4 aprile 2011

PERCHE' SI SCRIVE? LA SOTTILE LINEA TRA EGOISMO E CONDIVISIONE

Poche settimane fa ho pubblicato un breve articolo, in occasione dei due anni di BeatBlog, dove spiegavo brevemente gli obiettivi del blog e dell'avere un blog come questo. Poi, una sera, parlando con un amico con il quale faccio musica è venuto fuori l'argomento cruciale del PERCHE' (scritto appositamente in maiuscolo). Non solo, ma anche del COME.
Nello specifico, quel discorso mi ha portato alla conclusione che realizzare musica, una canzone o un album intero, non è un'attività solitaria ma, al contrario, di condivisione. Anche se uno è un bravo cantante, musicista, arrangiatore e ha l'equipaggiamento per esibirsi e registrare, non ha senso che si metta a costruire musica tassello per tassello, da solo. Perché la musica non è egoistica: la si fa insieme. Invece un'attività egoistica e solitaria è la scrittura: ha senso mettersi a scrivere un libro da soli piuttosto che in compagnia.
Partendo da qui ho iniziato a chiedermi perché tanta gente scrive. Che siano appunti personali, blog o romanzi, come mai c'è questo imperante bisogno di scrittura? La risposta è in parte semplicissima (e la posso dare) e in parte complicata (e posso dire solo ciò che riguarda me). La parte semplice è: espressione. Necessità di esprimere sé stessi. Questo vale per ogni tipo di arte, s'intende, ma la scrittura è la più accessibile (nonostante richieda di essere capaci di scrivere, cosa che oggi non va data troppo per scontata).

(foto dell'autore)
La discussione in realtà è vecchia quanto la letteratura stessa, e in questo stesso momento ci saranno decine di forum di aspiranti scrittori dove se ne parla. Se c'è una cosa positiva, però, è che la risposta accomuna tutti. Cioè, non troverete nessuno che dica che sono i soldi a spingerlo. Tutti diranno che hanno bisogno di esprimersi. Ed è questa la cosa bella, in fondo.
La parte complicata della risposta gira intorno all'utilità effettiva di quanto si scrive, forse a una sorta di presa di coscienza individuale. Ad esempio, perché ho scritto (nel già citato post precedente) che non hanno senso i blog-diario? Quelli dove “scrivi i cazzi tuoi”? Perché non hanno un interesse e un'utilità generale. Ma perché non scrivere quelle stesse cose e farne un libricino da dare agli amici? Questo ha molto più senso, poiché gli amici c conoscono personalmente.
L'utilità dello scrivere è personale, in primis. Ma dal momento che si chiede ad altri di leggere, si dovrebbe fare attenzione a ciò che questo implica. A mio parere (ricordate che questa è la parte complicata della risposta) significa che si deve come minimo avere delle opinioni valide che si desidera diffondere, meglio ancora avere un "servizio" da proporre. Il proprio obiettivo e i propri argomenti possono anche essere del tutto personali (non si deve per forza essere un saggista), ma l'obiettivo deve essere presente e lo scrittore deve esserne consapevole.
Esempio: blog in cui l'autore descrive tutto ciò che gli capita durante il giorno, tutti i giorni, con lunghi passi di prosa descrittiva stile Orwell. L'obiettivo è quello di documentare la vita di una persona. Se si affida a questo obiettivo, rispettandolo ed estrapolandolo al meglio in ogni testo, il blog avrebbe un'idea alla base, una sua filosofia condivisibile e che potrebbe incuriosire (e chissà che non esista già).
Internet ci ha permesso di condividere con altri, una serie di "spettatori" casuali, le nostre creazioni (testi, foto, musica, film, ecc.). E' come fondare una propria rivista e distribuirla lanciandola da un areoplano. Questo però dovrebbe essere il passo successivo a una scrittura che già esiste. Il “perché” sul quale mi interrogo è relativo in generale alla scrittura per se stessi, cioè al primo passo che si compie. Ma credo che in fondo le due cose siano correlate: anche la scrittura tesa a soddisfare unicamente l'io, in mancanza di un vero obiettivo, non è destinata a durare molto. Lo si può capire dalla difficoltà di scrivere un romanzo: o ce l'hai o non ce l'hai, non lo improvvisi, e se sei in grado di improvvisarlo hai già alle spalle talmente tanta scrittura che sai quello che vuoi e quello che puoi fare. Il resto sono cose tipo diario, che continuano anche per una vita intera  ma restano sempre gelosamente custodite. Quello che voglio dire è che, come in natura (e d'altro canto la nostra mente è parte della natura), c'è una selezione e un percorso evolutivo che conduce lo scrittore sulla propria strada. Qualsiasi pretesa, se nasce dal niente, non è destinata a durare.
Neanche a farlo apposta quella sera, dopo essere tornato a casa, ho preso in mano un libro di George Orwell e mi sono imbattuto nel breve saggio “Perché scrivo”. A quel punto ho pensato che il giorno dopo avrei scritto qualcosa per fissare tutto quello che mi frullava in testa (come al solito era di più e molto più articolato di quanto riesco a buttar giù ora). Orwell, scrittore d'una lucidità straordinaria, ha schematizzato le “grandi motivazioni che inducono a scrivere, per lo meno in prosa” in quattro punti; esse “sono presenti in grado diverso nei singoli autori” e secondo “l'atmosfera in cui egli si trova a scrivere”. Le riporto testualmente.

(foto di Davide Iori)
  1. Puro e semplice egoismo. Desiderio di apparire intelligenti, far parlare di noi, essere ricordati dopo la morte […]. E' ipocrita fingere che questa non sia una motivazione, e anche forte. Gli scrittori condividono questo impulso con gli scienziati, gli artisti, i politici […]. Pressapoco all'età di trent'anni [gli uomini] abbandonano le ambizioni personali […] oppure sono semplicemente schiacciati dalla routine del lavoro quotidiano. Ma esiste anche una minoranza di persone dotate, caparbie e ben decise a vivere la propria vita fino in fondo: gli scrittori appartengono a questa categoria. […]
  2. Entusiasmo estetico. La percezione della bellezza del mondo esterno, o anche delle parole nella loro giusta disposizione. Il piacere che si trae dall'impatto tra suoni diversi, dalla solidità di una buona prosa o dal ritmo di una buona storia. Il desiderio di condividere un'esperienza avvertita come inestimabile e imperdibile. […]
  3. Impulso storico. Il desiderio di vedere le cose come sono, di scoprire la verità dei fatti e tenerla in serbo per la posterità.
  4. Intento politico (usando la parola “politico” nel senso più ampio possibile). Il desiderio di spingere il mondo in una direzione, di cambiare le opinioni degli altri […].
[da “Perché scrivo”, contenuto in George Orwell – Romanzi e saggi, i Meridiani Mondadori].

Va notato come tutti questi aspetti calzino tanto ai romanzi senza tempo quanto a saggi con ambientazione storica, quanto persino ai moderni blog multitematici.
Egoismo e desiderio di essere ricordati: è quello che ha maggior peso. Farsi conoscere non per diventare famosi, ma per farsi conoscere, attraverso modalità che il contatto sociale odierno difficilmente prevede. Far conoscere il proprio intimo, le proprie idee, senza paura. E dare agli altri una fetta di sé in modo che quella fetta possa sempre ricondurre a noi. Far sapere che ci sei, nel caso più estremo anche dopo la morte.
Condivisione delle proprie opinioni ritenute interessanti, desiderio di verità: sta alla base della scelta di usare un mezzo per diffondere ciò che si è già scritto per sé stessi. Se non credessi che quanto ho da dire su Neil Young o Jack Kerouac si possa rivelare interessante e utile per qualcuno, non ci sarebbe BeatBlog. Nel caso della narrativa, ugualmente importante è l'entusiasmo di aver partorito una bella storia scritta in una bella prosa. Che ci dica, in definitiva, che siamo bravi a scrivere. E' una soddisfazione fisica oltre che mentale.
Senza dubbio Orwell ha sverginato, più di 60 anni fa, tutto ciò che c'è da dire sul tema. Ma non voglio concludere con questo “freddo” schema. Pensiamo alla scrittura (o qualsiasi altra espressione) in termini di soddisfazione: ovvero cosa ci rimane quando terminiamo di battere anche un misero paragrafo nel quale vogliamo sottolineare e condividere il valore che abbiamo riscontrato, poniamo, in un disco. Ci siamo masturbati? E' questo il genere di soddisfazione che abbiamo? Non credo. Proprio no. Questo fa parte della risposta complicata, che spetta a ciascuno. Nel mio caso, c'è la pura felicità di aver messo nero su bianco, in maniera obiettiva e fruibile agli altri, un mio pensiero. E' questo il minimo comune denominatore a tutti i tipi di espressione e di temi trattati.
Ma dovrebbe esserci una linea di separazione tra questo e il passo successivo: gettare il pensiero in pasto ad altri. Dovrebbe esserci un filtro, una ponderazione. Ciò che separa la scrittura in quanto “emissione di sé” a getto libero, senza preconcetti, lasciando che venga quando viene... e la decisione di cosa farne del materiale, la valutazione dei contesti, l'ordine delle cose. Orwell ci ha dato con largo anticipo anche questa risposta. Tra il punto 1 (l'egoismo) e il punto 2 (la condivisione) c'è la linea di separazione tra la scrittura per sé stessi e quella fruibile da un pubblico. Linea che internet ha reso confusa.
In ogni caso, è un bene che ci sia tanta gente che trae soddisfazioni dall'arte (nel senso più ampio e umile del termine). Anche dal buttar giù qualche riga ogni tanto. Bisogna cercare di non arrendersi e prosciugarsi mai.

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1 commento:

  1. Bello quello che dici, soprattutto riguardo alla musica come condivisione di qualcosa di bello!

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