3 maggio 2016

BALLARD - XII - I MIRACOLI DELLA VITA (PT.2)

Estratti dall'autobiografia di James G. Ballard, I miracoli della vita (Feltrinelli)
Seconda parte

Quando La mostra delle atrocità venne pubblicato, nel 1970, io stavo già pensando a quello che sarebbe stato il mio primo romanzo “convenzionale” dopo cinque anni. Riflettei molto intensamente sulla costellazione di idee che sarebbero poi entrate a far parte di Crash, molte delle quali erano state già esplorate in La mostra delle atrocità, ma in qualche modo mascherate all'interno della narrazione frammentata. Crash sarebbe stato una carica frontale, a testa bassa, un attacco aperto contro tutte le convenzioni e i luoghi comuni sulla nostra ripugnanza nei confronti della violenza in generale e della violenza sessuale in particolare. Noi esseri umani, ne ero sicuro, abbiamo un immaginario molto più cupo di quanto ci piaccia pensare. […] In Crash proponevo apertamente una forte connessione fra la sessualità e l'incidente automobilistico, una fusione che avveniva all'insegna del culto della celebrità. Mi sembrava ovvio che le morti di persone famose in incidenti d'auto avessero una risonanza molto più profonda […]. Mi venne in mente che avrei potuto sottoporre a verifica la mia ipotesi […].
L'Arts Lab era disposto ad aiutarmi e mi offrì la galleria per un mese. […] Le auto andarono in mostra senza alcuna didascalia né altro materiale grafico, come se fossero delle grandi sculture. Un appassionato di televisione dell'Arts Lab si offrì di installare un impianto di tv a circuito chiuso su cui i visitatori potessero guardarsi mentre passeggiavano tra le auto incidentate. Io accettai e suggerii che ingaggiassimo una giovane donna per intervistare i partecipanti sulle loro reazioni. Contattata per telefono, la ragazza acconsentì ad apparire nuda, ma quando venne in galleria e vide le auto in quelle condizioni, mi disse che si sarebbe limitata a fare il suo lavoro in topless, una risposta – come compresi già allora – abbastanza significativa di per se stessa. Ordinai una discreta quantità di alcol e organizzai l'inaugurazione come un vernissage qualunque, invitando un gruppo rappresentativo di scrittori e giornalisti. Non avevo mai visto gli ospiti di una galleria d'arte ubriacarsi così in fretta. C'era molta tensione in giro, come se tutti si sentissero minacciati […]
Quei veicoli danneggiati sembravano una provocazione, e creavano turbamento. Vino versato sulle automobili, finestrini rotti: la ragazza in topless venne quasi violentata sul sedile posteriore della Pontiac […]. Una giornalista di New Society cominciò a intervistarmi sul caos che si era creato, ma era talmente carica di indignazione […] che dovettero trattenerla prima che mi aggredisse. […] Durante il mese in cui restarono in mostra le automobili vennero assalite in continuazione, imbrattate di vernice bianca […], rovesciate e spogliate degli specchietti laterali e delle targhe. […] Tutti i miei sospetti sui legami inconsci che il mio romanzo avrebbe esplorato risultavano confermati. […] Avevo strutturato il romanzo come una specie di inno psicopatico, e mi ci voleva un enorme sforzo di volontà per entrare nella mente dei personaggi principali. Tentando di essere il più fedele possibile al mio immaginario, diedi al narratore il mio stesso nome, accettando tutto ciò che questo comportava.


L'impero del sole sarebbe stato scritto dal punto di vista di un ragazzino che diventava adolescente durante la guerra e l'internamento. E non aveva senso inventarsi di sana pianta un ragazzo quando ne avevo disponibile uno già bello e pronto: il me stesso più giovane. Una volta deciso che il romanzo doveva essere autobiografico, tutto andò a posto per conto suo. In molte parti il romanzo descriveva eventi che avevo ancora negli occhi dopo tanti anni. C'erano moltissimi ricordi che dovevo mettere insieme, collegandoli l'uno all'altro, e alcuni degli eventi descritti sono del tutto immaginari, ma L'impero del sole, per quanto resti un'opera di finzione, è saldamente basato su esperienze vere, fatte da me o raccontatemi da altri internati. Stranamente, il processo di scrittura vera e propria fu indolore. Dal dattiloscritto usciva un flusso di ricordi, la sporcizia e la crudeltà di Shanghai, l'odore incerto dei villaggi deserti, anche la puzza del campo di Lunghua, il tanfo delle baracche e dei dormitori sovraffollati, il disperato squallore di ciò che in effetti erano dei bassifondi. […] 
L'impero del sole fu un grandissimo successo, l'unico di quelle dimensioni che io abbia mai conosciuto. Le sue vendite superarono quelle di tutti i miei libri precedenti messe insieme. Rianimò tutto il mio catalogo, in Gran Bretagna e all'estero, e procurò molti nuovi lettori ai miei libri precedenti. Alcuni […] furono lesti a cogliervi echi di L'impero del sole. Le immagini che avevo disseminato nelle mie opere durante i trent'anni precedenti e che erano diventate un po' il mio marchio di fabbrica – le piscine svuotate, gli alberghi e i nightclub abbandonati, i cavalcavia deserti e i fiumi che straripavano – adesso potevano essere fatte risalire alla Shanghai del tempo di guerra. […] Però, sono anche sempre stato affascinato dai deserti, e ho scritto addirittura tutto un libro, Vermilion Sands, ambientato in un luogo di soggiorno nel deserto, simile per certi versi a Palm Springs.

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