1 agosto 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.5) : UN DITTICO SIMBOLICO

La bambola del destino (1971) non è un romanzo di fantascienza, ma è ambientato su un pianeta ignoto; non è un romanzo fantasy, ma parla di un pellegrinaggio e di creature fantasiose; non è una allegoria, ma offre tante sfaccettature e significati. Cos'è, dunque? È Simak nella sua ultima fase, nella quale lo scrittore sembra elevarsi al fantastico-fiabesco, dove paesaggi e azioni hanno pura valenza simbolica, la suggestione fa da padrone, e dove l'epilogo è la soluzione che racchiude il senso di quanto è stato narrato, pur senza spiegarlo per filo e per segno.
In questo romanzo, i protagonisti (che paiono lo stereotipo dei ruoli che essi stessi rivestono) sono alla ricerca di un leggendario avventuriero su un pianeta sconosciuto. Finiscono per scoprire nuove e incredibili verità, svelate passo dopo passo, incontro dopo incontro con creature e personaggi. Verità impossibili da accettare a meno di compiere un estremo atto di fede - un po' come Indiana Jones quando accetta di rischiare tutto nel “balzo della fede” che lo conduce al Santo Graal.
La genialità di questo romanzo, a parte le numerose idee simakiane di cui è costellato, sta nel reinventare la tipica struttura del fantasy d'avventura con tutti i personaggi-macchietta del caso (che mi ricordano Han Solo, Leila e C3PO di Star Wars, o persino le loro parodie di Mel Brooks) giocando volutamente con gli ingredienti e portandoli a un livello eccelso, credibile e umano. Il contesto nel quale i personaggi si muovono, il cuore stesso della storia, è anche il messaggio finale che Simak vuole comunicarci, dato che la sua vicenda ha a che fare con livelli di realtà e di esistenza ignoti all'essere umano.
Ecco che l'autore ritorna su un tema già utilizzato nei suoi primi romanzi (Oltre l'invisibile, L'anello intorno al Sole): queste possibilità a noi sconosciute rappresentano il significato, il fine, la soluzione suprema, tanto delle storie che ci narra quanto del destino dell'umanità. La critica e il pessimismo nei confronti della nostra etica, del nostro modo di ragionare, vengono accantonati (sebbene non del tutto: c'è per esempio un'irritante cocciutaggine nei protagonisti, un tratto non certo casuale) per far spazio alla messa in scena, all'esplicitarsi “teatrale” del significato. Del resto la storia è lineare, priva di deviazioni: non c'è nient'altro da raccontare se non ciò che si svolge intorno e tra i personaggi. È un libro da rileggere col senno di poi per accorgersi che ogni frase è in funzione dello svelamento finale.
Ci sono poi le idee di contorno che, come al solito, avrebbero potuto riempire molto più di un romanzo: per esempio alberi che sono “antenne” per la conoscenza sparsa tra le civiltà dell'universo; i loro semi custoditi da animaletti; l'eden-trappola; le assurde creature che popolano la città bianca; la bambola-simbolo che viene trovata dai visitatori. Un mosaico, dunque, paragonato da Ugo Malaguti (edizione Elara) al mondo oltre lo specchio di Alice e che trova un parallelo, il suo “altro lato della medaglia” a detta dello stesso Simak, nel successivo romanzo I giorni del silenzio.


I giorni del silenzio (1973) è strutturato allo stesso modo di La bambola del destino. La Terra è un gigantesco cimitero, vuoto omaggio al pianeta natale degli uomini, ormai dimenticato ma anche tiranneggiato da una società speculatrice. Intenzionati a esplorarlo, alla ricerca della Terra autentica che si apre oltre i confini del cimitero, troviamo un musicista con il suo strumento robotico e una studiosa di storia sulle tracce di un tesoro archeologico e di un antico essere immortale. Nel loro pellegrinaggio, i protagonisti diventano però le pedine di piani superiori.
Su uno sfondo puramente fantascientifico e affascinante, quello del pianeta cimitero, Simak mette in strada i suoi personaggi e narra di paesaggi e creature che, in definitiva, sono entità simboliche e surreali. Tutta la storia è una specie di discesa nel buco di Alice (come lo era La bambola del destino) fino ai capitoli finali nei quali vengono rivelati i perché. I protagonisti, come sottolinea Ugo Malaguti (edizione Elara), sono mossi da ricerche spirituali, di conoscenza e arricchimento, opposti al materialismo che invece muoveva i personaggi di La bambola. I loro scopi li portano involontariamente a essere il perno su cui si regge il futuro della Terra.
Ancora una volta ci troviamo di fronte alla rivelazione di realtà alternative separate nel tempo. Simak pone interrogativi, per l'epoca non così banali come potrebbero apparirci oggi, sui paradossi temporali e sul destino. Mette, come al solito, le sue idee geniali al servizio del concetto che intende comunicare con il libro: spiriti vaganti che si materializzano attraverso corpi robot; macchine da guerra senzienti; l'Anacronista, immortale visitatore cosmico, che è il punto di congiunzione con l'universo simakiano degli ultimi romanzi (è il parallelo della bambola-simbolo in La bambola) e dei primi (con i suoi risvolti solo accennati di “destino universale”).
Alla base troviamo quasi un discorso storico: l'uso della storia, passata e futura, come parte attiva nel costante crearsi degli eventi, come simbolo di realtà e di concetti universali più vasti. C'è insomma un profumo appena percepibile di enormità ed eternità, come in molte delle opere di Simak. E risulta un po' difficile alla prima lettura capirne il senso d'insieme, comprendere tutti quei sottili fili che conducono alla risoluzione. Anche in questo caso, una rilettura col senno di poi diventa quasi essenziale.
Simak si è oramai abituato a narrare in prima persona, stile che gli permette di stare ancor più alla larga dalle posizioni onniscienti che lo costringerebbero a dare spiegazioni. La sua fantascienza ha sempre tentato di distanziarsi dai tecnicismi o dalla space-opera, ma è soprattutto in questa fase che si eleva alla totale astrazione, e tutte le scelte stilistiche hanno questo obiettivo. È lo sguardo del protagonista, inconsapevole fino alla fine, perso nelle sue riflessioni, a essere il cuore della narrativa simakiana.

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