23 marzo 2016

ALCUNE VALIDE RAGIONI PER DIRE NO A IL TRONO DI SPADE


Spinto da grande curiosità e dalla solita tenacia del lettore accanito – nonché da quella sensazione di pregustare un'opera che sarà, per forza di cose, straordinaria come appare – tempo fa ho aperto il tomo primo di Il Trono di Spade. (Nato in origine come Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, prima della serie televisiva che lo ha portato alla celebrità.) Soddisfatto ma un po' confuso, dopo un po' ho deciso di andare avanti con il secondo. Ne sono uscito con sensazioni di pesantezza e amnesia. Poi, quando mi sono chiesto se dovevo darmi al terzo oppure no, ho deciso per il no.
Trovo che vi siano ottimi motivi per lasciar perdere questa saga risparmiando il tantissimo tempo che la sua lettura richiede e usandolo per numerosi altri libri. La saga non è priva di meriti e Martin è di certo un capace narratore. Anche La Ricerca del Tempo Perduto e Proust sono opera e autore meritevoli, ma non per questo li leggerò: vanno troppo oltre, in tutto, soprattutto nella lunghezza. Superano quel limite che diventa essenziale se si vuole trarre da un libro una certa indelebile sensazione, o ricordo, o insegnamento. Superato quel limite ci si stanca e basta, si esce con il cervello che chiede: cos'è successo? Questa è solo una mia opinione, ben inteso, ma come lettore che ha letto di tutto e arriva quasi sempre alla fine (persino del ciclo di prequel a Dune, un'altra recente esperienza dimenticabile), vi dirò quali sono le mie ragioni. Ho scelto di abbandonare il Trono per darmi, invece, a opere di Martin di cui posso vedere il confine, come i racconti, o la serie a collage di Wild Cards che mi incuriosisce parecchio.
L'eccessiva dispersione narrativa è la prima ragione e non credo ci sia bisogno di spiegare cosa significa, se lo avete letto o ci avete provato, subito seguita dall'eccessivo numero personaggi, alcuni non determinanti, i cui intrecci sono impossibili da seguire. Come diretta conseguenza, mi sono sentito completamente inerme e incapace – neanche fossi tornato indietro di vent'anni, all'ardua lettura del mio primo libro senza figure – di ricordarmi cosa stavo leggendo, a meno di prendere appunti (mi rifiuto di farlo, perdonatemi). Impossibile avere un'idea precisa del libro una volta concluso. Terminata la lettura del secondo tomo, mi è parso di aver assistito a una serie di azioni come se avessi guardato la mezz'ora centrale di un film. Del primo tomo mi ricordo l'inizio perché, ovviamente, è quello che resta impresso più facilmente.
Veniamo agli stress durante la lettura. Un punto importante è l'eccessivo uso dell'attesa e dello sforzo dei personaggi verso un risultato, poi vanificato da cambi di direzione o morte del personaggio. Non che ci stia male ogni tanto qualcosa di inaspettato, ma qui si costruiscono castelli che poi crollano al primo sbuffo. E, stando ai commenti di persone che sono arrivati più avanti di me nella saga, questa attitudine va peggiorando: al che mi sono sentito rabbrividire. Poi c'è la mancanza di forti elementi evocativi unificanti, atmosfere impregnanti: la magia del fantasy. Questa è la ragione più opinabile, più personale, ma per me è stata la carenza peggiore: se lo confronto con Il Signore degli Anelli (lato fantasy classico) o con La Torre Nera (lato alternativo-dark), lo spessore del Trono è pari a quello di Beautiful. Mi ritengo più soddisfatto a livello emotivo – diciamo, più dissetato quando per qualche ragione mi prende la sete di fantasy – nel leggere Terry Brooks, che ha un tiro più basso ma centra il bersaglio senza disperdersi e lasciandomi belle sensazioni.
Infine, la dannata struttura da soap opera. Meritevole l'idea di un fantasy basato sugli intrighi, sì, ma le prime tre ragioni di cui ho scritto mi portano a concludere che questo è troppo. Non ho mai guardato Beautiful, perché quindi dovrei insistere con Il Trono di Spade?
Nota positiva finale: la scrittura fluente e leggera di Martin è l'unica ragione che può spingere a continuare. È un narratore eccellente, capace di portare il lettore alla fine di ogni capitolo con la necessità di leggere il successivo. È davvero tutto nello stile, perché la trama l'avevo già persa di vista da un pezzo. Ecco perché intendo leggere altre creature di Martin, ma non questa. Oltretutto, il Trono potrebbe non vedere mai una fine o, se la vedrà, potrebbe essere come quella di Lost: ovvero, affannarsi a seguire tutti gli indizi non serve a un benemerito. Allora, anziché proseguire masochisticamente, ho deciso di dirigere i miei sforzi altrove e, in questo periodo, leggere l'opera omnia di Philip K. Dick.


Leggi anche:
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Philip K. Dick (pt.2): l'occhio nel cielo dell'America anni 50
Philip K. Dick (pt.3): relazioni immorali
Philip K. Dick (pt.4): mondi e tempi fuori posto
Terry Brooks: il ciclo del Verbo e del Vuoto

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