3 luglio 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.4) : UN MANIFESTO INFINITO




Il villaggio dei fiori purpurei (1965) è il romanzo che per Clifford Simak rappresenta il passo precedente a quel manifesto che sarà Infinito, due anni dopo. I temi cari all'autore, nonché l'ottimismo del primo periodo, si evolvono in una visione intrisa di un fondamentale dubbio. In questo romanzo, nel rurale borgo di Millville avviene il contatto con una civiltà aliena che si presenta sotto forma vegetale. Frattanto nel borgo si notano cose strane: compaiono aiuole di fiori purpurei, telefoni senza fili, un ragazzo scompare nel nulla. Ancora una volta è un personaggio in balia di eventi più grandi di lui a svelare man mano (a se stesso, quindi al lettore) la vicenda.
Ricorre di nuovo lo scenario del paesino di campagna, descritto nei toni di meraviglia sospesa, che resta isolato dal mondo a causa di una barriera aliena e al cui interno, inevitabilmente, i rapporti umani tendono a degenerare. Ma Simak non fa di questo il nucleo della storia. Ricorre anche il concetto di un'infinita serie di mondi nel tempo, sviluppato nei romanzi precedenti, e quello della presenza di altre civiltà nel cosmo dotate di una visione superiore a quella umana.
Le scaramucce umane e la nostra veduta limitata, sembrano essere inizialmente la morale a cui l'autore vuole arrivare. In realtà non è così: un grande dubbio viene lasciato da Simak a proposito delle intenzioni della civiltà aliena, e l'astuzia umana, pur essendo subdola ed egoista, sembra infine dare le garanzie necessarie perché l'epilogo non sia tragico. E il finale non chiude la vicenda: Simak si ferma per lasciare al lettore la facoltà di scegliere tra un finale lieto o uno tragico. Forse un preludio alle successive tappe della sua poetica.
Temi ed elementi stilistici dell'autore appaiono dunque sotto una luce diversa (come spiega la lunga prefazione di Ugo Malaguti nell'edizione Elara), come preparandosi alla svolta successiva, ma il romanzo resta profondamente inquadrato nella visione del suo autore. Ed è un bellissimo romanzo, purtroppo non fra i più noti, con una ricchezza di idee e di spunti sufficiente come al solito per ricavarne altri due o tre libri. Il Simak romanziere migliora libro dopo libro (e lo si nota anche attraverso le ottime traduzioni di Malaguti): laddove certi primi lavori erano un po' sbilanciati, ora l'equilibrio è perfetto, e l'unico neo è il numero di pagine troppo modesto.



Infinito (1967) è il romanzo più oscuro e universalmente pessimista di Clifford Simak. Le frecciate alla debolezza e alla stupidità degli esseri umani, presenti in molte delle opere precedenti – soprattutto in Il villaggio dei fiori purpurei e La casa dalle finestre nere si evolvono qui nella visione radicale e drammatica di una società futura del tutto ottusa e sul ciglio dell'autodistruzione, quantomeno psichica. In questo senso, Infinito si può benissimo affiancare a opere come 1984 di Orwell e La città e le stelle di Clarke.
Nel mondo futuro immaginato da Simak, la vita degli uomini è quanto di più asettico e parsimonioso possibile: l'unico scopo è accumulare ricchezze per una seconda vita promessa dalla scienza, che inizierà con il risveglio dall'ibernazione e la cura dalle malattie e dalla vecchiaia. In questo contesto si intrecciano le vicende di alcuni personaggi alla ricerca di un senso superiore che giustifichi tutto ciò, alla ricerca di una fede ormai perduta, ma anche alla ricerca di falle in un sistema apparentemente perfetto. Tra i personaggi ci sono un prete, un cercatore di tesori, un condannato a morte (privato della possibilità della resurrezione), una scienziata che ha decifrato la matematica di un pianeta alieno, scoprendo quella che potrebbe essere la verità su Dio, e un uomo che viene incastrato per aver scoperto una spiacevole menzogna.
Gli elementi cari al Simak precedente sono soltanto accennati o trasformati: per esempio sulle ambientazioni rurali qui cala una cappa di grigio. Come sempre ritroviamo spunti e temi che l'autore porta avanti, evolvendoli e sagomandoli a seconda delle situazioni. Ma in definitiva è un'opera a se stante, non perché non si inserisca nell'evoluzione poetica dello scrittore, ma perché riesce ad andare oltre, a rendersi autonoma ed essenziale anche agli occhi di chi non ha letto nient'altro di Simak. Infinito non passa attraverso l'allegoria o la morale (diversamente da La casa dalle finestre nere), non apre spiragli di possibilità straordinarie (come in gran parte delle opere precedenti), piuttosto tira estreme e puntuali conclusioni (una posizione che Simak comincia prendere con il romanzo Camminavano come noi).
Ciò che il romanzo vuole delineare, ciò su cui invita a riflettere, risulta evidentissimo e tagliente. Infinito è un freddo mosaico di eventi che non vuole porsi in nessun'altra maniera: è un manifesto, nientemeno. Da qui in poi, l'universo simakiano prenderà una brusca svolta.


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