10 agosto 2013

CLIFFORD D. SIMAK (PT.6) : VARIAZIONE SUL FANTASY

Pellegrinaggio incantato (1975), ormai alla fine della carriera di Clifford Simak, rappresenta molto bene la sua idea di “fiaba fantasy” con elementi fantascientifici e una forte attenzione umanistica. Un bizzarro gruppo di pellegrini (tra cui uno studioso e alcune creature incantate) si mette alla ricerca di una fantomatica biblioteca attraversando terre insidiose. Insegue quindi le ragioni tipiche della ricerca simakiana: la sete di conoscenza, la scoperta di nuovi orizzonti, il ripudio della banalità quotidiana, e non da ultimo l'amore, inteso sia in senso classico sia come fratellanza universale (che in questo romanzo viene dichiarata esplicitamente). Queste ragioni vengono messe in scena sotto forma di situazioni e personaggi simbolici. Non manca nemmeno l'automa, qui delineato con molta ambiguità – di fatto più un alieno che un robot – che impedisce alla situazione di degenerare in un conflitto grazie a una mossa astuta e saggia.
A sostenere la vicenda (e a prelevarla dal semplice ambito fantasy per metterla nel più vasto spazio della fantascienza) c'è un elemento profondamente radicato nella poetica simakiana: l'idea di mondi paralleli, ciascuno dei quali evolutosi indipendentemente e all'insaputa degli altri. In questo caso l'autore pone un confronto tra il nostro mondo, imperniato sulla tecnologia, e il mondo magico dove si svolge la vicenda, con l'aggiunta, nel finale, di una terza parte rappresentata dalla saggezza superiore di un'intelligenza sconosciuta. Riunire e condividere la conoscenza di tutti i mondi diventa lo scopo ultimo, nonché la rivelazione a cui giunge il gruppo di pellegrini.
Basta questa brevissima sintesi per capire che, nonostante la bizzarra forma fiabesca, la poetica di Simak è presente al cento per cento. Il cuore di questo libro non è tanto una riflessione distaccata dal suolo, non è delineare orizzonti utopici o condannare l'ottusità moralizzando sulla condizione umana: alla fine, a risaltare sono due concetti semplici e imprescindibili, ovvero la conoscenza e la condivisione.


Là dove alberga il male (1982) è il terzultimo romanzo di Simak ed è quello più apertamente fantasy. La storia è una tipica quest, con un amuleto da scoprire e nemici malvagi da combattere. L'ambientazione, un mondo dove l'Impero Romano confina con terre popolate dal Male, può far pensare a una di quelle realtà alternative care all'autore, su cui però non vengono offerte spiegazioni. La realtà di questo romanzo ci viene presentata come fine a se stessa e, forse, è qui che risiede la morale della storia, racchiusa nel concetto di un mondo inerziale dove non c'è evoluzione né futuro.
Delle tematiche simakiane ritroviamo la giustapposizione tra magia e scienza e tra Bene e Male, nonché la labilità dei confini tra di essi e il loro intrecciarsi inevitabile; troviamo i personaggi di varia estrazione; non troviamo invece i paesaggi rurali, qui rimpiazzati dalle tinte fosche delle foreste e delle paludi. Il romanzo è soprattutto visivo: non vuole interrogarsi sugli stessi temi affrontati in precedenza, quanto suggerire poche o forse una sola, semplice conclusione. A mio avviso non è paragonabile alle opere precedenti, né per la storia (più naif e senza un climax davvero importante) né per i contenuti (è un Simak che definirei impoverito). Il pregio è che, preso per il suo verso, è una fiaba d'autore, adulta e ricca di consapevolezza.
Con questi due libri si conclude la mia panoramica su Clifford Simak, almeno fino a che Elara non continuerà la pubblicazione delle sue opere, soprattutto della grande mole dei racconti brevi.

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