11 ottobre 2014

KING: THE DOME (2009), LA STORIA UMANA È UN SADICO MASSACRO



Il caso di Under The Dome (in italiano solo The Dome) è tra i più interessanti degli ultimi anni. Le premesse del romanzo e alcuni suoi elementi hanno suscitato un grande interesse da parte del pubblico e della critica. Al successo del libro si deve la veloce trasposizione televisiva, per quanto essa prenda subito le distanze dall'intreccio originale, diventando qualcosa a sé stante. Le radici del libro, svelate dallo stesso King, affondano in un tentativo incompiuto intitolato The Cannibals alla fine degli anni 70, ma The Dome con i cannibali non c'entra proprio niente. Quello che poteva essere un horror “prima maniera” si è trasformato in un thriller sociologico (non mi viene in mente miglior definizione) del XXI secolo. King ha spesso trattato di piccole comunità nordamericane in crisi, dove le persone tirano fuori il lato migliore o peggiore di sé, ma mai come in The Dome questo tema è portato al parossismo, cause ed effetti sono estremizzati e diventano l'unico, vero cuore della vicenda. Soprattutto in quanto non vi sono demoni a scatenare la crisi, ma un fatto concreto e visibile dal mondo intero, pur restando inspiegabile.

Ci sono un pro e un contro piuttosto grossi, in questo libro. Il pro, come sostenuto da coloro che lo hanno elogiato, è che King ha scritto un romanzo post-11 settembre che è una parabola del mondo di oggi, non solo americano ma globale. Uno spaccato psicologico sui comportamenti in situazioni ordinarie e straordinarie. Un trattato filosofico sul bene e il male non come poteri sovrannaturali, ma come sentimenti radicati nel profondo di creature viventi e pensanti; gli esseri umani, in primis, che qui fanno la parte dei veri “cattivi”, ma anche gli esseri ignoti ed extraterrestri artefici della cupola, che invece si rivelano essere solo ingenui bambini capaci di un atto di pietà non appena gli si fa presente che il loro è un gioco sadico. In questo sta una bella morale, che toglie ogni dubbio sul finale, secondo alcuni, a perdere e semplicistico; King ci fa sottilmente capire che noi non saremmo altrettanto bravi e compassionevoli, se le formiche iniziassero a urlare e pregarci di smettere di bruciarle con la lente. I fatti narrati in The Dome sono quelli che ci facciamo da sempre tra noi, tra singoli individui così come tra nazioni e culture. Come ci massacriamo fino all'autodistruzione. Una critica al mondo occidentale, persino alla storia umana sin dall'alba dei tempi, che arriva con puntualità politica, nel 2009, e porta il romanzo all'attenzione del pubblico.
Il contro è strettamente letterario o kinghiano. Si ha la sensazione che le oltre 1000 pagine siano assolutamente troppe: a un certo punto, come in una soap troppo intricata e prolissa, si perde il filo dei personaggi, ci si disperde nella miriade di dettagli narrativi che non vengono al punto. Il crescendo verso il finale, la scoperta della fonte della cupola, arriva in sordina, dopo centinaia di pagine di azioni, dialoghi e pensieri. La cronaca di King minuto per minuto è efficace all'inizio ma poi, pur essendo sempre ben scritta, porta il lettore alla disperazione. Rileggerlo una seconda volta è assolutamente impossibile: ci ho provato, e a mio avviso (da Fedele Lettore) questa è una mancanza insolita ma anche grave, perché i romanzi di King normalmente chiamano a gran voce, sullo scaffale sono vivi. Di certo è l'opinione personale a mettere l'ultima parola in questo caso, ma la critica all'eccessiva lunghezza è stata mossa in molti dei pareri che ho letto, e questo mi fa pensare di non essere nel torto (va anche detto che è una critica mossa spesso a King e di solito non è giustificata: forse gli unici casi giustificati sono The Dome e Tommyknockers).
La differenza nell'impatto delle 1000 pagine di L'Ombra dello Scorpione, IT, La Torre Nera, o altri che alle 1000 si avvicinano, secondo me è subito evidente. Da cui, la difficoltà di una prima lettura o l'impossibilità della rilettura. A voler analizzare il perché, è facile trovare una risposta almeno superficiale. Mentre tutti gli altri romanzi “epici” hanno una vastità di scenari e temi che lascia di stucco, The Dome è come un unico, lunghissimo atto teatrale, una mono-ambientazione e una mono-situazione che inducono nel lettore il disagio, lo stesso “non ne posso più”, provato dai personaggi. Dopotutto c'è una cupola che imprigiona una cittadina e la claustrofobia narrativa farà di sicuro gongolare King, felice del risultato.
In ogni caso, The Dome è la fiera dei suoi personaggi più classici. In questo, pure, c'è un pro e un contro: il pro è che i cattivi sono bastardi come non mai, e i buoni sono fieri e cazzuti come non mai (sempre in nome dell'estremizzazione). Il contro è che pare di sapere già come andranno le cose, è un po' come tornare nel proprio quartiere dopo molti anni e sapere già le facce che si incontreranno. Niente di nuovo sotto la cupola, da questo punto di vista. Ci sono tutti: l'ex-soldato bello e orgoglioso, la giornalista sexy e astuta, il buon vecchio poliziotto che ci lascia le penne, i ragazzini disposti alla fede e al coraggio, la bambina con visioni di presagio, la coppia eroica e amorevole, il poliziotto sull'orlo del suicidio, la ragazza-madre complessata, il reverendo pazzoide, la ghenga spaccaossa del sindaco, il figlio malato e ultraviolento del sindaco, e infine il sindaco stesso – uno dei migliori bastardi di King – imbonitore, ipocrita, piazzista d'auto usate, produttore di droga e pluriomicida. Vista così sembra una galleria trita, ma come sempre sono stereotipi che servono per farci sentire a casa, per traslare la vicenda in qualsiasi contesto, e sono di fatto il terreno fertile che King va a concimare con dovizia di particolari. Li rende reali: essi decidono i destini della comunità di cui sono parte, un tiro alla fune all'ultimo sangue. Il destino, in realtà, non dipende da loro, o meglio è deciso da coloro che apparentemente hanno minor peso, gli “ultimi”, meno distratti dalle faccende frivole, laddove i “primi” raccolgono poi ciò che hanno seminato. Su questo King non smentisce la propria indole di cantastorie e di cristiano: è ovvio sin da subito che la punizione arriverà per chi se la merita, sebbene un'intera città ne farà le spese, nulla sarà indolore e fino alla fine l'uomo sarà impotente, potendo solo confidare in una benevolenza superiore.
Ci si può leggere, ovviamente, una riflessione religiosa, anzi umana in senso lato. L'universalità dei temi e dei simboli è la cosa migliore di The Dome (lo è di King, da sempre): la sua interpretazione all'interno di qualsiasi tempo o cultura è un passaggio obbligato per il lettore, è quello che rimane una volta chiuso il libro. Un sapore sulla lingua che ha del biblico. Però, ahimé, è dura arrivarci in fondo questa volta.


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