22 gennaio 2012

BALLARD - V - LA MOSTRA DELLE ATROCITA'


“Nell'epoca attuale il paesaggio dei media è una mappa in cerca di un territorio. Le nostre menti sono inondate da una massa impressionante di immagini sensazionali e spesso tossiche, molte delle quali hanno un contenuto inventato. Come fare a trarre un senso da questo flusso incessante di informazione e di pubblicità, di notizie e di intrattenimento, in ci le campagne presidenziali e i viaggi sulla Luna sono indistinguibili dal lancio di una nuova merendina o dell'ultimo deodorante? Che cosa succede davvero, nel nostro inconscio, quando, sullo stesso schermo televisivo, nel giro di pochi fa l'amore e un bambino ferito viene estratto da un'auto sfasciata? Messi di fronte a questi eventi così caricati, ognuno dei quali ha già allegata la sua emozione preconfezionata, possiamo solo costruire un insieme di scenari d'emergenza, proprio come fa la nostra mente durante il sonno, quando dalle memorie scollegate che scorrazzano per la notte corticale ricava un estemporaneo racconto. Nel sogno a occhi aperti che adesso costituisce la nostra vita di tutti i giorni, le immagini di una vedova insanguinata, il profilo cromato del parabrezza di una limousine, l'eleganza stilizzata di un corteo d'auto, si fondono insieme e creano un racconto secondario, dotato di significati ben diversi da quelli originari.”
Questa è la premessa di James G. Ballard che sta alla base di La mostra delle atrocità, il suo libro più radicale in senso assoluto. Non è un romanzo e non è una raccolta di racconti. È un testo costruito di paragrafi in successione (divisi da surreali titoli di capitoli) nei quali si snodano senza soluzione di continuità personaggi, azioni, pensieri, ambienti, descrizioni. Si ha l'impressione di leggere bozze di cartelle mediche scritte sotto l'effetto di lsd. Lo stile rispecchia le circonvoluzioni del cervello umano, facendoci sentire come smarriti topolini iperstimolati che cercano invano l'uscita da un labirinto che cambia continuamente.
Ricorrono i nomi dei miti massmediatici degli anni '60 – Kennedy, Monroe, Reagan – l'epoca in cui Ballard scrisse questi testi (l'edizione definitiva con note dell'autore risale agli anni 90). Ricorrono nomi simili (Travis, Traven, Talbert, Tallis) per uno stesso protagonista che Ballard decontestualizza e priva di un'identità certa. Ricorrono la pornografia e gli incidenti d'auto (come in Crash, che sarebbe nato poco dopo a partire proprio da uno di questi testi). Ma Ballard, in questo enorme circo, compie un'azione estremamente precisa. La descrive perfettamente Lanfranco Fabriani (nell'articolo “Profilo di James Ballard”), che riporto testualmente.
“[...] Ballard prese in esame il mondo come si stava venendo a costituire in quei giorni […]. La televisione, la carta stampata, i tabloid, stavano iniziando quell'operazione di mistificazione, e di sostituzione della realtà con il mero pettegolezzo che oggi conosciamo molto bene. Ballard costruisce una serie di racconti intorno a queste tematiche, fondendole con le sue tematiche precedenti, mai abbandonate. La devoluzione e la follia, l'ossessione, si intersecano qui con quelle che erano le icone del mondo di allora e soprattutto con la morte di queste icone; l'assassinio di Dallas, la morte di Marilyn Monroe, momenti ossessivi per una generazione, si fondono con le ossessioni dei protagonisti di Ballard. Abbiamo un'operazione di asciugamento delle sovrastrutture letterarie, i protagonisti vengono ridotti a mere funzioni narrative, il folle, lo psichiatra non completamente sano, la vittima innocente, tornano con i nomi quasi identici da un racconto all'altro proprio perché non necessitano di una individualità. La stessa narrazione arriva praticamente a un grado zero, i racconti sembrano quasi, e occasionalmente ne assumono il linguaggio, resoconti di esperimenti scientifici, o cartelle mediche. Oggi forse potrebbe anche sembrare che l'effetto non sia tanto dirompente, ma dobbiamo riportarci al 1970, la prima edizione presso la casa editrice Doubleday venne inviata al macero immediatamente dopo la stampa per un ripensamento della direzione.”
Inevitabilmente, di La mostra delle atrocità non rimane in memoria nulla se non il suo impatto: certe frasi, certe immagini, il senso complessivo, ed è necessaria una o più riletture per assimilare ogni sua sfumatura, per comprendere appieno il significato dei paragrafi, anche in senso prettamente letterale. Non è un libro facile, ed è sicuramente inavvicinabile per chi non ha mai letto nulla di Ballard. Ma rappresenta, esattamente come Il pasto nudo di William Burroughs, una riscrittura dell'era moderna, uno sguardo radicale e senza filtri.


Leggi anche:
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Ballard (IV) I racconti
Ballard (III) Parabole radicali
Ballard (II) Tecno-socio-psicosi
Ballard (I) La catastrofe interiore
Ballard: un ritratto dovuto

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