5 giugno 2011

CAPOSSELA, MARINAI, PROFETI


Il nuovo Vinicio Capossela è un passo ulteriore verso l'astrattismo. Non è neanche un disco, non ci sono nemmeno “canzoni”. E' la colonna sonora di uno spettacolo teatrale, niente più e niente meno. La musica accompagna sottilmente la dimensione testuale che pretende di essere ascoltata. Cioè il primo imperativo dell'album è: ascolta bene e comprendi le parole. Di difficile ascolto quindi, impegnativo, anche un po' troppo. Perché va bene prendere le distanze dai manierismi e accrescere ancora il proprio particolarissimo stile, però qui si avverte proprio l'assenza di una dimensione visuale a completare quella che è una vera e propria Opera.

Giri di piano o arpeggi di chitarra, lontane percussioni, suoni alieni, sono tutta la sezione musicale propriamente detta, il cui solo scopo è reggere le parole. Capossela, già riconosciuto come un Tom Waits italiano, è ancora più astratto e criptico.
Insomma un colpo di genio, forse, oppure un eccessivo peccato d'orgoglio: difficile dirlo. Personalmente avrei preferito un ritorno allo stile, sì sperimentale ma più melodico, di Ovunque Proteggi. Sarà interessante il dvd con lo show di Marinai Profeti e Balene, dove finalmente l'Opera assumerà piena forma. D'altro canto anche con il SoloShow è stato così: oramai Vinicio non fa più musica, ma alimenta un inedito genere dove musica+visione assumono la medesima importanza.

Un passo indietro...
Da Solo (2008). Un buon disco, di sicuro sottovalutato (ci si aspettava una prosecuzione di Ovunque Proteggi). Anche qui, le canzoni è meglio vederle (nello spettacolo) oltre che ascoltarle per poter osservare il quadro completo. Il disco in sé vede Vinicio al pianoforte con pochi strumentisti al fianco. Arrangiamenti quindi sempre scarni, a sostegno degli ottimi testi. Matrice waitsiana pura. Sebbene anche qui l'imperativo sia di ascoltare, seguire, capire, le canzoni sono piacevolmente rilassate. Ascolto dopo ascolto rimane sempre più impresso. Forse è un giusto punto di equilibrio.

Due passi indietro...
Ovunque proteggi (2006). Capolavoro, e il suo definitivo punto di svolta. Mix di ballate spettrali (eccellenti premonizioni dei futuri sviluppi stilistici, ma ancora insuperate), danze elettroniche, folk da predicatore di strada e chi più ne ha più ne metta. Ogni brano cambia la prospettiva di un disco geniale, portato in tour con altrettanto geniali spettacoli visivi. A differenza però dei successivi dischi+tour, qui l'album è eccellente di per sé, nella musica e nei testi posti a un livello di pari importanza (ed eccellenza). Oltre quindi a essere un grande disco cantautoriale, è anche un disco scatenato – di sicuro nella prima parte, ma anche i brani lenti della seconda sono di una bellezza e un'orecchiabilità che rimane impressa. Un'eccezione tra le opere di Vinicio, fino ad oggi.

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