30 giugno 2015

ARTHUR C. CLARKE (pt.6): LE SABBIE DI MARTE & L'ULTIMO TEOREMA (E IL PARADOSSO CLARKE)



Le sabbie di Marte (1951), come Preludio allo spazio, è tra i primi romanzi di Arthur Clarke e il tratto comune che distingue questi lavori è il tema della speculazione scientifica su frontiere spaziali che l'uomo non aveva ancora conquistato. Se Preludio era la cronaca della preparazione al viaggio verso la Luna, qui c'è la conquista di Marte, una città sotto a una cupola, l'intento di fornire al pianeta un'atmosfera respirabile. L'uomo non è ancora andato su Marte quindi il romanzo è a tutt'oggi una speculazione sul possibile, anche se ovviamente si percepisce la sua “antichità”. Ma nel 1951 l'uomo non aveva ancora messo piede nello spazio!
Ho trovato il libro più interessante, completo e avvincente di Preludio allo spazio. Il protagonista è uno scrittore di fantascienza che ottiene di visitare la colonia marziana, scoprendo poi di volerne essere parte, e vivendo quelle esperienze che aveva tentato di immaginare nei suoi libri. Una proiezione di Clarke, con ogni probabilità. Il romanzo alterna come sempre parti più descrittive a parti più narrative e incentrate sui personaggi, in particolar modo nella seconda metà. Il risultato è un libro ancor oggi godibile, forse proprio per quel suo sapore retrò che lo trasforma, a mio avviso, in una vecchia pellicola che scorre davanti agli occhi riga dopo riga. Non ci sono le suggestioni e le proporzioni mitiche di Asimov, non ci sono nemmeno le sottigliezze del Clarke di La città e le stelle e Le fontane del paradiso, ma c'è il fascino della fantascienza d'autore più classica di sempre.
Idee alla base ***; sviluppo ***; consigliato ***


Cos'è il paradosso Clarke? L'ho inventato io sebbene sono certo che altri lo abbiano già pensato: ovvero, che l'altalenanza qualitativa di Arthur C. Clarke ha dell'inspiegabile. Questo celeberrimo scrittore è stato capace di creare alcune delle pagine più emblematiche e senza tempo della science-fiction, ma anche alcune pagine davvero povere e sgradevoli, pagine che possono causare un'idea davvero sbagliata e sminuente della fantascienza.
Leggere L'ultimo teorema, che Clarke ha scritto insieme a Frederik Pohl nel 2008, mi ha portato a questa conclusione, che avevo già accarezzato con Polveredi Luna (ma quello aveva ritmo ed era figlio dei suoi tempi). Ritengo una cosa normale che la bibliografia di uno scrittore abbia un andamento curvilineo, anche perché il giudizio su ogni libro ha una componente soggettiva non da poco. Premesso dunque che si tratta di una mia opinione – in rete, comunque, trovo opinioni molto simili – L'ultimo teorema è un libro di rango talmente basso che l'ho abbandonato. Il che è significativo per me: conto sulla punta delle dita i libri non terminati, cerco di dare una chance fino alla fine anche a quelli che non mi convincono per niente. Ma qui non ce l'ho fatta: oltre a essere prolissi riguardo a delle inezie, è fastidioso lo stile con cui i due autori vogliono raccontarci una storia totalmente assente, buttando nei capitoli qualche presenza aliena a dir poco disneyana. Soprattutto, sembra che l'unica ragione dietro al libro sia dimostrare di sapersi destreggiare, da parte dei due autori, con dei trucchetti matematici, di conoscere una profusione di teoria e di aneddoti a tema più o meno matematico. Un esercizio di stile o di pura vanagloria (perché lo stile dov'è?), tanto che a pagina 90 ho iniziato a pensare di stare perdendo il mio tempo: non può esistere cosa peggiore per un libro.
Mi viene anche da pensare, dato che Clarke è scomparso proprio nel 2008, che il libro pubblicato sia una sorta di prima stesura senza ancora i tagli e la ristrutturazione necessari.
Idee alla base *; sviluppo *; consigliato °

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