25 gennaio 2016

PHILIP K. DICK (PT.1): IL MONDO CHE DICK CREÒ


Le edizioni che Fanucci sta pubblicando da una decina d'anni nella Collezione Dick, oltre ad avere nuove traduzioni che rendono maggior giustizia alla profondità e all'intrinseca modernità delle opere di Philip K. Dick, sono corredate da prefazioni e postfazioni che forniscono l'essenziale sguardo contestuale e biografico. Vi rimando quindi a questo corpus critico davvero interessante per sapere “come” leggere i romanzi di Dick. Iniziando la lettura in ordine di composizione (e lasciando da parte i primi testi non fantascientifici, per ora), quello che scriverò qui sarà una raccolta di impressioni a seguito della lettura. Il 2016 sarà per me l'anno di Philip Dick, grande autore di sci-fi ma oltre la sci-fi, proprio come piace a me.

Cominciamo quindi da Lotteria dello Spazio: non è il suo primo romanzo ma è il primo in ordine di pubblicazione (1955), nonché il primo anche in ordine di scrittura (1954), di connotazione fantascientifica. La Terra è governata da un “bingo collettivo” che assegna titoli governativi in modo in apparenza casuale. Lo scenario grottesco Dick non lo descrive come un'evidente distopia in stile orwelliano, ma nemmeno ne vediamo tratti granché positivi. Veniamo posti al centro di un complicato intrigo, grazie a semplici episodi con molti dialoghi, e ci troviamo a seguire la vicenda di un uomo comune la cui ambizione lavorativa gli si rivolge contro. L'opposizione tra casualità e intenzione è un bel concetto insito nel testo, ma in generale si avverte un vero tripudio di concetti e idee che arricchiscono una trama intricata. Trovo che questo contorno non troppo approfondito sia al contempo un peccato (nel senso che ci sarebbe stato spazio per molta più profondità) e un pregio (nell'essere un testo spiccio, fluido, senza pesantezze filosofiche). Non è un'opera perfetta ma in effetti non ne ha bisogno, perché ha impatto, a partire dai personaggi. E come primo passo in Dick è a dir poco promettente.
Pagella: idee alla base **** ; sviluppo ***½ ; consigliato ****

E Jones creò il mondo (scritto nel 1954), ritenuta un'opera marginale, prende il via con un'intuizione importante per Dick, ovvero la precognizione posseduta da un individuo emarginato che poi, nel bene e nel male, cambia la società. Il Relativismo è una sorta di credo globale, quasi una legge, che vuole la tolleranza nei confronti di tutti i punti di vista. Naturalmente le ideologie, le intenzioni e le capacità dei personaggi entrano presto in conflitto fino a conseguenze che sono agli antipodi degli intenti originali. Dick mette forse troppa carne al fuoco (ci sono persino gli alieni, qui), ancora un tripudio di concetti meritevoli di approfondimento, disperdendo così la concentrazione. Ma il mosaico affascina ed è trattato con serietà e immediatezza. Già questi primi due libri fanno scorgere un potenziale impressionante: un uso della fantascienza come scenario per parlare di condizioni estreme e soprattutto, a differenza di gran parte della sci-fi di quei tempi, di personaggi imperfetti, reietti sociali piuttosto che scienziati prestigiosi, “gli ultimi”, il cui futuro è sempre in dubbio.
Pagella: idee alla base ***½ ; sviluppo *** ; consigliato ***


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