20 agosto 2015

CORMAC McCARTHY: ASSENZA E DISUMANITA'



Cormac McCarthy è un celebrato scrittore contemporaneo che si inquadra non in un genere particolare, ma in quella letteratura di ampio respiro destinata a diventare classica. Forse è un po' post-modernismo, ma in fondo questa è un'etichetta in cui è facile far rientrare uno scrittore americano dotato di certa immaginazione e certo stile. Ci sono elementi di horror, dramma e visionarietà, nei suoi libri. Di recente ho letto  Il Buio Fuori (1968) e Figlio di Dio (1974) e sono libri di cui, dopo, non rimane un ricordo preciso, una storia o un concetto attorno a cui far ruotare un riassunto. Rimangono invece immagini e sensazioni. È difficile parlare di McCarthy proprio a causa della sua evanescenza.
Entrambi i libri, che appartengono alla sua vecchia produzione, sono ambientati nell'America rurale d'inizio Novecento, fatta di gente spietata e terre ostili come in un western classico. Vedono personaggi erranti a metà tra umano e animale, che si muovono e agiscono senza fornire ragioni a chi legge, motivati dal solo stimolo azione-reazione, da lasciare di sasso. Vedono questi personaggi al centro di vicende sconvolgenti - violenze, omicidi, stupri - che paiono la sola risposta di cui essi sono capaci, visto il loro essere disadattati (ed è un eufemismo), il solo unico istinto di sopravvivenza all'ambiente esterno. Vedono azioni brevi e compiute, delineate in immagini potenti, come unico motore narrativo, senza indugiare nel descrivere e particolareggiare - McCarthy non usa nemmeno le virgolette per separare i dialoghi dalla voce narrante, un tratto emblematico. Vedono l'assenza totale di ragionevolezza e sentimento per come li intendiamo comunemente. Vedono, quindi, che cosa esattamente? Un'America del passato su cui è sorta l'America moderna (e più in generale l'Occidente moderno) a cui siamo abituati? Una violenza incomprensibile, primitiva, radicata al di sotto della violenza quotidiana che riempie i nostri giorni?


Cosa vuole dirci McMarthy? Io non lo so. L'unica morale per il lettore è che egli deve dimenticarsi del bisogno di una spiegazione facile. Deve - probabilmente, anche se forse anche questa è già una spiegazione facile - assimilare ciò che gli passa davanti agli occhi - spalancati da pinzette, come il tizio di Arancia Meccanica - e prenderne atto. Nessuna posizione, nemmeno il bene sul male e viceversa: gli umani in McCarthy sono disumanizzati, la natura in McCarthy è denaturalizzata - in certe scene è terribile, in altre è affascinante - le azioni sono al limite del fuori contesto, lo stile è l'assenza di personalità.
Non è un Paese per Vecchi (2005) e La Strada (2006), due romanzi di epoca più recente, proseguono nella stessa direzione, ma ci risultano più comprensibili per i temi trattati (il traffico di droga ai confini tra Messico e USA, nel primo, e una Terra in ginocchio dopo un'apocalisse fantascientifica, nel secondo) e per la più forte percezione di una storia come motore di fatti e personaggi. E' più facile disumanizzare gli umani se li si pone in un mondo desertico dove il cannibalismo è sopravvivenza: è più facile esprimere e comprendere il concetto. Lontano anni luce dall'essere banale e archetipico, in queste due opere recenti (lette prima o dopo le altre) McCarthy riesce a far capire meglio al lettore che cosa sta leggendo. Un McCarthy più cinematografico nel taglio - e non a caso ne sono stati tratti due eccellenti film. L'apocalisse dove si ambienta La Strada, in fondo, è dietro l'angolo anche in Il Buio Fuori e Figlio di Dio. E l'autore continua a non prendere posizioni. A parte, forse, quando il bambino di La Strada, alla fine del romanzo (che è anche l'ultimo pubblicato ad oggi), dice: "noi portiamo il fuoco". Mi sembra che McCarthy abbia voluto farci sapere che, dopo aver passato in rassegna una lunga serie di abomini semiumani, ha finalmente trovato un umano che sappia cosa significa esserlo. (Ma anche questa potrebbe essere una facile spiegazione.)


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