20 ottobre 2012

CSN: LIVE IT UP (1990)

Solitamente non è bene giudicare un disco o un libro dalla copertina. In questo caso, però, Crosby, Stills e Nash nello spazio che mangiano wrustel – è questa più o meno l'idea che suggerisce, sbaglio? – non si fanno prendere molto sul serio.


Che sia il punto più basso della loro discografia è fuor di dubbio, tuttavia non lo si può bollare come spazzatura punto e basta. Non sono tanto le canzoni ad affossare questo album, metà delle quali pregevoli (anche se spesso scritte in collaborazione o da terzi): la colpa è del sound.
Siamo tra il 1989 e il 1990 e al trio non è bastato lo scarso successo di American Dream (CSN&Y, 1988) per decidere di tornare al sound trasparente che li caratterizzava ai bei tempi. No, Live In Up è un passo in più nella direzione sbagliata risultando molto peggio del precedente. Col senno - anzi l'orecchio - di oggi queste canzoni suonano alla stregua di una composizione in midi, non so se mi spiego. Fortunatamente CSN sono rinsaviti subito dopo, e nel 1994 li ritroveremo con il bello After The Storm (titolo quantomai azzeccato).
Un brano pregevolissimo, per esempio, è “House Of Broken Dreams” di Nash: si staglia nitidamente in mezzo agli altri ed è l'unico a non essere distrutto dalla veste sonora. Un'altra bella composizione è “Haven't We Lost Enough?” (“Non abbiamo perso abbastanza?” Stavolta sì, decisamente!) di Stills, la cui chitarra sembra suonata in una navicella spaziale, ma se facciamo lo sforzo di immaginarla dal vivo in formato chitarra e voce, diventa interessante. Meriterebbero una seconda chance “Yours And Mine” e “Arrows” (cantate da Crosby), “If Anybody Had A Heart” e “After The Dolphin” (Nash), “Tomboy” (Stills).
Nelle note all'interno dell’antologia Reflections, Nash racconta che il Dolphin (dell'omonima canzone) era un pub di Londra colpito dalle bombe della Prima Guerra Mondiale. “House Of Broken Dreams” deriva invece dal nomignolo dato da David Gilmour (Pink Floyd) alla casa al mare di Nash.
Sul resto, inclusa la title track (che richiama molto “American Dream”) si può benissimo sorvolare (e specialmente su “Got To Keep Open”, brano la cui oscenità equivale a quella della copertina). In definitiva, seppur lontani dalle emozioni dei '70 e dai nuovi, ottimi brani che verranno nei '90, qui CSN sarebbero stati comunque da due-tre stelline, purtroppo decimate dalla terrificante realizzazione. Per fortuna le canzoni migliori hanno avuto un'altra chance (anche se la versione è la stessa) nel contesto dei box-set antologici: “Arrows” è presente in Voyage di Crosby e ben tre di Nash sono presenti nel suo Reflections. Personalmente, quando le sentii per la prima volta pensai fossero buone quasi quanto tutto il resto (nonostante l’ostico sound anni '80). Il fatto che questi box set valorizzino la musica che contengono, in particolare quella meno famosa e più sparpagliata, è un valore importante che li rende un must (quindi optate per quelli piuttosto che acquistare Live It Up).


Leggi anche:
David Crosby: Voyage (pt.1 pt.2 pt.3)
Graham Nash: Reflections (intro pt.1 pt.2 pt.3)

1 commento:

  1. Concordo su tutto. A me comunque la "Non abbiamo perso abbastanza?" di Stephen piace molto anche in questa versione. Di soito sono prolisso ma in questo caso penso che spendere altre parole sia inutile anche perchè probabilmente cariche disprezzo per un disco decisamente inutile!
    Zuma@67

    RispondiElimina