12 ottobre 2012

BALLARD - VI - PARADISI ARTIFICIALI

 
Il paradiso del diavolo (1994) è il primo dei cinque romanzi che chiudono la carriera di James G. Ballard. In questa fase conclusiva l'autore non sfrutta più alcun elemento fantastico, ma il surreale scaturisce direttamente dalla realtà quotidiana, da ambienti ed eventi perfettamente nella norma che rivelano la loro follia intrinseca.
“Salvate gli albatri” è il grido che apre questo romanzo. Troviamo la dottoressa Rafferty, una donna nevrotica, che tenta di creare una riserva naturale su un'isola del Pacifico sottraendola agli esperimenti nucleari francesi. Con lei c'è Neil, un ragazzo con una strana ossessione per il nucleare, più altri personaggi che si aggiungono man mano. Salvare gli albatri e preservare una natura in pericolo sono azioni che sembrano assumere il significato di salvare noi stessi, o quella parte di noi consapevole che gli uccelli, il volo, il paesaggio dell'isola e dell'oceano, nel loro insieme rappresentano uno spazio irraggiungibile e di perdita/scoperta interiore. Lo spettro nucleare aleggia su questo paradiso, contaminandolo: esso è il passo che l'uomo compie verso l'“oltrenatura”, uno dei tanti basati sulla tecnologia. E questi “stupri del mondo della natura” (per parafrasare Ian Malcolm) sono ormai parte del nostro paesaggio tanto quanto gli elementi naturali, creando scompenso nei nostri cervelli.

Nella seconda parte del romanzo, la situazione degenera ulteriormente. Diventata un'attrazione mediatica, la riserva non è più l'obiettivo ultimo della dottoressa, che inizia a distruggerla dall'interno. O, meglio, a modificarla per instaurare le basi di una sorta di nuova civiltà, strettamente connessa alla natura e costituita soltanto da donne. Ballard porta la situazione all'estremo: follia, omicidio e l'inevitabile autodistruzione.
La narrazione è portata avanti secondo il punto di vista di un personaggio (Neil): per seguire l'attività di tutto il suo formicaio, Ballard segue sempre i singoli individui, partendo da quello che meglio rappresenta il quadro nel suo complesso. Neil è colui che si fa coinvolgere e di cui non capiamo del tutto scelte e intenzioni, iscritte nel suo lato irrazionale; è colui che viene usato; è anche colui che tiene insieme fino in fondo il microcosmo di cui fa parte.
Il paradiso del diavolo (un titolo che non ci azzecca granché) rientra tra i testi migliori per “spiegare” Ballard: è uno dei suoi romanzi più didattici. Sviluppa le tematiche delle sue opere precedenti, poggiandosi in parte anche sul simbolismo naturale dei primi romanzi, ma muovendosi in un contesto del tutto attuale e di immediata comprensione.


Cocaine Nights (1996) continua il percorso di analisi estrema della nostra realtà, teorizzando uno sgradevole futuro. È forse il libro in cui meglio si fondono elementi della prima e della seconda fase ballardiana. Questa volta il bersaglio è l'immobilità: immobilità del tempo e immobilità psico-fisica dell'uomo del XX/XXI secolo. “Pensai che la Costa del Sol, come del resto le coste della Florida, i Caraibi e le isole Hawaii, non avevano niente a che fare con i viaggi o con il divertimento, ma costituivano una specie di limbo.” Tutto si spiega già in questa frase, pronunciata dal protagonista, Charles, che arriva in una località turistica spagnola e trova il fratello coinvolto in un omicidio che confessa apertamente. Ma arriva anche al cuore di una comunità che nasconde un grande segreto, e il cui comportamento è inspiegabile da un punto di vista razionale.
L'uomo tenta di fermare il proprio tempo, implicitamente, quando si siede su uno sdraio e prende il sole. Sport e attività sociali sono mera apparenza quando la comunità si rivela essere, appunto, un limbo dove qualcosa si è spezzato – rispetto, ovviamente, a ciò che riteniamo quotidiano e ordinario. Per gli abitanti di Costa del Sol tutto è noia e inerzia, la vita si sta spegnendo come fossero dei malati terminali: è questo il ritratto che ci fa Ballard. Ma in città c'è un uomo che se n'è accorto e, andando contro alle regole comuni, decide di scuotere la comunità portandovi all'interno il crimine: dallo spaccio di droga all'omicidio, la comunità reagisce a questo nuovo divertissement appoggiandolo appieno. Charles, che dapprima vede il tutto da una prospettiva esterna e ordinaria – come la nostra – e giudica la comunità come malata, deve poi scontrarsi con la domanda suprema, ovvero se questo nuovo equilibrio, questa società alternativa, possa essere corretta e giustificata. L'alternativa è una morte silenziosa, la pietrificazione della civiltà: dunque, è giustificabile la violenza come atto radicale per resuscitarla e permetterle di sopravvivere?
Ballard è straordinario in questo romanzo: dietro l'estetica di un giallo esprime con rara intensità un nuovo tassello della sua poetica, l'inevitabile tappa successiva che esiste sempre e che porta avanti il suo discorso globale, teorizzando in questo caso uno scenario fin troppo realistico e comune. La sua prima versione, più estrema e localizzata, era Un gioco da bambini. In Cocaine Nights Ballard ci mostra la possibile conseguenza, il distopico futuro, del tipo di pulsioni che veramente esistono nella nostra mente e che si manifestano al verificarsi di certe circostanze. Se tutto il mondo fosse un villaggio vacanze di eterna nullafacenza, è molto probabile che accadrebbe davvero ciò che Ballard descrive.
Vale la pena infine di ricordare come mare, spiaggia, sole, paesaggi dalle tinte calde, provengano direttamente da quel simbolismo che Ballard sfruttava all'inizio della sua carriera (nella celebre quadrilogia catastrofica per esempio). Questo permette di capire ancora meglio il significato che questi ambienti hanno ai nostri occhi. Il mare e la spiaggia, tra tutti, ci ricordano il mondo naturale da cui proveniamo e al quale, implicitamente, vogliamo ritornare. Siamo davvero vicini alla spiaggia dell'hotel o della comunità vacanze, dove giacere per sempre rosolandosi e sonnecchiando, sublimati.

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