13 giugno 2012

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE: AMERICANA


Un disco di cover mancava nella carriera di Neil Young. Una mancanza di cui non sentivamo la mancanza, a onor del vero, perché da una macchina a ciclo continuo come Young non ci si sarebbe mai aspettata una “pausa di riflessione” e la scelta di canzoni altrui piuttosto che la propria, rinnovata ispirazione. Per fortuna, ora che il disco di cover è nelle nostre mani, sappiamo che non è andata esattamente così, che esso rappresenta solo una delle tante sue esilaranti deviazioni dalla linea retta della strada.
Già all'inizio dell'anno scorso (o era il 2010?) Young aveva tentato una reunion con i Crazy Horse, invano. Poi quando il momento è stato buono e l'alchimia ha ricominciato a funzionare (dai tempi del tour di Greendale, 2003), il Cavallo ha ingranato. Presumibilmente Neil non è arrivato con nuove canzoni già chiare nella mente, quindi il Cavallo ha iniziato a jammare (come d'abitudine). Chissà come, chissà da dove, Neil ha poi tirato fuori “Oh Susannah”, “This Land Is Your Land”, “Wayfarin' Stranger” e altre folk-songs americane e, di colpo, ecco il disco di reunion della band. La natura ha fatto il suo corso, comunque, e jammando ecco che nuove canzoni hanno preso forma e un secondo album (molto lungo, a sentire le prime indiscrezioni) ha immediatamente fatto seguito ad Americana. Arriverà alla fine dell'anno, o forse il prossimo, e sarà il vero ritorno dei Crazy Horse.
Dunque, Americana è una sorta di “prova generale” degli Horse dopo un decennio di ruggine (la quale, lo sappiamo, non dorme mai, ma Talbot, Molina, Sampedro e Young sanno come cospargersi di antiruggine).
Come giudicare Americana? Non è facile data la sua natura. O magari è più facile, se consideriamo che il contenuto non è così importante, non è necessario ponderarlo troppo dato che non è farina del nostro songwriter. Ad essere importante, più che altro, è la forma in cui ci viene presentato. A rigor di logica essa dovrebbe essere nuova, originale ed interessante per poter giustificare il recupero di brani tradizionali arcinoti.
Seguendo questo ragionamento, il sound dei Crazy Horse (una garanzia anche per i non-younghiani-incalliti) fa di questo album un ottimo album. Il loro ritorno è in grande stile, è quello che ci si aspetta, nodoso e furente, ma anche sorprendentemente curato. Non esito a dire che l'incisione e il missaggio di Americana, nel suo complesso, sono migliori degli ultimi dischi di Young (direi a partire da Living With War), e questo nonostante la sporcizia e le imprecisioni degli Horse. Cioè siamo tornati a un equilibrio nell'equazione “spontaneità+postproduzione”, un po' come in Ragged Glory o Broken Arrow, dischi “belli” (semplicemente belli, sì) che vanno dritto al segno ma senza fretta (a livello sonoro non si può dire lo stesso per Living With War o Chrome Dreams II). L'alchimia, dicevo, è tornata in grande stile, dentro e fuori dalle sessions.
Neil Young nel video A Day At The Gallery

Date queste premesse, il trattamento dei traditionals è per forza interessante: è quasi logico che i Crazy Horse snatureranno queste (apparentemente) felici canzonette per farne qualcosa di diverso, di più terreno e di più oscuro. A riprova di ciò, Young ha dichiarato che le sue intenzioni erano esattamente queste: riportare le ballads alla loro essenza originale, decisamente più triste e nera del colore con cui sono state ridipinte nel corso dei decenni in nome del solito, ipocrita buon costume (in USA sono canzonette che i bambini cantano nelle scuole).
Basta leggere i testi per rendersene conto, rapportandoli alle tonalità prevalentemente in minore che Young ha impresso agli arrangiamenti. E il gioco è fatto, con un punto in più assegnato per la giusta “manomissione” del contenuto, che neanche ci aspettavamo. “High Flyin' Bird” è un buon esempio dell'opera nel suo complesso, uno dei punti più alti dell'album (almeno a mio parere); è una canzone che sembra venire dalla penna di Young e che il sound del Cavallo rende magistralmente come rendeva “Down By The River”. Analogamente, la lunga marcia di “Tom Dula” potrebbe rientrare tranquillamente tra le sgangherate cavalcate della band. Un'altra highlight è certamente “Oh Susannah”, dal timbro funky per nulla ricollegabile al tradizionale ben noto anche a noi italiani.
Sì, bisogna ammettere che la scelta dei brani, per la maggior parte, calza con il trattamento garage rock dei ragazzi. Non si distinguono poi così tanto da canzoni partorite in proprio. Già questo fa di Americana un album riuscito; la stessa cosa che si è detta per Underwater Sunshine dei Counting Crows (disco di cover con cui sono usciti quest'anno) che fa la sua bella figura in mezzo ai loro album come se ne fosse semplicemente un'estensione.
Anche Americana è un'estensione. Omicidi e amori spezzati, minatori e simboli di libertà, morte e fede: murder ballads, ministrels, gospel diventano gli aggettivi per descriverlo. Dimenticatevi di allegri coretti che intonano “oh Susanna non piangere perché...”. Sarebbe devastante pensare che un disco di Neil Young (& Crazy Horse!) possa essere così. No, qui abbiamo un esempio della canzone della vecchia America, quella dei carri coperti più volte menzionata da Young nelle sue canzoni del passato, confezionata in una veste rockettara, spartana, incisiva. Forse semplicemente un onesto ponte fra due epoche che hanno ancora molto in comune, ponte che collega canzoni e parole tutt'altro che obsolete. Sarà solo un caso, infatti, che Young abbia scelto di inserire il rockabilly di “Get A Job” (ovvero “Trova un lavoro”)? O un'ennesima reintepretazione di “This Land Is Your Land”? E persino “God Save The Queen”?
C'è qualcosa che va oltre il semplice gusto di riunire la band e suonare ad alto volume questi vecchi pezzi, allontanandosi dalle preoccupazioni di nuovi brani propri. Non c'è bisogno di grandi propositi, basta saper dosare gli ingredienti giusti e cogliere le idee in corso d'opera. Young ha sempre dimostrato di saperlo fare; Americana dimostra che l'ha fatto, e l'ha fatto con i Crazy Horse, e il risultato è interessante al di là delle aspettative (perché, siamo onesti, all'inizio cosa abbiamo pensato noi tutti, quando abbiamo saputo di cover di “Oh Susannah” e simili?). Resta un disco di cover, dunque non un disco cardine, ma segna un altro punto per Neil alla faccia di tutti quanti.

I Crazy Horse ai Musicares 2012 (da sx: Sampedro, Talbot, Young, Molina)
Non mi voglio dilungare sui singoli brani perché in fondo è inutile: il mosaico ha un senso d'insieme più importante delle singole parti. A mio parere, comunque, sono pregevolissime l'incalzante “Gallows Pole”, la dolce “Wayfarin' Stranger”, le già citate “High Flyin' Bird”, “Oh Susannah” e “Tom Dula”. Poi le tonanti cavalcate “Clementine” e “Jesus' Chariot”. Un po' meno (forse per via della ripetitività sfrenatamente country) “This Land Is Your Land” e “Travel On”. “Get A Job” è davvero sgangherata ma piacevole, e “God Save The Queen”... be', de gustibus.
Dopo Le Noise (2010) che inaugurava il decennio in una direzione (eccezionale, secondo me) del tutto nuova, Americana è un sano sguardo al passato a livello tematico ma soprattutto a livello concreto e sonoro per Young, ed è anche un passo avanti verso una nuova meta con gli Horse. Cioè verso la realizzazione di quelle promesse che già Le Noise faceva, ovvero nuovi traguardi artistici e personali alla fine di una carriera durata mezzo secolo. Io ne sono convinto: se non sarà col prossimo disco degli Horse, sarà con quello dopo (magari un disco acustico?).
Un ultimo consiglio gratuito: andate ad ascoltarvi anche la Jam (intitolata Horse Back) pubblicata in streaming dal sito ufficiale; 35 minuti di jam-session che sfociano in una torrenziale “Cortez The Killer”. Speriamo possa vedere la luce su un disco come bonus material, se no resta sempre Archives Vol.5 (qualcuno ha una macchina del tempo?). 

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