24 dicembre 2013

TANTI AUGURI... DALL'ERA DELLA DISSONANZA

Vi faccio tanti auguri di buon Natale e buon anno nuovo!
E vi lascio con una bella notizia per il 2014: sarà pubblicato il mio libro L'Era della Dissonanza, vincitore del premio Kipple di quest'anno.
Di seguito l'articolo originale.

Matteo Barbieri vince il Premio Kipple 2013, con "L'era della dissonanza"

L'autore è nato a Reggio Emilia nel 1985. La scrittura lo ha attratto sin da bambino e da allora scrive cose di ogni genere con una predilezione per il Fantastico. Traduttore di testi musicali, appassionato di musica e del web, Matteo ha pochi ma qualificati precedenti di pubblicazioni precedenti, la voracità del lettore che è in lui si riflette sui suoi testi.
Cominciamo dalle note biografiche di Matteo Barbieri, quindi, per pubblicare la notizia del nuovo vincitore della 6° edizione del Premio Kipple; Matteo ha stupito la redazione per la profondità della sua proposta, L'era della dissonanza, e per la bravura nel padroneggiare la materia del suo romanzo. Desideriamo, noi di Kipple, fargli i complimenti e rimandare al prossimo anno tutti i lettori che ci sono affezionati e non solo quelli, per stupirvi con questa proposta di Barbieri. KeepTalking!

14 dicembre 2013

NEIL YOUNG: LIVE AT THE CELLAR DOOR 1970

Trovarsi nelle mani un nuovo live d'archivio di Neil Young in periodo dicembrino è sempre un piacere. Un piacere sia perché penso, "bene, un altro tassello degli Archivi è fuori (sebbene non proprio quello che avrei voluto)", sia perché so già in partenza che la musica arderà di fuoco vivo, scalderà via il freddo dell'inverno. E mi catapulterà in un'epoca che non potrà mai più essere vissuta, in un'atmosfera in cui è necessario perdersi ogni tanto a cadenze regolari.
In Live at the Cellar Door, la chitarra di Neil ha una profondità persino inaspettata, persino superiore al Live at Massey Hall ascoltato qualche anno fa. "Bad Fog Of Loneliness" e il debutto in pubblico di "Old Man" (già questo di eccezionale valore storico) rivelano un'intimità anche migliore delle esecuzioni dello storico concerto di Toronto, forse grazie all'atmosfera più riservata del Cellar Door di Washington (sei set acustici tra il 30 novembre e il 2 dicembre 1970). O forse grazie a un sound stupefacente, registrato all'epoca da Henry Lewy e oggi missato dalla squadra di Young, che è incredibile a sentirsi quasi mezzo secolo dopo.

4 dicembre 2013

COUNTING CROWS: 20 ANNI LIVE


La quantità di dischi live dei Counting Crows è pari a quella dei loro dischi studio, e quasi tutti nell'ultimo decennio, il che è un record in soli 20 anni di carriera. Che i Crows siano amanti delle performance live lo dimostrano i continui tour in madrepatria (rarissimi invece quelli fuori dai confini USA), ma la discografia live della band è solo per metà davvero valida e interessante.
Forti del successo dei loro primi anni e della magia delle loro canzoni, versatili come quelle del folk-rock più tipico della West Coast sia a un trattamento elettrico sia acustico, nel 1998 esce Across A Wire: Live in New York City, doppio cd che contiene due performance parzialmente acustiche risalenti all'anno prima. Il primo disco è lo straordinario concerto acustico VH1 Storytellers, cugino dell'Unplugged: la band arriva a sfiorare il sublime in "Angels Of The Silences", "Ghost Train", "Anna Begins" e naturalmente i classici "Mr. Jones", "Round Here" ed altri. Conclude l'inedita "Chelsea" (hidden track).

25 novembre 2013

COUNTING CROWS 2002-08: HARD CANDY & SATURDAY NIGHTS


Di tre anni in tre anni, si arriva nel 2002 all’uscita di Hard Candy, disco ancora diverso che proietta i Crows verso una maggiore popolarità. Premesso che non c’è un cattivo album dei Counting Crows, questo è forse l’album che più risente dell’influsso mainstream. Duritz ha detto di essersi concentrato sui riff, sulle strofe e sui ritornelli, per creare canzoni orecchiabili con un sapore anche un po’ retrò (sempre in senso westcoastiano). Ci riesce in parte; l’album tende involontariamente a spezzarsi in due. L’inizio è sfacciatamente commerciale nel senso più frizzante del termine: “Hard Candy”, “Richard Manuel”, “Good Times”, “American Girls” (questa da sola sembra annullare tutta la poesia che i Crows ci hanno regalato nei dieci anni precedenti), la vaudevilliana “Butterfly In Reverse”, “Goodnight L.A.” e “Miami”; queste ultime tre sono certamente le migliori della prima parte, portando l’album in crescendo.

16 novembre 2013

COUNTING CROWS 1996-99: RECOVERING THE SATELLITES & THIS DESERT LIFE


Recovering The Satellites esce tre anni dopo August, nel 1996, come un’ideale seguito del primo lavoro. Il sound si fa più pieno, a tratti più standard, più commerciale – inoltre, qui Duritz canta molto dei problemi legati all'essere famoso – ma l’impatto è comunque forte: ci sono brani-icona della band come “A Long December” o “Angels Of The Silences”, ci sono cose più particolari come “Mercury” e “Monkey”, c’è una lenta al pianoforte, “Miller's Angels”, ci sono “Recovering The Satellites”, “Children in Bloom” e “Daylight Fading” che sono puro stile Duritz. Nel complesso, pur identificandosi come un album “invernale” nei toni, c’è più varietà di arrangiamenti rispetto ad August, ma forse c’è meno magia, nel senso che qui la magia non copre uniformemente il disco da cima a fondo ma la si trova a tratti e, immagino, ognuno può trovarla più in certe parti che in altre. La natura un po’ collage dell’album è dovuta anche alla provenienza dei brani. In effetti c’erano abbastanza brani nel repertorio dei Crows per avere un secondo album ben prima del 1996 – e alcuni non sono mai stati messi su disco, come la “Margery Dreams Of Horses” che possiamo sentire nel live dell’edizione deluxe di August – ma questa tendenza alla lentezza nel produrre album tutt’ora caratterizza il gruppo. Satellites unisce canzoni del primissimo periodo, come “Goodnight Elizabeth” e “Children in Bloom”, a brani scritti successivamente.

7 novembre 2013

COUNTING CROWS 1993: AUGUST AND EVERYTHING AFTER


I Counting Crows nascono all’inizio degli anni 90 e con il primo singolo, “Mr. Jones”, e il primo album, August and Everything After, diventano subito celebri nel panorama della musica rock e pop. La loro musica è mainstream, ma ciò non è sinonimo di becera commercialità. La loro musica, in effetti, è la dolce risposta westcoastiana al ruvido grunge che imperversava in quegli anni. I Crows incarnano l’ideale moderno di West Coast, di gruppo californiano, attento ai molti e controversi aspetti della propria carriera musicale: da una parte i video per MTV, ma dall’altra la coerenza, la difesa di un’estetica musicale simpaticamente bohemienne – incarnata dal leader Adam Duritz – e il rispetto fedele della propria spinta creativa. Ecco perché ad oggi – 20 anni dopo – gli album dei Crows si contano sulla punta delle dita, sono distribuiti da una loro etichetta, la band esce poco fuori dai confini USA e in pratica non si concede facilmente.
Personalmente questa band mi ha appassionato fin da adolescente, e visto che compie 20 anni dall'esordio discografico, gli voglio dedicare una retrospettiva con tanto di guida alle rarità, come ho già fatto per i Pearl Jam.

20 ottobre 2013

PEARL JAM '13: LIGHTNING BOLT


Se con Backspacer la avevo considerata un abbaglio, con Lightning Bolt devo purtroppo ammettere che la tendenza discendente dei Pearl Jam è iniziata, e duramente anche. Prendiamo i singoli degli ultimi tre album (in 7 anni) e mettiamoli a confronto: “World Wide Suicide” eccellente (dall'omonimo disco del 2006, l'ultimo capolavoro), “The Fixer” passabile (da Backspacer, 2009), “Mind Your Manners” indecente (da Lightning Bolt). Il nuovo album dei Pearl Jam arriva dopo 4 anni e purtroppo ripete, o peggio supera, il mezzo fallimento del precedente. Non perché la band non sia più in gamba o Vedder non ci regali emozione, ma perché scarseggiano idee ed atmosfere. Proprio come Backspacer, l'album parte con brani più che dimenticabili, tre rock insipidi o addirittura irritanti, e una ballad banale, roba che potrei ascoltare da qualunque altra band di passaggio su MTV. Da “Getaway” a “Sirens” non c'è niente che invogli a metter su Lightning Bolt piuttosto che uno qualsiasi dei vecchi album.

5 ottobre 2013

BREVE STORIA DEL SOUL (pt.2)

GLI STILI

Detroit (Motown) soul
Dominato dalla Motown di Berry Gordy, è un soul fortemente ritmico e influenzato dalle radici gospel. Il sound della Motown include i battiti di mani, una potente linea di basso, violini e campane. La band locale della Motown erano i Funk Brothers.

Deep soul / Southern soul / Country soul
Genere di soul emerso negli Stati Uniti del Sud, originato da una combinazione di stili: blues (sia blues in 12 misure che “jump blues”), il country and western, il primo rock and roll, e una forte influenza gospel dai sound delle chiese afro-americane. Il nucleo di questa musica non stava nel testo ma nel feel o nel groove. La sua forza ritmica lo portò a contribuire alla nascita della musica funk.

25 settembre 2013

BREVE STORIA DEL SOUL (pt.1)

I Motown Studios nel 1960
Il soul è un genere musicale che ha le sue origini negli Stati Uniti e combina elementi della musica gospel e del rhythm and blues. Secondo la Rock and Roll Hall of Fame, il soul è “la musica che sorge dai neri in America attraverso la trasformazione del gospel e del rhythm and blues in una forma di testimonianza laica e funky”. Ritmi accattivanti, accentuati dai battiti delle mani e dai movimenti del corpo, sono una caratteristica fondamentale della musica soul, come anche il botta e risposta tra il solista e il coro, e voci molto tese. Il genere fa uso talvolta di improvvisazione e sound ausiliari.

12 settembre 2013

THE LOST PAIR: MEDITERRANEAN & HOMEGROWN

Free conjectures about two released albums that have always fascinated me among the many aborted projects by Neil Young.

Mediterranean: Neil’s Life Aquatic

“Young had water on the brain throughout his Amsterdam sojourn and, apart from voicing the need for a house boat, spoke eagerly of a batch of new songs with a common aquatic theme. Suddenly, it seemed appropriate to record them on an island. Ibiza was deemed a suitable choice and Elliot Mazer named as the probable produced. Young then went on to discuss six songs which he felt should be included on the “water album”: “Frozen Man”, “Star Of Bethlehem”, “Maui Mama (Hawaiian Sunrise)”, “Deep Forbidden Lake”, “Love-Art Blues” and “Vacancy”. The concept even had a ready-made title track, “Mediterranean”, which documented Young’s desire for a “vacation from fame”. Like so many of Young’s projects the recording of Mediterranean in Ibiza fell through because of what were later described as “technical problems”. Abandoning the “water album” concept, Young soon decided to record a completely new work.” (Johnny Rogan, Sixty To Zero)

31 agosto 2013

NEIL YOUNG'S FIRST DRAFTS (1968-72) pt.2

The double live LP (1970-71)

As we said before, between Crazy Horse’s Oh Lonesome Me and Neil Young’s After The Gold Rush, Neil thought of a double album with both live performances of old songs and new ones recorded in studio. The following draft for a possible tracklist dates back to March 1970, when Crazy Horse were playing at the Fillmore. Young notes that sides 1 & 2 are live, sides 3 & 4 are studio (source: Archives).


25 agosto 2013

NEIL YOUNG'S FIRST DRAFTS (1968-72) pt.1

Neil Young’s First Drafts: this is a view into the transformation process between the first idea for a new record and the album actually published. It’s part of the artist's creative process and part of the magic behind the records we love.
Thanks to Archives Vol.1 we have now many information about the “backstage” of the first four albums, from Neil Young (1968) to Harvest (1972). Archives shows us some of Neil’s first tracklists for these albums and the original manuscripts of the songs, some of which were partially different from the ones we know.

Neil Young (1968)
Neil started to think about its debut album (released in the end of 1968 and again, in a remixed version, in January 1969) since the Buffalo Springfield days. The first ideas date back to about February 1968. In Archives Vol.1 we can see two tracklists totally different from the released one.

10 agosto 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.6) : VARIAZIONE SUL FANTASY



Pellegrinaggio incantato (1975) si colloca prossimo alla fine della carriera di Clifford Simak e rappresenta bene la sua idea di “fiaba fantasy” con elementi fantascientifici e una forte attenzione umanistica. Qui, un bizzarro gruppo di pellegrini (tra cui uno studioso e alcune creature incantate) si mette alla ricerca di una fantomatica biblioteca attraversando terre insidiose. Insegue quindi le ragioni tipiche della ricerca simakiana: la sete di conoscenza, la scoperta di nuovi orizzonti, il ripudio della banalità quotidiana, e non da ultimo l'amore, inteso sia in senso classico sia come fratellanza universale (che in questo romanzo viene dichiarata esplicitamente). Queste ragioni vengono messe in scena sotto forma di situazioni e personaggi simbolici. Non manca nemmeno l'automa, qui delineato con molta ambiguità – di fatto più un alieno che un robot – che impedisce alla situazione di degenerare in un conflitto grazie a una mossa astuta e saggia.
A sostenere la vicenda (e a prelevarla dal semplice ambito fantasy per metterla nel più vasto spazio della fantascienza) c'è un elemento profondamente radicato nella poetica simakiana: l'idea di mondi paralleli, ciascuno dei quali evolutosi indipendentemente e all'insaputa degli altri. (Ricordate L'anello intorno al Sole?) In Pellegrinaggio l'autore si interroga sul confronto tra il nostro mondo, definito dalla tecnologia, e il mondo magico dove si svolge la vicenda, con l'aggiunta nel finale di una terza parte rappresentata dalla saggezza superiore di un'intelligenza sconosciuta. (Ricordate Oltre l'invisibile?) Riunire e condividere la conoscenza di tutti i mondi diventa lo scopo ultimo, nonché la rivelazione a cui giunge il gruppo di pellegrini.

1 agosto 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.5) : UN DITTICO SIMBOLICO




La bambola del destino (1971) non è un romanzo di fantascienza, ma è ambientato su un pianeta ignoto; non è un romanzo fantasy, ma parla di un pellegrinaggio e di creature fantasiose; non è una allegoria, ma offre tante sfaccettature e significati. Cos'è, dunque? È Clifford Simak nella sua ultima fase, nella quale sembra elevarsi al fantastico-fiabesco, dove paesaggi e azioni hanno pura valenza simbolica, la suggestione fa da padrone e l'epilogo è la soluzione che racchiude il senso di quanto è stato narrato, pur senza spiegarlo per filo e per segno.
In questo romanzo, i protagonisti (che paiono lo stereotipo dei ruoli che essi stessi rivestono) sono alla ricerca di un leggendario avventuriero su un pianeta sconosciuto. Finiscono per scoprire nuove e incredibili verità, svelate passo dopo passo, incontro dopo incontro con creature e personaggi. Verità impossibili da accettare a meno di compiere un estremo atto di fede - un po' come Indiana Jones quando accetta di rischiare tutto nel “balzo della fede” che lo conduce al Santo Graal.
La genialità di questo romanzo, a parte le numerose idee simakiane di cui è costellato, sta nel reinventare la tipica struttura del fantasy d'avventura con tutti i personaggi-macchietta del caso (che possono ricordare vagamente Han Solo, Leila e C3PO di Star Wars, o persino le loro parodie di Mel Brooks), giocando volutamente con gli ingredienti e portandoli a un livello eccelso, credibile e umano. Il messaggio che Simak vuole comunicarci tramite una vicenda che parla di livelli diversi di realtà/esistenza ignoti all'essere umano, è inscritto nel contesto nel quale i personaggi si muovono, nel cuore stesso della storia.

3 luglio 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.4) : UN MANIFESTO INFINITO




Il villaggio dei fiori purpurei (1965) è il romanzo che per Clifford Simak rappresenta il passo precedente a quel manifesto che sarà Infinito, due anni dopo. I temi cari all'autore, nonché l'ottimismo del primo periodo, si evolvono in una visione intrisa di un fondamentale dubbio. In questo romanzo, nel rurale borgo di Millville avviene il contatto con una civiltà aliena che si presenta sotto forma vegetale. Frattanto nel borgo si notano cose strane: compaiono aiuole di fiori purpurei, telefoni senza fili, un ragazzo scompare nel nulla. Ancora una volta è un personaggio in balia di eventi più grandi di lui a svelare man mano (a se stesso, quindi al lettore) la vicenda.
Ricorre di nuovo lo scenario del paesino di campagna, descritto nei toni di meraviglia sospesa, che resta isolato dal mondo a causa di una barriera aliena e al cui interno, inevitabilmente, i rapporti umani tendono a degenerare. Ma Simak non fa di questo il nucleo della storia. Ricorre anche il concetto di un'infinita serie di mondi nel tempo, sviluppato nei romanzi precedenti, e quello della presenza di altre civiltà nel cosmo dotate di una visione superiore a quella umana.
Le scaramucce umane e la nostra veduta limitata, sembrano essere inizialmente la morale a cui l'autore vuole arrivare. In realtà non è così: un grande dubbio viene lasciato da Simak a proposito delle intenzioni della civiltà aliena, e l'astuzia umana, pur essendo subdola ed egoista, sembra infine dare le garanzie necessarie perché l'epilogo non sia tragico. E il finale non chiude la vicenda: Simak si ferma per lasciare al lettore la facoltà di scegliere tra un finale lieto o uno tragico. Forse un preludio alle successive tappe della sua poetica.

20 giugno 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.3) : NOI E GLI ALIENI




Camminavano come noi (1962) costituisce un momento di cambiamento nella poetica di Clifford Simak: appartiene al primo periodo della sua carriera e rappresenta il passo successivo al trittico Oltrel'invisibileAnni senza fine L'anello intorno al Sole, verso quel punto di svolta radicale che sarà Infinito (1967). Il cambiamento lo si avverte un po' nello stile – la narrazione in prima persona e forse più vicina alla semplicità di certa sci-fi dell'epoca – e un po' nelle tematiche accennate. Ma si può anche considerare il punto di congiunzione tra L'anello intorno al Sole e il celeberrimo La casa dalle finestre nere, il libro che seguirà Camminavano come noi.
La storia è una variazione sul tema dell'invasione aliena: questa volta in versione pessimista, perché c'è una razza (la cui biologia è incomprensibile, la cui stessa rappresentazione risulta impossibile per gli umani) che vuole “comperare” la Terra. Suo malgrado, un giornalista si trova coinvolto e scopre le segrete gesta di simulacri (umani fasulli) che sono all'opera per soggiogare il nostro sistema politico ed economico.

12 giugno 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.2) : ANNI E MONDI SENZA FINE




Anni senza fine (1952, noto anche come City) è la più celebre epopea di Clifford Simak, costruita su una serie di racconti fusi insieme a mosaico che si presentano come leggende narrate in un mondo futuro, dove l'uomo è soltanto una figura mitologica. L'umanità, dopo aver abbandonato le città, è gradualmente scomparsa lasciando il posto a una razza di cani intelligenti che hanno riscritto la storia a modo loro, trasformandoci in leggenda. Conosciamo così le generazioni della famiglia Webster e il loro robot domestico immortale, Jenkins, che diviene il definitivo e ironico simbolo dell'umanità che è stata. Vediamo i paesaggi rurali, la natura che torna a predominare, la perfetta armonia tra la civiltà dei cani e il pianeta.
Ma dove se n'è andato l'uomo? Non è estinto, non ci troviamo in un mondo post-apocalittico. Simak riprende lo spunto che aveva lanciato in Oltre l'invisibile. Su Giove gli esseri umani si sono “convertiti” in una forma di vita totalmente diversa, di pura energia, fondendo la propria mente e raggiungendo una sorta di eden definitivo. Perché la razza umana è stanca e desidera soltanto dormire e sognare per sempre, ed è ben lieta di lasciarsi alle spalle il suo vecchio, sporco pianeta. Questa è l'idea più accattivante di Simak, decisamente in anticipo sui tempi e sui contenuti della fantascienza "colta" o della new-wave.

1 giugno 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.1) : OLTRE L'INVISIBILE


Clifford Simak è uno di quegli scrittori celebri nel mondo della fantascienza che non hanno però raggiunto popolarità al di là del genere. Eppure è stato d'ispirazione per Isaac Asimov, ha anticipato autori e poetiche della “fantascienza letteraria” o colta. Di sci-fi propriamente detta non ce n'è poi così tanta nel suo romanzo-tipo: c'è molta filosofia, molta meraviglia, e solo dietro di esse vi sono scenari futuri, galassie, robot o cani parlanti. Le sue storie sono al servizio delle idee, modellate a sostenere una potente poetica personale.
Ecco una carrellata sulla sua produzione principale, una dozzina di romanzi che vanno dagli esordi alla conclusione della sua carriera (in gran parte ristampati dalla casa editrice Elara di Ugo Malaguti, più alcuni usciti per Urania).


Ingegneri cosmici (1939, riveduto nel '50) e Impero (scritto subito dopo, ma rivisto e pubblicato nel 1951) sono i due romanzi con cui Simak ha esordito, dopo aver fatto gavetta nel mondo dei racconti brevi.
In Ingegneri cosmici, due giornalisti interplanetari in viaggio per Plutone avvistano un relitto: una capsula lanciata ai tempi delle tremende guerre spaziali, dove giace ibernata una scienziata considerata traditrice del genere umano dai popoli del suo tempo. Intanto, su Plutone giungono improvvisamente misteriosi segnali: un antico popolo chiama a raccolta le intelligenze dell'universo conosciuto per scongiurare un pericolo.
In Impero siamo nel 2153 e l'umanità ha colonizzato il sistema solare grazie agli accumulatori di energia, il cui monopolio è nelle mani della Compagnia Interplanetaria. Chambers, fondatore e padrone assoluto, sogna di creare un impero che possa condurre gli uomini a un futuro migliore, a prezzo della libertà. Ma poi qualcuno arriva scoprire come produrre energia dalla materia a costo zero con cui si può anche infrangere la velocità della luce consentendo così di viaggiare molto più in là nell'universo. Il monopolio di Chambers è minacciato e si scatena una guerra.

21 maggio 2013

I PHISH... QUELLI COL "PH"... JAM-BAND...


Sai, i Phish, quelli scritti col PH...”
?”
Non li conoscete, i Phish. Sono una band americana che gli americani adorano, una band con enormi fatturati derivanti da enormi tour (sempre entro i confini degli States). Sono una delle tre grandi band che hanno fatto il rock negli anni 90, assieme alla Dave Matthews Band e a una terza band che potete scegliere voi (io per esempio ci metterei i Counting Crows). Rolling Stone ha tessuto le loro lodi in diverse occasioni, definendoli un gruppo che espande il concetto di gruppo e di groove, orientato all'improvvisazione musicale, radice della moderna new wave di jam bands, di fatto la migliore jam band esistente. Qualcuno li definisce gli eredi dei Grateful Dead, forse perché fu con i pezzi dei Grateful Dead che i Phish fecero gavetta nella prima metà degli anni 80.
Ad ogni modo, se siete italiani non li conoscete, i Phish, a meno che qualche appassionato di musica made in USA non vi faccia sentire qualcosa di loro (Live One, per esempio) in modo da farvi entrare per sempre nel loro Maelstrom sonoro. (Nel mio caso è andata così, ormai dieci anni fa.)

28 aprile 2013

PHILIP J. FARMER (pt.5): I SIGNORI DEGLI UNIVERSI

Quella dei Fabbricanti di universi è una delle più celebri saghe di Philip Josè Farmer. Del primo libro, Il fabbricante di universi ho già parlato in occasione della lettura della sua recente ristampa in Urania Collezione. In seguito ho letto il resto della saga (fuori catalogo) recuperabile fino al quarto romanzo nel volume unico della storica collana Cosmo Oro.


19 aprile 2013

PHILIP J. FARMER (pt.4): I ROMANZI TEOLOGICI

Una volta iniziata a leggere la produzione di Philip José Farmer è difficile fermarsi, sebbene non abbia scritto autentici capolavori e non lo si possa paragonare all'eccellenza letteraria di Clarke, Asimov, Simak o Ballard. Probabilmente perché, al di là della forma grezza di alcuni suoi lavori e della maschera di ingenuità sotto cui si rifugiano alcuni altri, è uno scrittore pieno di idee originali, accattivanti, di quelle che rimangono una volta chiuso il libro.
Ho già parlato di diversi altri libri di Farmer e di come questo autore sia incline a toccare tasti scottanti quali religione e sessualità, a mettere in gioco verità e ipocrisie presenti nelle varie sfere che definiscono l'essere umano. Recentemente ho letto due romanzi che definirei (qualcuno mi pare l'abbia già fatto) di “fantascienza teologica”, dove è la questione religiosa a fare da padrone. A mio parere, in un caso i risultati sono eccellenti, nell'altro minori.

10 aprile 2013

I RACCONTI UMANISTICI DI ASIMOV (PT.2)


Asimov è uno di quegli scrittori che torna in modo ricorrente a occupare le mie letture, protestando nella mia testa se non gli dedico ogni tanto un po' di tempo. Così ho deciso di concludere l'excursus nella sua narrativa breve, di cui ho già iniziato a parlare con le due antologie fondamentali Tutti i miei Robot e Il Meglio. Ora è il turno di altre tre raccolte meno note ma davvero gratificanti.

La Terra è abbastanza grande
Antologia assemblata da Asimov nel 1957; contiene racconti scritti tra il ’51 e il ’56, la maggior parte dei quali non trova spazio né nei Robot né in Il meglio. È quindi un ottimo modo per proseguire da dove avevamo lasciato. La differenza rispetto alle più celebri raccolte è che questa antologia non è tematica e contiene testi molto vari, che spaziano dal tipico suo "format" nel quale scienziati affrontano intelligenze artificiali, scoperte rivoluzionarie o strutture sociali fallimentari (Il barzellettiere, La professione), al più raro racconto ironico che trae spunto da tradizioni diverse, come quella gotica e quella celtica (La stanza chiusa, Roba da bambini). Ce n’è per tutti i gusti, tra episodi più trascurabili e veri colpi di genio: alcuni racconti sono eccezionali e inaspettati. Il libro è fuori catalogo, si può recuperare solo nella vecchia edizione Nord.

29 marzo 2013

KING: 22/11/63 (2011), C'È SEMPRE UNA PORTA DA VARCARE

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C’è una parte dello Stephen King scrittore che ritorna con malinconia sui dolci ricordi del passato, come facciamo tutti. Questi dolci ricordi si riferiscono ai suoi libri del passato, alle fondamenta del suo universo poetico. Così, se il protagonista di un suo nuovo romanzo deve andare indietro nel tempo agli anni della presidenza Kennedy, dove finirà mai? Semplice: in uno dei luoghi che hanno significato di più – e che hanno più significato – nell’universo kinghiano: Derry, cittadina di IT. È Stephen King che torna alla sua infanzia, al posto dove sogni e incubi diventavano realtà. Anche perché il mondo di King, per quanto macrocosmico, ha sempre focalizzato il suo perno nel Maine – la regione dove vive realmente e dove si situano gran parte delle sue location, tra cui Derry – ed è al Maine che inevitabilmente tutti i suoi personaggi ritornano. 

20 marzo 2013

KING: CELL (2006), DELLA DE-GENERAZIONE


A voi due nuove tappe dell'approfondimento su Stephen King, questa volta relative alla sua produzione recente. Questa settimana: Cell (2006).

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Con Cell Stephen King scrive una variante modernizzata del classico plot della Notte dei Morti Viventi e la trasforma in una delle visioni dell’Apocalisse a cui è legato sin dagli albori della carriera (L’Ombra dello Scorpione).
In questo romanzo l’umanità viene decimata da un impulso che i telefoni cellulari “inviano” al cervello delle persone azzerando la loro cultura e devolvendole agli istinti più violenti e primitivi. Ma c’è anche qualcosa di più (e di sovrannaturale): i “cellulati” sono come dei ripetitori che si nutrono di onde elettromagnetiche, ritrasmettendole e sviluppando una mente collettiva.

10 febbraio 2013

CSN BOX 1991 (GUIDA ALLE RARITÀ)

Uscito nel 1991, questo box rappresenta il primo lavoro d’archivio nella storia di CSN(&Y). Agli albori della tecnologia digitale, era un modo per avere un’antologia molto completa su CD ma anche un modo per proporre materiale inedito. Ed è lì, infatti, che oggi risiede l’interesse verso questo quadruplo box set che, per il resto, è stato ampiamente soppiantato dalle antologie di ciascuno dei tre CSN e dalle ristampe in alta qualità dei loro album storici.
Le rarità sono molte, e per la maggior parte davvero eccezionali, poiché fanno un po’ più di luce sulle numerose sessions del gruppo e sul materiale prodotto al di là di quello uscito sugli album. Questo vale soprattutto per i primi due anni di attività, quelli in cui vennero partoriti Crosby Stills & Nash (1969) e Dejà Vu (1970). Ma il box ci offre anche uno sguardo sulle celebri sessions di metà anni ’70, che finirono con nulla di pubblicato. Sul periodo successivo, invece, il materiale è più spaiato e frivolo.

30 gennaio 2013

APPUNTI SU BATMAN (PT.3)

[Update 23.2.2013: corretti errori nella numerazione]


Rieccomi a Batman. Più vado avanti a leggere gli albi (i migliori) di questo storico personaggio, più lo ritengo figo. Batman è il supereroe reale, quello che, in una visione futura di tipo fanta-distopico, potrebbe davvero nascere, un giorno… Certo, servono un bel po’ di soldi, capacità fisiche e fortuna, tuttavia Bruce Wayne/Batman e la città di Gotham incarnano l’estrema visione negativa del nostro presente-futuro senza dover ricorrere a poteri sovrannaturali o magici. Fondendo il mondo neogotico e quello cyberpunk, Batman rappresenta le contraddizioni del mondo tecnologico portandolo sul ciglio del baratro come solo un fumetto può fare.
Dopo l’ultimo episodio cinematografico (purtroppo la trilogia di Nolan è finita), in edicola c’è una nuova collana che cerca di cavalcare il successo del momento, andando incontro agli “allocchi” come me che cercano qualche fumetto che sazi il loro appetito. Questa volta mi occuperò, dunque, della prima parte di Batman – Il cavaliere oscuro, il cui decimo numero è uscito da poco in edicola (e che è stata rinnovata per una seconda serie di 10 numeri). 

22 gennaio 2013

BREVE STORIA DEL COUNTRY (pt.2)


3. Il folksinger e l'Honky Tonk: anni 30 e 40
Hank Williams (1923-1953)
I decenni 30 e 40 sono considerati come la Seconda Generazione Country. Intorno agli anni 40 si assiste, da una parte, alla codificazione del country classico e, dall'altra, alla nascita della figura del folksinger con valori di nomadismo e ribellione.
Negli anni 40 nasce un nuovo stile prominente, che codifica definitivamente il country per come lo intendiamo oggi: è l'honky tonk, derivato dal western ma basato sulla voce e il canto piuttosto che sulla strumentalità. È lo stile che ha affermato la presenza della chitarra elettrica e della steel guitar. Tra i 40 e i 50 lo portano al successo Al Dexter, Ernest Tubb e soprattutto Hank Williams. Quest'ultimo è già un innovatore, per la sua musica e per il suo stile di vita, e diventa il padre ispiratore tanto del pop e del country successivo, quanto del rock 'n' roll e della controcultura giovanile in procinto di esplodere.

16 gennaio 2013

BREVE STORIA DEL COUNTRY (pt.1)


1. La musica rurale bianca tra 800 e 900
La musica rurale americana a cavallo tra Ottocento e Novecento viene eseguita dai coloni provenienti dall'Europa, che si sono insediati già da secoli nella zona degli Appalachi e nel West. Riuniti nelle cosiddette strings band, il loro repertorio si basa sulle ballate dei loro paesi d'origine; sono quindi musiche del Vecchio Mondo e in particolare inglesi, scozzesi e irlandesi. Gli strumenti sono quelli tradizionali europei (il mandolino italiano, il violino irlandese, la chitarra spagnola, il banjo africano, l'armonica dall'Europa centrale) e i temi affrontati sono cuori infranti e duro lavoro.
Il melting-pot etnico di questi gruppi dà origine alla tipica musica bianca d'inizio secolo, che si basa soprattutto sulla chitarra, il violino e il banjo, e che rappresenta l'antenato della musica country (viene definita anche Old Time Music).

6 gennaio 2013

WILLIE NELSON (IL FUORILEGGE)


La fama di Willie Nelson è nata con il movimento dell’Outlaw Country (“country fuorilegge”) degli anni 70, e da allora è rimasto un’icona nella cultura popolare americana. Tra gli Outlaws, Nelson è quello che si è dimostrato maggiormente eclettico, oltre a essere diventato – parallelamente a Johnny Cash – una icona americana vivente: i suoi capelli rossicci divisi in due lunghe trecce sono inconfondibili. La sua musica e il suo stile peculiare ne hanno fatto una leggenda musicale che è stata capace di cambiare radicalmente il country. Ha collaborato con innumerevoli musicisti e la sua musica abbraccia molti generi, uscendo dai canoni country ed entrando nella vena cantautoriale della musica roots americana, tra folk, blues, country-rock e allargandosi fino al pop. Il sound della sua chitarra, che oggi è visibilmente sfondata, è tra i più amati nel panorama musicale americano.