1 giugno 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.1) : OLTRE L'INVISIBILE

Clifford Simak è uno di quegli scrittori celebri nel mondo della fantascienza che non hanno però raggiunto la popolarità al di là del genere. Eppure è stato d'ispirazione per Isaac Asimov, ha anticipato autori e poetiche del calibro di James G. Ballard e il movimento della “fantascienza letteraria”. Di sci-fi propriamente detta non ce n'è poi così tanta nel suo romanzo-tipo: c'è molta filosofia, molta meraviglia, e solo dietro di esse vi sono scenari futuri, galassie, robot o cani parlanti. Le sue storie sono al servizio delle idee, modellate a sostenere una potente poetica personale.
Ecco una carrellata sulla sua produzione principale, una dozzina di romanzi che vanno dagli esordi alla conclusione della sua carriera (tutti ristampati dalla casa editrice Elara di Ugo Malaguti).


Ingegneri cosmici (1939, riveduto nel '50) e Impero (scritto subito dopo, ma rivisto e pubblicato nel 1951) sono i due romanzi con cui Simak ha esordito, dopo aver fatto gavetta nel mondo dei racconti brevi. Si tratta di storie di “superscienza” ancora legati allo stile delle riviste popolari di quegli anni. Impero fu addirittura sviluppato da un'idea di John W. Campbell, il direttore di Astounding Stories. Tuttavia Simak ci mise del proprio: alcuni passaggi contengono i germogli delle sue tematiche e della sua narrativa futura. In Ingegneri vi sono ricchissime premesse che testimoniano le idee già in moto nella sua mente, sebbene nel romanzo in questione vengano gettate nella mischia senza lo spessore dovuto. Parla, ad esempio, delle incredibili possibilità e delle nuove verità custodite segretamente nell'universo, in intelligenze sconosciute; dell'inevitabile destino di una civiltà ottusa quale quella umana; dell'armonia universale come fine supremo ed elogio alla vita.
I limiti di questi romanzi, in particolare di Impero, si possono riscontrare nelle lunghe parti di dialogo e spiegazione delle teorie scientifiche che vogliono per forza andare a sostegno della trama. Spiegazioni che il Simak più maturo eviterà, e come lui anche tutto quel filone successivo di rinnovamento del genere fantascientifico. In effetti qui dimostrano il loro punto debole: causare l'effetto opposto a quello desiderato, essere d'intralcio alla storia, ai personaggi, al quello stesso realismo che vogliono sostenere, fornendo anzi un elemento di ridicolo che non regge la prova del tempo, rovinando un immaginario altrimenti potente. La narrazione, ingabbiata negli schemi, si trattiene dal lasciarsi andare, dallo sbocciare. Ciò detto, sono comunque due romanzi che valgono la pena, prove iniziali di un autore che definire promettente è fin troppo riduttivo.



Oltre l'invisibile (1951) è uno dei più celebri romanzi di Simak, nel quale l'autore riesce a snocciolare – purtroppo in modo ancora superficiale e sparso – spunti speculativi davvero all'avanguardia. Il salto di qualità tra Ingegneri cosmici e Oltre l'invisibile è, comunque, subito percepibile: qui ci sono le vere e proprie fondamenta della poetica dell'autore.
Il concetto fondamentale, per Simak, è la possibilità di una condizione di vita diversa da quella che conosciamo, situata in un altrove più o meno specificato, in questo caso su un pianeta lontano. Una condizione di vita dove a dominare è una sorta di coscienza intangibile (ma tratteggiata come un microrganismo) che rappresenta per l'uomo la possibilità di un eterno paradiso. Si tratta quindi di un'assoluta rivoluzione. Sutton, il protagonista, l'ha scoperta durante una missione finita male da cui è ritornato inspiegabilmente. Vuole diffondere questa conoscenza mediante un libro che diverrà più importante anche della Bibbia, ma viene osteggiato da gruppi rivali che, dal futuro, cercano di cambiare la storia.
Il peccato di eccesso di Simak, in questo romanzo, è stato quello di introdurre viaggi e paradossi temporali in modo così marcato da distogliere la narrazione, e l'attenzione, dall'argomento più importante. Da una parte contribuiscono a tessere l'intreccio incalzante ma, alla fine del libro, questo si rivela abbastanza inconcludente. L'impatto del romanzo, dunque, sta tutto nella prima parte, mentre la conclusione è essenziale nel rivelarci una chiave importante del pensiero simakiano: l'inevitabilità degli eventi.
Quello delle possibilità nascoste offerte dall'universo è il tema fondamentale: c'è sempre qualcosa di più celato al di fuori della Terra, la promessa suprema a cui l'uomo ambisce per istinto e per fede, ma che si scontra brutalmente con il suo artefatto, auto-imposto modo di vita.

Leggi anche:
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Philip J. Farmer (pt.4) : i romanzi teologici
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Della fantascienza (o delle idee)

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