2 dicembre 2012

M. JOHN HARRISON: IL CICLO KEFAHUCHI



Prendete le suggestioni kubrickiane di 2001 Odissea nello Spazio e mettetele insieme alle distopie allucinate di William Burroughs. Il risultato sarà abbastanza simile a Luce dell'universo di M. John Harrison. È uno scrittore inglese per nulla famoso da noi, ma grazie a lui la New Wave letteraria inglese ha saputo reinventarsi in modo estremo (e anche anticipare filoni come il cyberpunk; Harrison scriveva già prima di William Gibson).
Light (il titolo originale) è un trip. In realtà mi è difficile avviare un'analisi su di esso, prima di tutto per la sua complessità e la molteplicità di punti di vista con cui può essere guardato, ma anche perché mi sono imbattuto in un paio di ottime recensioni di altri blogger che, in fondo, dicono esattamente le stesse cose che penso io. Quindi ne citerò alcuni paragrafi.
Il romanzo si sviluppa secondo tre storie ambientate in tre epoche diverse. Primo, ai nostri giorni, uno psicotico ossessionato da una visione terrificante lavora insieme a un matematico su una scoperta rivoluzionaria a proposito dello spaziotempo. Secondo, nel futuro, un altrettanto instabile individuo fugge da certa gente che lo vuole braccare a tutti i costi. Terzo, in un futuro di poco successivo, la comandante di una nave spaziale si mette sulle tracce di uno strano tizio che le ha tirato un bidone a proposito di un “affare” genetico.
Come ogni trip che si rispetti, la storia è meno importante della realtà che circonda i personaggi e le loro azioni. È il contesto a svelare man mano le motivazioni, gli scopi, le possibilità. È “un viaggio caleidoscopico sospeso tra il passato recente e il futuro remoto dell’umanità, il cui punto di arrivo (e di partenza) è la scoperta del Fascio Kefahuchi e della tecnologia per raggiungere i suoi margini […] già frequentati nel passato da innumerevoli civiltà” (continuum.altervista.org).
Luce dell’universo è un inno al Chaos, alla confusione, all’incrociarsi provvisorio e imprevedibile, quasi sempre catastrofico, di persone, pensieri, desideri, dolori, disperazioni ed eventi. [...] L’umanità giunge di fronte al Fascio Kefahuchi, trova i relitti di queste civiltà aliene, non riesce a capirli, non riesce a spiegarli, ma li usa, li sfrutta, li spolpa per ricavarne ricchezza e potenza, armi, astronavi potentissime; fonda città, trasforma pianeti, sconvolge sistemi stellari, ma le torme brulicanti di chi li abita vivono e muoiono esattamente come cinquecento anni prima, con gli splendori (pochi) e le disperazioni (molte) nate sul pianeta Terra: ricchezze, lusso, droga, sesso, alienazioni, carne, sangue, violenza, sadismo, amore, miseria, dolore. Astronavi che funzionano, ma le teorie arrancano per spiegarne il perché. […] E i nostri tre protagonisti sono personaggi distrutti, perseguitati da se stessi, dalle proprie stesse ossessioni prima ancora che dalla realtà che li circonda” (yupa1989.wordpress.com).
Le idee che rimangono più impresse, a mio avviso, sono due. Primo, la visione che perseguita il protagonista della prima storia, che lo rende pazzo nel suo mondo tanto quanto profetico per il mondo che verrà (il suo nome sarà infatti ricordato). La visione di un essere terrificante è anche il fil-rouge della storia, uno dei tanti perché che il lettore si pone e di cui otterrà risposta solo nel finale. Secondo, nella terza storia si parla della ricostruzione genetica del corpo secondo ciò che più si desidera, proprio come un abito su misura: basta prendere appuntamento con un losco individuo chiamato Il Sarto. Eccezionale. Per non parlare poi della mente senziente della nave spaziale, chiamata La Matematica, e della fusione ripugnante tra comandante e nave.
Sono solo alcune delle molteplici trovate che popolano e forniscono tangibilità (grazie alla loro fisicità spesso sgradevole) a questo romanzo indefinibile e spettacolare. La sua lettura non è immediata per via del linguaggio frammentato e allucinatorio che rimanda appunto a Burroughs, ma Harrison è talmente abile da non privare il lettore della comprensione dei dettagli e dei termini peculiari che colorano il contesto rendendolo “vero”. Tutto si svela quindi progressivamente. Questo, comunque, è un libro fondato sulla potenza delle sue immagini, non sulla narrazione di una storia limpida: le sue idee sono visioni. Ne risulta che il lettore può sprofondarci, in completa balia delle parole, oppure può schifarsi e rinunciare a leggere.
Scritto nel 2002, in Italia è stato pubblicato come allegato speciale della collana Urania nel 2006, e ovviamente è introvabile se non spulciando nel mercato dell'usato. Peccato, perché tanti romanzi che vedono la luce su Urania meriterebbero di restare sugli scaffali delle librerie, e in questo caso (per l'importanza letteraria che il romanzo ha avuto in Inghilterra) è proprio intollerabile.
Pagella: idee alla base ***** ; sviluppo ***** ; consigliato ****½


Nova Swing, apparso nel 2006, non è un sequel ma semplicemente una storia ambientata nello stesso continuum di Luce dell'universo. Questa volta al centro dell'attenzione c'è un luogo, chiamato “sito dell'evento”, dove si è verificato un colossale fenomeno astrofisico. La fisica e la realtà non sono più le stesse, appaiono e scompaiono cose e persone (o almeno così sembra). Un trafficante che si fa chiamare “agente di viaggi” accompagna nel sito i visitatori, e un detective è sulle sue tracce. Attorno a essi, i locali malfamati e la feccia che popola una città caleidoscopica e multicolore, oscillante tra realtà e irrealtà, sfuggente e ingannevole come un labirinto di specchi.
Harrison non arriva a suscitare lo stesso interesse e lo stesso fascino come invece era riuscito a fare nel primo romanzo. La vicenda non sfodera le sue piene potenzialità e, anziché decollare, vola in cerchio a bassa quota sul contorno fornito dai personaggi. Eclettici, camaleontici, fuori dagli schemi, certo... ma spesso si perde il filo delle loro azioni.
Nel complesso il libro si dimostra, appunto, un contorno non strettamente necessario a Light. Sebbene l'essenza di queste letture non stia nella storia (pur ricca di idee fenomenali), Nova Swing comunica cose di poco conto e già descritte. Light comunicava una visione imponente e perfettamente costruita nel suo delirio di stile, mentre Nova Swing è appunto un frenetico ballo (come quelli che menziona) dove non ci sono elementi più importanti di altri, dove non c'è niente da raccontare se non deliranti vite di deliranti individui. E anche le idee migliori (il “sito dell'evento”) rimangono pretesti non sfruttati. Il libro vale comunque la pena, essendo più unico che raro nel panorama narrativo e fantascientifico contemporaneo.
Pagella: idee alla base **** ; sviluppo *** ; consigliato ***

Dopo Luce dell'universo e Nova Swing, Lo spazio deserto chiude la trilogia di fantascienza visionaria dove M. John Harrison, autore inglese del movimento New Wave, continua a utilizzare un linguaggio somigliante al cut-up di tradizione beat per tessere intricati mosaici di immagini, personaggi e situazioni.
Come già detto per Nova Swing, anche in questo terzo libro la storia è quasi inesistente. Il tutto comincia con alcune scene-pretesto (l'omicidio di un giornalista, la depressione di una donna, il trasporto su una nave spaziale di oggetti dalle misteriose proprietà fisiche) per muoversi poi in varie direzioni: un caleidoscopio di immagini, facce, discorsi e soprattutto distorsioni linguistiche le quali vogliono rappresentare il diverso stato percettivo dei personaggi, rispetto al nostro, e la continua alterazione dell'universo in cui si muovono, nel quale regnano dei fenomeni fisici impossibili.
Un trip a tutto tondo che va ben oltre la tipica fantascienza New Wave o novità come lo steampunk. Ma Lo spazio deserto non raggiunge (né ambisce a farlo, probabilmente) i tratti mitici del primo libro della serie Kefaluchi. La lettura, dopo una partenza coinvolgente, diventa via via più ardua nella seconda parte. Il lettore sente come di camminare su enorme vetro rotto.
Harrison è un autore fuori dai canoni (lo si può vedere come un William Burroughs dell'era del digitale; per sua stessa ammissione ambisce al mix tra le filosofie di artisti distanti come James Ballard e Allen Ginsberg) e i suoi libri sono altrettanto unici, pertanto meritano uno sforzo. A conclusione della trilogia, però, credo che l'emozione e la perfezione di questo esperimento letterario post-moderno risieda nel primo libro, Luce dell'universo, essenziale e consigliato. I seguiti sono una "espansione" per chi non ne ha avuto abbastanza.
Pagella: idee alla base **** ; sviluppo *** ; consigliato ***


Leggi anche:
Philip J. Farmer: pt.1  pt.2  pt.3

1 commento:

  1. È uscito a Marzo di quest'anno, su Urania, "Lo spazio deserto" (Empty Space), terzo bellissimo romanzo della trilogia del fascio Kefahuchi.

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