17 settembre 2011

BALLARD - II - TECNO-SOCIO-PSICOSI

Crash (1973) è il punto di arrivo di un percorso atto a indagare la condizione umana in toto, che non poteva arrivare se non dopo le “sperimentazioni” attuate nei libri precedenti. Capitolo dopo capitolo seguiamo James, il narratore (che si chiama proprio come lo scrittore), rimettersi da un brutto incidente d'auto e incontrare Vaughan, sorta di mentore con cui condivide le stesse, estreme ossessioni. Insieme passano attraverso automobili, strade, incidenti, corpi di donne: tutto ciò che li ossessiona e li rende vivi. James e Vaughan sono una sorta di estremo postmoderno di Jack Kerouac e Neal Cassady, agli antipodi del loro “sogno americano di ribellione”. La narrazione, in prima persona, è portata avanti dalle osservazioni di James: ogni cosa è filtrata attraverso la sua visione in una cadenza catartica.

Crash mette in scena la psicosi: è puramente mentale e non c'è niente di fantastico nel suo scenario, la città Londra, nella quale i protagonisti si muovono alienati come non mai. Lo stile e le descrizioni sono ferocemente mediche e anti-etiche. La morale di Crash è proprio questa: l'unico “fantastico” risiede negli artifici del nostro vivere, e giunti al punto in cui ci troviamo (le nostre tecnologie, le nostre società), saremo presto costretti a ordini d'idee ben diversi, ad oggi ancora pazzeschi... ma non più di tanto.
Poi c'è l'auto, uno (e forse il più grande) dei simboli tecno-socio-sessuali del XX secolo (nel '73 Ballard non era in errore nel vederci lo status-symbol per eccellenza). C'è il paesaggio mediatico, che in Crash è sottinteso ma è come un manto nuvoloso incombente, causa prima di tutto quello a cui assistiamo (per esempio, la messa in scena delle morti delle celebrità). Ci sono le strade urbane e l'eterno flusso di traffico che è, di fatto, il sangue che fluisce nelle vene del tessuto urbano, del mondo occidentale. Se prima la simbologia di Ballard si riferiva alla natura, ora gli occorre il paesaggio decadente metropolitano per descrivere la desolazione e l'alienazione dell'individuo (senza più ritorno ad alcuna dimensione naturale).
Probabilmente è meglio leggere Crash dopo aver toccato almeno le tappe fondamentali dell'opera precedente di Ballard. Preso singolarmente e senza conoscere l'autore, rischia di essere una grossa batosta e, soprattutto, di essere letto superficialmente, così come fu frettolosamente censurata l'ottima trasposizione cinematografica di David Cronenberg.

L'isola di cemento (1974) più che un romanzo è un racconto lungo. “Io sono l'isola” ripete spesso Maitland, un comune impiegato londinese che esce di strada con l'auto e finisce in un'isola spartitraffico celata sotto i viadotti e da cui sembra non esservi uscita. Febbricitante e malridotto, alla rassegnazione iniziale verso la sua condizione subentra presto la visione di una nuova opportunità: l'isola come una nuova vita e un'inedita esplorazione all'interno di se stesso. Sempre in bilico tra il desiderio di aiuto e fuga e il desiderio di esser parte per sempre di quel piccolo suo mondo, che continuamente gli si rivela in nuovi aspetti, Maitland si imbatte poi in altri due reietti che vi si rifugiano: un trapezista ritardato e una prostituta.
Nel disegno delle alienanti relazioni tra i personaggi, nelle circonvoluzioni dei pensieri e delle azioni del protagonista, nel finale (quasi) aperto, Ballard ci dà molte più risposte di quanto sembri. Utilizza al meglio la sua narrativa puntuale, immediata, tracciando senza fronzoli la “novella” che fonde insieme paesaggi e ossessioni di Crash e della sua narrativa precedente. Il paesaggio artificiale (l'isola spartitraffico, i viadotti, il costante riferimento al traffico, i condomini lontani) e la sua decadenza diventano simbolo della desolazione dell'anima, così l'isola-prigione diventa il luogo della scoperta psichica, della “nuova vita” al di fuori (e al di sopra) di tutto.
Si può quindi vedere L'isola di cemento come l'episodio più diretto e accessibile nella triade Crash-Isola-Condominio, quasi un atto teatrale, un piccolo sunto della poetica ballardiana.


Il condominio (1975) è un'opera sconvolgente, uno degli apici di Ballard per tema e scrittura. Torna a concedersi un parziale elemento fantascientifico (o semplicemente futuristico, poco delineato e fatto solamente di spazi chiusi): una grande città verticale, terreno ideale per la sua azione-esperimento. Il condominio di duemila abitanti (tutti appartenenti alla Londra aristocratica) diviene, per evoluzione naturale, un'isola in cui si sviluppa un nuovo stadio di civiltà. La cosa inizia come una regressione crudele a uno stato primitivo, violento: i condomini si menano per il cibo, si tendono trappole come pagani nella giungla, stuprano per soddisfare i bisogni sessuali, e i vari piani dell'edificio scindono classi sociali, stili di vita e ideologie. Ma si tratta solo di un momento di transizione necessario per raggiungere il nuovo equilibrio, condizione ideale priva di schemi preconcetti dove ognuno semplicemente è. Il messaggio che Ballard intende esprimere si erge alto e limpido: l'uomo ambisce – in parte costretto da pressioni esterne, ma in larga parte per volontaria scoperta – a una nuova condizione di vita, uno stato al di sopra dei normali schemi sociali ed etici, un nirvana, un paradiso dei piaceri e degli istinti.
La genialità prettamente letteraria sta nel fatto che Ballard scrive una non-storia costruita essenzialmente su situazioni, che ruotano attorno a tre protagonisti distinti per ruolo sociale e punto di vista (abitano ad altezze diverse del condominio). Ballard riesce nell'intento di realizzare una narrazione vorticosa e spiazzante, che richiede una seconda lettura per essere assimilata: la fine-inizio e l'inizio-fine, senza soluzione di continuità, le infinite sfaccettature, il senso di quelle frasi grottesche e da gelare il sangue.


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