7 novembre 2012

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE: PSYCHEDELIC PILL


L'avevo detto, dopo Le Noise: Neil Young sta inaugurando un decennio di nuovi traguardi. Nuovi traguardi di tipo bizzarro, perfettamente nel suo stile, come appunto l'album del 2010 prodotto da Daniel Lanois, e nuovi traguardi nello stile glorioso di sempre, come questo Psychedelic Pill.
Il decennio 2000-09 non può essere paragonato, in termini di sperimentazione, agli erratici anni 80 di Young. L'istinto di sondare nuovi territori e rispondere a fulminee idee del momento, pure, è sempre stata una sua costante younghiana sin dai gloriosi giorni dei Buffalo Springfield. Tuttavia album come Living With War, Fork In The Road e Greendale sono instant-records che non hanno molti precedenti nella carriera younghiana. Quest'ultimo decennio si staglia abbastanza nitidamente da tutto ciò che è venuto prima, come quarta fase di una carriera lunga e produttiva.
Il nostro ci ha insegnato che dopo una fase (o una manciata di dischi) di tipo decrescente o comunque indifferente, c'è sempre una risalita che riporta l'attenzione degli appassionati al cento percento. Dopo gli 80 ci sono stati i focosi 90. Dopo il 2000-09 eccoci nel 2010-2019, fase numero cinque.
Forse sembra un po' troppo matematico ma serve quasi per giustificare le sorprese (del tutto positive) che Young ci sta riservando in questi giorni. Per giorni, intendo personalmente sin da Le Noise, ma certamente da quest'anno, che ha visto il ritorno dei Crazy Horse per due album molto apprezzati: Americana, le prove generali, e poi Psychedelic Pill, doppio disco di inediti partoriti in sala di registrazione, si può dire.
I Crazy Horse tornano con il pieno di carburante (o di fieno, se preferite). Non c'è molto da commentare su Psychedelic Pill in quanto rappresenta il Cavallo in piena forma, aggiunge un capitolo definitivo alla sua saga (agganciandosi a quel Broken Arrow del 1996 malamente considerato ma del tutto da riscoprire), rimette la band sulle piste calcate e affidabili del passato ma con nuovi territori che appaiono ad ogni miglio percorso.
L'immagine è quella di un disco poderoso, incalzante, pur non essendo veloce (tutt'altro). La sua lunghezza e i suoi tempi dilatati allo sproposito sono ben rappresentati dal fatto che due cd (o tre vinili) contengono soltanto otto brani nuovi e una bonus track. Di "Driftin' Back" si legge in ogni recensione: 27 minuti di contorsioni chitarristiche e sketchs testuali. Possiamo poi distinguere una "Ramada Inn" meditabonda e narrativa (il lungo cammino del matrimonio, l'alcol come collante e/o distruttore), da una "She's Always Dancing" costituita da riff e mantra a ripetizione, da una "Walk Like A Giant" (secondo molte recensioni il brano must dell'album) che è una self-analysis di Young e gli Horse.
Davvero, a un certo punto le parole non servono più. Questo disco va ascoltato, va comprato, in modo particolare dagli amanti del Neil Young vecchia maniera che magari non lo hanno seguito nel decennio concluso. Va ascoltato perché è la musica il suo vero protagonista, e non tanto le parole, che pure ci sono e sono belle ma, ad eccezione dei due brani narrativi, sono più che altro di circostanza, cioè ricamano al di sopra del tappeto sonoro che è il vero motore dei brani. Per intenderci, Le Noise era l'opposto: il testo aveva un peso essenziale perché determinava il senso del disco più delle melodie, e la voce stessa era astutamente trattata per essere fusa e contribuire alla melodia.
Psychedelic Pill è Neil Young & Crazy Horse. E' anche Neil Young in ascesa verso un nuovo, forse ultimo, grande momento. Non serve dire altro.

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