonare il trombone (1940)
Note musicali (1940)
George Avakian in jazz stile Chicago (1940)
The Rumbling Rambling Blues (1958)
L'origine del Bop (1959)
L'ultima parola: dieci anni fa (1959)
La prima parola: Jack Kerouac riconsidera Jack Kerouac (1959 rivisto 67)

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20 maggio 2011

KEROUAC: IL SOGNO VUOTO DELL'UNIVERSO




“La causa del dolore del mondo è la nascita.
La cura al dolore del mondo è un bastone curvo.
Questo è il mio Koan. (Qualcuno ha mai inventato il proprio Koan?)”

Jack Kerouac, Il sogno vuoto dell'universo

Questo piccolo volume raccoglie una selezione di lettere che Kerouac scrive ad Allen Ginsberg, Carolyn Cassady e altri, nelle quali si lascia andare a riflessioni e consigli sul credo buddhista (che Jack abbraccia nel 1954 proprio su influenza di Ginsberg). Ogni tanto emergono anche dati sulla sua produzione letteraria (racconta per esempio di aver finito il racconto cityCityCITY nel maggio 54; lo troviamo nell'antologia Bella bionda e altre storie), ma quello che si legge qui è soprattutto il bisogno di credere nella poesia del mondo, in un Buddha che incarna la natura e il tutto, nella certezza della salvezza. Insomma riconosciamo il nostro buon vecchio Jack con tutti i suoi giri di pensiero e il bisogno di risposte.
Nel complesso il testo è molto interessante. Come sempre avviene con queste raccolte postume, si affianca alla produzione narrativa per fornirci uno scorcio più personale del Kerouac quotidiano. Il credo buddhista, in realtà, emerge in modo anche più efficace nella sua letteratura, dove costituisce il centro della narrazione senza però essere un tema da discutere (romanzi come I vagabondi del Dharma). Insieme a Lettere dalla Beat Generation e ad alcune lettere contenute in sezioni di altri volumi (per esempio in Il mare è mio fratello), questi sono i soli estratti della corrispondenza di Kerouac pubblicati in Italia.
Nella prima parte, il libro raccoglie un articolo già edito in altre antologie, L'ultima parola, dove la sua idea del buddhismo emerge potentemente (forse il suo manifesto a riguardo), e due estratti da altre opere selezionati sulla base del tema: alcune strofe del poema La scrittura dell'eternità dorata e alcuni paragrafi del Libro dei sogni, entrambi usciti integralmente come pubblicazioni a se stanti.

contiene:
L'ultima parola (1959)
Estratti da La scrittura della Dorata Eternità (1956)
Estratti dal Libro dei Sogni
Lettere (1954-56)


Leggi anche:
 

14 maggio 2011

KEROUAC: SCRIVERE BOP


 
 
Questo è un piccolo ma fondamentale testo per conoscere Jack Kerouac. Raccoglie articoli brevi che sono apparsi su alcune riviste americane e che affrontano in particolare il tema della scrittura e della Beat Generation (dopo l'uscita di On The Road nel 1957, Kerouac e i Beat fanno molto parlare di sé). Quello che viene tracciato in questo libro, in effetti, è un percorso: Kerouac prima snocciola il come e il perché della sua forma di scrittura ispirata al be-bop, con i due famosi scritti Dottrina e tecnica della prosa moderna e Fondamenti della prosa spontanea, ma anche con Scrittori si nasce o si diventa?. Poi osserva se stesso e il suo romanzo On The Road come motore della scena Beat, arrivando a discutere (e arrabbiarsi) per come il significato di Beat sia stato stravolto e male interpretato dai mass media e quindi da tutto il mondo, dissociandosi completamente dalla figura dell'hipster nichilista e poco di buono che sembra tenuto a rappresentare. Si ferma anche a raccontare come la censura abbia cancellato, in una sua foto, il crocefisso al collo. Vi sono poi dei momenti in cui emerge la sua visione buddhista (abbracciata a metà degli anni 50) e un saggio dedicato al jazz (La nascita del Bop, anche questo molto famoso).

8 maggio 2011

KEROUAC: SULLA STRADA - IL ROTOLO ORIGINALE




«Credevo fermamente in una buona casa, in una vita sana e corretta, nel buon cibo, nel divertimento, nel lavoro, nella fede e nella speranza. Ho sempre creduto in queste cose. E con un certo stupore mi resi conto di essere una delle poche persone al mondo che credevano davvero in queste cose ma non andavano in giro a farne una tediosa filosofia borghese.»
Jack Kerouac, Sulla strada

Com'è noto, il romanzo tratta dei quattro viaggi che Jack Kerouac compie da una parte all'altra dell'America tra il 1947 e il 1950 insieme a Neal Cassady (nel romanzo, Dean Moriarty), un amico nonché la figura di eroe moderno che segna per sempre l'immaginario di Jack. Durante i viaggi Jack tiene dei diari personali su cui annota ogni cosa, fatto e sensazione. Questo materiale (tra l'altro selezionato e pubblicato in Un mondo battuto dal vento – I diari) rappresenta la sua produzione principale nel periodo di fine anni 40, quello dei viaggi appunto, e sarà poi alla base del lavoro sul romanzo.
Nel primo viaggio, Jack (da New York) raggiunge Neal a San Francisco tramite autostop e autobus, passando per Denver, e poi torna a casa (estate-autunno 1947). Il secondo viaggio vede Jack e Neal insieme diretti a New Orleans e poi a San Francisco (inverno 1948-49). Nel terzo viaggio, Jack raggiunge Denver, poi di nuovo San Francisco da Neal (primavera 1949). Nel quarto viaggio Jack si dirige ancora a Denver, poi a Città del Messico, e infine torna a New York (estate-autunno 1950).

1 maggio 2011

KEROUAC: LA VERA STORIA DI SULLA STRADA

Nell'autunno 1948, a metà del lavoro per La città e la metropoli, Jack Kerouac pensa già al suo libro successivo: parla “di due ragazzi che girano la California in autostop alla ricerca di qualcosa che non riescono a trovare davvero, e così si perdono sulla strada, per poi tornare indietro sperando in qualcosa di diverso.” Scrive nel suo diario che le idee “mi ossessionano a tal punto che non posso nasconderle.”
Esistono tre protoversioni del romanzo: una del 1948 (54 pagine) denominata Ray Smith Novel, una dell'estate 1949 (54 pagine) denominata Shades Of The Prison House, una dell'agosto 1950 (30 pagine, 7 capitoli) intitolata Gone On The Road.
La scrittura del libro è già iniziata al momento del primo viaggio con Neal Cassady in California nel dicembre 1948, e sarà sempre interrotta e poi ripresa a seconda dei viaggi tra est e ovest. È sui taccuini e sui diari di viaggio che Jack prende nota di tutte le vicende del suo vissuto. Di quella primissima bozza, nel 1948 scrive: “non ho idea dove il romanzo mi stia portando”.
Il primo materiale verrà ripreso in mano e rielaborato da Jack nel 1969, consegnato al suo agente lo stesso mese della sua morte: si tratta di Pic – Storia di un vagabondo sulla strada, pubblicato postumo. Inoltre, forse inconsapevolmente, nel primo materiale vi sono anche le basi di quello che sarà Dottor Sax. Nel gennaio 1949 Neal regala a Jack un taccuino, intitolato Rain And Rivers, su cui Jack annota gran parte dei viaggi che costituiscono il nucleo di On The Road. L'occasione è proprio il secondo viaggio verso ovest, da cui Jack è di ritorno a New York in marzo.

26 aprile 2011

GIORGIO GAMBINI - OUROBOROS

Dopo la mia recensione del suo primo lavoro (Il Ruggito del Maelstrom) ho avuto il piacere di incontrare e conoscere Giorgio Gambini, professore ed artista. Mi ha immediatamente omaggiato del suo secondo lavoro: si tratta di una cosa piccola, questa volta, un EP di quattro canzoni intitolato Ouroboros. Il librettino (estremamente curato come ogni cosa nei lavori di Giorgio) spiega che tre canzoni sono di vecchia data, di particolare valore personale per l'autore, e una è la composizione più recente. Il filo conduttore è ancora una volta una ricerca che ha le sue radici nella storia ma che diventa subito spirituale e quindi personale.

4 aprile 2011

PERCHE' SI SCRIVE? LA SOTTILE LINEA TRA EGOISMO E CONDIVISIONE

Poche settimane fa ho pubblicato un breve articolo, in occasione dei due anni di BeatBlog, dove spiegavo brevemente gli obiettivi del blog e dell'avere un blog come questo. Poi, una sera, parlando con un amico con il quale faccio musica è venuto fuori l'argomento cruciale del PERCHE' (scritto appositamente in maiuscolo). Non solo, ma anche del COME.
Nello specifico, quel discorso mi ha portato alla conclusione che realizzare musica, una canzone o un album intero, non è un'attività solitaria ma, al contrario, di condivisione. Anche se uno è un bravo cantante, musicista, arrangiatore e ha l'equipaggiamento per esibirsi e registrare, non ha senso che si metta a costruire musica tassello per tassello, da solo. Perché la musica non è egoistica: la si fa insieme. Invece un'attività egoistica e solitaria è la scrittura: ha senso mettersi a scrivere un libro da soli piuttosto che in compagnia.
Partendo da qui ho iniziato a chiedermi perché tanta gente scrive. Che siano appunti personali, blog o romanzi, come mai c'è questo imperante bisogno di scrittura? La risposta è in parte semplicissima (e la posso dare) e in parte complicata (e posso dire solo ciò che riguarda me). La parte semplice è: espressione. Necessità di esprimere sé stessi. Questo vale per ogni tipo di arte, s'intende, ma la scrittura è la più accessibile (nonostante richieda di essere capaci di scrivere, cosa che oggi non va data troppo per scontata).

(foto dell'autore)

28 marzo 2011

UN DISCO LIVE? IL CASO PEARL JAM

[Update 29.6.2012]
Quest'anno è uscito Live on Ten Legs, collezione di brani dal vivo tra il 2000 e il 2009. Il materiale predominante risale però agli anni 90 e all'ultimo Backspacer, mentre Binaural, Riot Act e Pearl Jam sono poco rappresentati.
I PJ sono certamente animali da palcoscenico. Ma sugli album live ho qualche perplessità. Il problema principale, se si pensa a un disco live, è come renderlo interessante e diverso da quanto si può ascoltare nei dischi studio. Ci sono musicisti che fanno un tour diverso dall'altro, con una scelta selezionata di brani sempre diversa, con band sempre diverse (uno su tutti, Neil Young). Allora ogni tour meriterebbe il suo disco live perché effettivamente rappresenta un momento unico e particolare, magari senza il corrispettivo in studio oppure con una quantità maggiore di materiale.
Dall'altro lato ci sono le jam band (Dave Matthews Band e Phish, per fare i due esempi migliori), i cui concerti sono sempre qualcosa di diverso dal punto di vista esecutivo: lunghi spazi di improvvisazione rendono uno stesso brano sempre unico e diverso, con vari cambiamenti nelle setlist.



18 marzo 2011

E ALLORA COSA CI HANNO DATO 20 ANNI DI PEARL JAM?

[Update 29.6.2012]
Questa mia carrellata attraverso gli episodi discografici dei primi 20 anni dei Pearl Jam è servita (a me, e spero anche a voi) innanzitutto per fissare le mie impressioni sulla loro evoluzione, per sottolineare l'evidenza di tale evoluzione (e controbattere a tesi contrarie che mi è capitato di incontrare), secondariamente per riassumere il bagaglio di rarità sparse qui e là, e infine – come tesi conclusiva – per ribadire che i Pearl Jam, a mio parere, sono l'ultima Rock Band in circolazione. I loro 20 anni, quindi, hanno ottime ragioni per essere festeggiati.
Ho voluto tracciare, mediante commenti sintetici, un disegno generale. Tuttavia non ho detto tutto quello che vorrei, non sono sceso in dettaglio nella questione: cosa rappresenta la musica dei Pearl Jam? E' una domanda che tende a sorgere spontaneamente quando si parla di una band “recente” (cioè successiva agli anni 70 e 80).

13 marzo 2011

PEARL JAM & VEDDER '08-'09 : INTO THE WILD & BACKSPACER


[Update 29.6.2012]
Il 2008 ha visto Eddie Vedder cimentarsi con la colonna sonora dello straordinario film Into The Wild di Sean Penn. L'album è di musica per lo più strumentale e acustica in uno stile caro a Eddie, il cui primo strumento fu proprio un ukulele (come il suo padrino Neil Young). Disco molto bello, ricco d'atmosfera, il cui unico difetto è l'essere troppo breve. Dai primi anni 2000 Vedder ogni tanto, in concerto, propone qualche pezzo acustico di suo pugno.



7 marzo 2011

PEARL JAM '03-'06: LOST DOGS & OMONIMO

[Update 29.6.2012]

Era difficile credere che una antologia di b-sides e out-takes potesse essere così bella, eppure lo è. Anche se non ha l'integrità di un album, anche se raccoglie materiale di vari momenti, è ugualmente e incredibilmente potente. Unite in un ordine pensato, molte di queste inedite avrebbero costituito un grandioso album.

2 marzo 2011

DUE ANNI DI BEATBLOG! (INCLUDE: PERCHE' UN BLOG?)


Eureka! Tagliato il traguardo dei 2 anni.
Una parte di me si è sempre domandata: perché questa invasione di blog? Specie quelli dove uno scrive i cazzi suoi, gli umori, anziché farlo sul diario. Che me ne frega, e a chi può fregare dei cazzi miei? (Possibile che non se lo chiedano?)
Non era questo che volevo fare. Dunque: cosa intendo fare con BeatBlog?
Internet è un prezioso strumento, indispensabile oramai nella vita della gente. Al punto che, per esempio, se cerchi informazioni su un cantante o i suoi testi tradotti, non vai in libreria – o almeno non subito – ma vai su internet. Il mondo gira così e non è un brutto affare: la libertà di parola e il libero scambio di informazioni che permette la rete potrebbero arricchirci tutti (culturalmente) – anche se c'è pure il rovescio della medaglia: malinformazione, falsità, ecc.

27 febbraio 2011

PEARL JAM '02: RIOT ACT


[Update 29.6.2012]

Riot Act si pone come un altro tassello fondamentale dell'evoluzione dei Pearl Jam, che qui probabilmente raggiunge la maggiore distanza dalle origini. Denso è l'aggettivo che alza meglio a Riot Act, la cui sonorità ha una maggior componente acustica. Le canzoni sono un torrente che scorre senza soluzione di continuità, a partire dalla travolgente apertura di "Can't Keep" (concepita in origine da Vedder all'ukulele) fino alla fine.

17 febbraio 2011

PEARL JAM '00: BINAURAL


[Update 29.6.2012]

Binaural rappresenta, a mio parere, il primo dei capolavori dei Pearl Jam, a cui seguirà due anni dopo Riot Act.
Binaural è il loro "viaggio al termine della notte": nero, cosmico, deviante (lo chiamano art-rock). Lo stile ormai "classico" dei PJ c'è ancora tutto, nella musica e nei testi di Vedder. Ma c'è qualcosa in più, quello che nei dischi precedenti affiorava ogni tanto spettralmente. "Light Years", "Nothing As It Seems", "Thin Air", "Insignificance", "Of The Girl", "Grievance": la parte centrale dell'album potrebbe essere una suite senza soluzione di continuità. Anche i primi tre brani, "Breakerfall", "Gods Dice" e "Evacuation", duri e diretti nello stile più celebre dei PJ, sono straordinari. La chiusura di "Parting Ways" è memorabile.

10 febbraio 2011

PEARL JAM '98: YELD

[Update 29.6.2012]
Yeld ha un sound levigato, scintillante: i Pearl Jam compiono un ulteriore passo verso un connubio di trame rock (quello del grunge sporco, quello delle ballads malinconiche, quello dell'art-rock introspettivo) che li porterà presto a risultati straordinari. Curioso come per qualcuno la carriera dei PJ sia tutta un'ascesa e per altri sia tutta una discesa. No Code e Yeld sono album spartiacque, nel bene o nel male.

5 febbraio 2011

PEARL JAM '96: NO CODE

[Update 29.6.2012]
No Code, similmente al successivo Yeld, è un disco di passaggio. Contiene un po' di tutto ciò che i Pearl Jam avevano fatto finora, in termini di sonorità, risultando un disco intenso e variopinto, senza l'ombra di ripetitività o riciclaggio. Naturalmente non è un disco solido quanto i tre precedenti, e come saranno quelli dei primi anni 2000. Si inizia anche ad avvertire qualche spruzzo di sperimentalismo; la grinta discende leggermente verso una certa introspezione musicale.
Straordinarie sono "Sometimes" e "Hail Hail" (l'incipit migliore di un album dei Pearl Jam), "Off He Goes", "Habit", "Red Mosquito" e "I'm Open". Con No Code i PJ si sono incamminati sulla loro nuova e definitiva strada.

31 gennaio 2011

PEARL JAM '94-'95: VITALOGY & MERKIN BALL

[Update 29.6.2012]

VITALOGY (1994)
L'impatto di Vitalogy è ancora diverso dai precedenti due album: anche il “rigore” di Vs. viene rotto. L'oscurità di Vitalogy vive di vita propria e rappresenta già un post-grunge di altissimo livello. Il disco inizia con sonorità tra le più pesanti dei Pearl Jam, per poi prendere una strada tutta scossoni e zigzag tra le allucinanti “Tremor Christ”, “Satan's Bed”, “Aye Davanita”, gli scherzi schizoidi di “Bugs” e “Pry To”, e il timbro classico dei PJ rappresentato da “Immortality”, “Not For You”, “Better Man” e “Nothingman”. Vitalogy è l'album finora più difficile dei PJ, quello più azzardato, più incatalogabile, certamente di svolta. Rappresenta la conclusione del primo periodo e del boom iniziale del gruppo di Seattle, da molti considerato ineguagliato nel futuro (io non sono d'accordo).

25 gennaio 2011

PEARL JAM '93: VS.


[Update 29.6.2012]

Primo album dei PJ che ho ascoltato in vita mia (insieme al live Berlin 25.6.00... andavo alle superiori), cogliendone subito un aspetto melodico interessante nonostante l'hard rock che sembravano proporre. Mi fecero impazzire (e mi fanno impazzire tutt'ora) le progressioni tribali e dissonanti di “W.M.A.” e “Rats” giustapposte alle agrodolci “Daughter” e “Elderly Woman...” e ai rock di incredibile brillantezza “Rearviewmirror” e “Animal”. Vs. è superiore a Ten: ne rompe gli schemi in voga nel rock di quel periodo, è un passo verso una maturità artistica e creativa che risulta in uno stile personalissimo e immediatamente riconoscibile, e che al contempo inizia ad accostarsi a un rock di stampo classico.

20 gennaio 2011

PEARL JAM '91: TEN


[Update 29.6.2012]
All'inizio amavo il sound dei Pearl Jam senza amare troppo le loro canzoni. Poi pian piano (a cominciare, per la precisione, dall'official bootleg Berlin 25.6.00) c'è stato un coinvolgimento totale. Ora vedo i Pearl Jam come uno dei pochi nomi destinati davvero a durare nella storia della musica, né più né meno dei grandi nomi dei Settanta. Da tempo volevo scrivere le mie impressioni su questa band, disco per disco lungo la loro storia, e lungo la mia come ascoltatore.

TEN (1991)
Esordio esplosivo dell'epoca Grunge, quando cioè il rock usciva dal letargo degli Ottanta con rumore esteriore e tenebra interiore, fenomeno-lampo che ha marchiato, sin da subito, chi sarebbe durato e chi no. I Pearl Jam sono i soli ad essere qui, oggi, a portare la loro musica a un livello superiore. Ten fu persino criticato da uno come Kurt Cobain perché non era abbastanza grunge e “alternativo”. I fan della grungesplosione prima maniera si sono inevitabilmente staccati dai Pearl Jam dopo al massimo tre dischi, ma farebbero bene a guardare un po' più in là.

13 gennaio 2011

JOHN LEE HOOKER



John Lee Hooker nacque il 22 agosto 1917 nel mezzo del Delta del Mississippi, undicesimo figlio di mezzadri delle piantagioni della cosiddetta "cotton-belt" nel sud degli Stati Uniti. Pochi anni dopo la madre, John e il patrigno Will Moore si trasferirono vicino a Vence, Mississippi. “Avevamo una grande fattoria con maiali e galline e avevamo sempre da mangiare. Non ho mai patito la fame”, disse.
Fu precocemente influenzato dalla musica ascoltata alla radio e dagli spirituals, i canti della chiesa, e realizzò di avere altre ambizioni che non il lavoro nei campi. “Mio padre mi faceva suonare nel fienile e lo chiamava 'il Diavolo'. A quei tempi il blues era 'la musica del Diavolo', e spesso anche i bluesman erano considerati così. C'era molta superstizione nel Mississippi”.
Il patrigno invece era un cantante blues; suonava saltuariamente con gente del calibro di Charley Patton e Son House. Diede a John le prime nozioni chitarristiche e gli permise di suonare anche in casa. Dal boogie su una corda, John imparò la struttura a 12 battute con la progressione tipica degli artisti blues del Delta, a cui aggiunse il suo personalissimo approccio vocale.