16 maggio 2015

ARTHUR C. CLARKE (pt.5): LE FONTANE DEL PARADISO & POLVERE DI LUNA


Le fontane del paradiso valse a Arthur Clarke sia il premio Nebula (nel 1979, anno di uscita del romanzo) che il premio Hugo (1980). Leggendolo per la prima volta oggi, circa 35 anni dopo, si ha ancora l'impressione di un romanzo fresco che contiene molto più di quanto effettivamente scritto nelle sue righe. L'opera è intrisa di molteplici elementi a contorno della trama principale che si rivelano essere anche più interessanti, grazie agli spunti che forniscono. In quest'ampio respiro riconosco il genio di Clarke, il suo essere Autore tanto nell'epoca passata quanto in quella moderna. Le sue semplici ma singolari visioni ci parlano, in particolar modo, dell'incontro con intelligenze extraterrestri, dello sconvolgimento che questo fatto avrebbe sulle religioni, della perpetua battaglia tra la tradizione millenaria e la tecnologia futura.
Nel progetto di costruire degli elevatori che portino l'uomo verso lo spazio, nelle tante traversie che Morgan – il protagonista del romanzo – deve affrontare per compiere il suo intento, avviene lo scontrarsi di forze nascoste e potenti, si mettono in discussione le fondamenta dell'umanità. Da una parte, c'è un monastero sulla cima di una montagna, strategicamente utile al progetto elevatori, abitato da monaci la cui fine è scritta in una leggenda; dall'altra parte c'è una sonda spaziale aliena che inizia a dialogare con la Terra distruggendone le fondamentali credenze con rigore assoluto.
Alla fine, non è tanto il climax della vicenda degli elevatori che rimane, ma tutto ciò che è stato detto (o sussurrato) prima. Clarke ambienta buona parte del libro su un'isola che è la copia dello Sri Lanka in cui è vissuto per gran parte della vita, arricchendo in questo modo la storia con sensazioni personali, autenticità e mitologia. Siamo agli antipodi dal sapore retrò di Preludio allo Spazio o Polvere di Luna, molto vicini invece ai grandissimi Incontro con Rama e La città e le stelle. La sola nota negativa, a mio avviso, è l'eccessiva velocità nella chiusura del romanzo, nel mettere fine alla trama senza ritornare su tematiche sollevate in precedenza. Una qualche digressione in più, un epilogo più ampio, sarebbe stato gradito.
Idee alla base ***; sviluppo ****; consigliato ****

Clarke in Sri Lanka
Polvere di Luna (1961) ci fa capire quanto Arthur C. Clarke sia un autore altalenante, desideroso di sperimentare stili diversi. Altalenante perché, a paragone dei libri che ho incontrato fino a qui (tranne magari 2061), è una caduta di tono che ha dello sconcertante. Da romanzi fini e intrisi di mitologia come La città e le stelle o Le fontane del paradiso, a un fanta-action che alterna divertissement, tecnicismi e, appunto, azione. La storia riguarda il "naufragio" di una nave spaziale da turismo sulla Luna: l'equipaggio rimane intrappolato nel velivolo sprofondato in metri e metri di polvere lunare. Si racconta a capitoli alterni della squadra di soccorso e dei tentativi, spesso divertenti, dei passeggeri di ingannare l'attesa e sopravvivere.
Il libro è figlio dei suoi tempi: la Luna non era ancora stata raggiunta, la “fantascienza hard” andava piuttosto forte, e uno dei lati di Clarke è quello appassionato della verosimiglianza tecnica. Non si tratta di un romanzo sgradevole e scritto male, ma è estremamente limitato e riduttivo, non certo quello che ci si aspetta da un titolo di Clarke ripubblicato su Urania Collezione. Una lettura veloce che di piacevole ha il ritmo e la brevità, ma che non offre niente da approfondire, nemmeno se si vuole guardare allo spirito d'invenzione e anticipazione proprio dello scrittore, che arricchisce nei dettagli titoli come Preludio allo Spazio o l'immenso La città e le stelle.
Idee alla base *; sviluppo **½; consigliato *½

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