1 settembre 2011

JAMES G. BALLARD: UN RITRATTO DOVUTO



“In cosa consiste il significato della natura se non nella sua capacità di illustrare una qualche esperienza interiore? Gli unici paesaggi autentici sono quelli dell'anima, o le loro proiezioni esterne.” (dal racconto Il Delta al Tramonto)

James G. Ballard non ha scritto delle belle storie, godibili innanzitutto a un livello puramente narrativo, all'interno delle quali inserire, mascherandole in qualche maniera, le sue teorie. No: Ballard ha scritto le sue teorie. Le storie che le contengono sono plasmate a loro forma e necessità e, a guardarle dall'alto, in apparenza sono grottesche, surreali e talvolta persino incomprensibili. Se si cerca una mediazione bisogna rivolgersi altrove, perché Ballard non offre mediazioni. Il suo grande pregio è quello di intrappolare rapidamente il lettore e costringerlo a guardare, se non proprio a condividere, ciò che gli vuole mostrare. I libri di Ballard sono difficili, il lettore dovrebbe essere almeno in parte preparato a cosa va incontro: non perché la lettura sia pesante, ma perché si rischia di uscirne senza capire davvero cosa si è letto. Tuttavia le tematiche ballardiane sfiorano gli istinti, solleticano le parti più profonde del pensiero o dell'anima, e hanno un valore collettivo e universale. Poco importa, dunque, che si possano giudicare in modo superficiale certi aspetti (per esempio le azioni dei personaggi) come estremi, inappropriati, surreali. Una volta colto il messaggio ci si accorge della semplice perfezione dello svolgersi, come assistendo a un esperimento scientifico. E la discesa ha inizio.
Ballard è stato un autore con una poetica ben precisa, potentissima, che emerge in modo più o meno esplicito, più o meno evoluto, vista da differenti angolazioni, in tutti i suoi libri e racconti. La funzione dell'intera sua bibliografia, dell'atto stesso di scrivere compiuto da Ballard, è appunto quella di mettere in scena, creare esperimenti per validare le sue teorie “filosofiche”. E di seguirne l'evoluzione, anno dopo anno, libro dopo libro. Questa non è una caratteristica comune a tutti gli scrittori, anzi. Anche nel caso di un grande come Isaac Asimov, è difficile definirlo “teorizzatore” allo stesso modo di Ballard. Dove Asimov ha avuto l'abilità di prevedere (e contribuirne, persino) gli sviluppi tecnologici, per esempio della robotica, uno come Ballard ha fornito l'interpretazione, la sua chiave di lettura, dell'uomo moderno nel senso più profondo possibile. È più semplice ritrovare analogie e influenze tra Ballard e, per esempio, l'arte di Salvador Dalì e del surrealismo pittorico, che non tra Ballard e altri scrittori, tanto meno di fantascienza, genere al quale ha contribuito in modo estremamente obliquo per poi uscirne del tutto.
Come dimostra il vasto apparato di saggi e articoli dedicato a Ballard e la sua eredità tutt'ora viva nel panorama artistico e culturale in senso lato, il discorso messo in piedi da questo autore britannico (nato nel 1930 a Shanghai) è davvero complesso e ampio. Alla radice c'è ovviamente un dibattito sulla condizione umana e sulle sue frontiere interne. Ballard ha teorizzato già negli anni '60 il cosiddetto inner space narrativo (applicandolo alla science-fiction), rifiutando ogni legame con le tradizioni fantascientifiche classiche che si rivolgevano ad avventure ambientate tra le stelle. Il movimento in questione si chiama new wave letteraria. In gran parte delle sue opere etichettate come sci-fi, lo scenario è l'unico elemento di genere con una semplice funzione di pretesto: è il laboratorio dove muovere, sperimentare, analizzare i personaggi e indagarne il risultato finale. Il suo sguardo è diretto all'Uomo e alla Terra, nonché al loro ancestrale legame.
Scriveva nel suo famoso manifesto del 1962 per la rivista New Worlds: “Penso che la science-fiction debba volgere le spalle allo spazio […], a trame lineari, narrazione giornalistica, una gamma limitata di situazioni e personaggi. […] È lo spazio interiore, non quello esterno, che dobbiamo esplorare. […] L'enfasi dovrebbe slittare verso le scienze biologiche […]. Per esempio, invece di trattare il tempo come una specie di pirotecnica giostra, mi piacerebbe che fosse usato per quel che è, come una delle prospettive della personalità, […] tempo archeopsichico. Vorrei trovare più idee psicoletterarie, […] quei semimondi remoti e cupi che scorgiamo nei dipinti degli schizofrenici, una completa poesia speculativa […].” 


Ballard ci dice che l'uomo ambisce costantemente a qualcosa di altro, di diverso, di più, a una nuova condizione che scaturisce, per esempio, dal ricordo atavico di un equilibrio naturale perduto. Invischiato nelle trame sociali e morali che ha creato, il personaggio-tipo ballardiano ne viene spesso condotto al margine a rappresentare una forma deviante.
Parafrasando quanto riportato in un vecchio numero di Urania, Ballard ha creato la catastrofe al rallentatore, impressa nella psiche più che nel mondo esterno, un mondo che è reale eppure leggermente diverso. Esplora cioè il rapporto tra il luogo e la psiche: come l'uno si rifletta e condizioni l'altra. Come il paesaggio esterno sia nientemeno che un'estensione di quello interiore, e viceversa. E il corpo che, nel mezzo, fa da tramite nei limiti della sua mortalità, talvolta divenendo un grosso ostacolo.
Il paesaggio ballardiano è costruito di simboli, proprio come nella pittura; le ambientazioni costituiscono il significato stesso della storia, il motore dell'evoluzione dei personaggi. Il deserto come inconscio vivo e spazio di perdita; l'acqua e l'oceano come mondo di provenienza (e intimo desiderio di ritorno al passato); il cristallo come materializzazione del tempo e dell'eternità (che implica sempre un desiderio di raggiungimento); il cielo e il volo come mezzi verso un'agognata e impossibile libertà; la malattia o l'allucinazione come la vera vista sulla realtà autentica.
La letteratura ricca di simbolismo di Ballard, concentrata nella prima metà della carriera, include alcune delle opere più note e dibattute: Vermilion Sands, Il Mondo Sommerso, Foresta di Cristallo, Terra Bruciata, Vento dal Nulla, ma anche il più tardo Hello America e molti straordinari racconti spaiati in varie raccolte (in realtà, la mole di racconti è molto superiore a quella dei romanzi, e così anche la loro importanza complessiva nel rappresentare questa fase della scrittura ballardiana).
Da circa metà carriera, Ballard si concentra su un livello più specifico di indagine della mente e della collettività in rapporto al momento storico e sociale contemporaneo, reale, abbandonando quelle simbologie e quegli scenari ancora legati al fantastico. Teorizza quindi malattie sociali di varie derivazioni: per esempio, l'era spaziale e la corsa allo spazio, dotati di un grande peso mitologico, acquistano un senso di oltraggio verso la natura, e ciò conduce a un'inevitabile follia. Le “mitologie del futuro prossimo” di Ballard indagano i nostri simboli sociali, sessuali, storici e danno forma a conclusioni che sono verità radicali e controverse. Corpo, sessualità e pulsioni sono al centro di teorie ancora più vicine a noi, potentissime, negazione estrema di quegli istinti su cui Ballard si è soffermato in precedenza parlando di paesaggi desertici e foreste incantate.
Nella seconda fase ballardiana, quindi, le premesse sono puri e semplici dati di fatto, notizie giornalistiche al cuore del XX secolo. Troviamo qui, probabilmente, i suoi romanzi più famosi: Crash, Il Condominio, La Mostra delle Atrocità, mentre la produzione di racconti è inferiore ma comunque di grande importanza (la lunghezza di uno di essi, La Città Definitiva, è tale da poter essere considerato un romanzo breve).
Romanzi come Hello America e Il Giorno della Creazione, successivi a quelli appena citati, rappresentano una singolare fusione di entrambe le fasi. C'è poi una fase di pausa caratterizzata da testi marcatamente autobiografici (celebre è L'Impero del Sole). Infine, la terza fase nella produzione di Ballard è nota per essere di ancora maggiore realismo, un'estrapolazione ulteriore e più sottile delle “apocalissi silenziose” inscritte nei fatti di cronaca nera e nelle pacate vite dei borghesi. Vi troviamo romanzi come Cocaine Nights, Super Cannes, Millennium People, Regno a Venire. La carriera di James G. Ballard si conclude con l'autobiografia I miracoli della vita, scritta durante la malattia che lo porterà, nel 2009, alla morte.


“Il deserto è entrato nelle nostre menti, […] il paesaggio è un elaborato accostamento di zeri interiori, un insieme di numeratori psicologici misteriosi. Qui è possibile […] vedere confermata la propria divinità nei contorni di una duna.” (dal romanzo Hello America)

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