17 marzo 2015

BALLARD - IX - L'ALLEGRA COMPAGNIA DEL SOGNO


Il caso di questo libro è particolare, non tanto per la sua genesi (si inquadra perfettamente nel percorso ballardiano) quanto perché è rimasto inedito in Italia per trent'anni finché Fanucci ha preso il coraggio e lo ha pubblicato alla fine dello scorso decennio. Personalmente ho scoperto la sua esistenza solo in seguito, ecco il perché non ha fatto parte del percorso di lettura di cui ho scritto finora.
Detto ciò, il libro merita in effetti una trattazione a parte, perché anche se è ballardiano al 100%, lo è in modo differente dagli altri romanzi. Lo scrittore ha sempre tratto le sue ideologie da molte angolazioni diverse, sviluppandole in modi trasversali, abituando quindi i lettori a leggere la sua produzione divisa per momenti. Collochiamo dunque The Unlimited Dream Company (il titolo originale, che non ha niente di "allegro" ma piuttosto qualcosa di "infinito"): esce nel 1979, alla fine di un decennio nel quale Ballard ha fatto scalpore con Crash e Il condominio, e prima dell'autobiografico L'impero del sole e di altri testi di transizione come Hello America e Il giorno della creazione.

In questo romanzo Ballard sfrutta un altro metodo, un'altra prospettiva, per parlare dei temi che gli sono cari. Credo sia uno dei suoi libri più soggettivi perché, in fondo, si accosta a una parabola o una favola, nella quale l'autore ha voluto dar forma a un sogno. Certo è che si lascia indietro il crudo realismo dei paesaggi urbani e mediatici, così come il linguaggio affilatissimo: al loro posto troviamo una psicogeografia simbolica simile a quella presente nelle sue prime opere, ma ancora diversa e più fantasiosa.
Protagonista è un ragazzo con l'ossessione del volo che ruba un aereo e si schianta a Shepperton, una frazione londinese dipinta in toni di inquietante tranquillità (come Twin Peaks o le cittadine del Maine di Stephen King). Qui si fa messia di un mondo nuovo, dove la natura regna incontrastata e gli uomini obbediscono a istinti di violenza e sessualità. Un eden primigenio che Ballard ha già teorizzato in precedenza, ma che qui vediamo da un'altra angolazione: dalla trattazione obiettiva, quasi chirurgica, di Il condominio o Il mondo sommerso, si passa alla fiaba raccontata in prima persona, nella quale il realismo non conta più (il personaggio principale vola, ha poteri magici, fa crescere le foreste cospargendo di sperma il terreno).
Un affresco inquietante e oltraggioso da un lato, nel suo mascherare la verità nuda e cruda da fantasia (soprattutto se pensiamo all'epoca in cui è stato scritto); dall'altro lato un'ennesima conferma dell'abilità di Ballard di scavare dentro se stesso e indurre il lettore a fare altrettanto, invitandolo a riflettere sulla parte più atavica della nostra mente.
Credo che l'immediatezza del libro, il suo essere comprensibile (per quanto pazzesco) anche ai non ballardiani (a differenza di un testo difficile e spigoloso come Crash) sia dovuta alla storia, la quale appunto ha la forma di una grande favola o di un'esperienza onirica. A proposito di questo, il finale assai ambiguo ma così squisitamente teatrale è la ciliegina sulla torta, in grado di ribaltare nuovamente tutto ciò che si è letto e lasciare al lettore la libertà di interpretare e credere a ciò che vuole. Ecco perché merita, dopotutto, di essere considerato come un caso a sé: lo si può ritenere un testo inferiore rispetto ai manifesti ballardiani, per le libertà e le leggerezze che si prende, ma per il pubblico può essere un punto di partenza semplice e da cui lasciarsi ammaliare (o disgustare). Nel mio caso – dopo aver letto quasi tutta la produzione di Ballard – ho apprezzato la fusione tra l'introspezione tipica di ogni suo testo e il piacere derivato dalla lettura di una storia magica e potente.


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