22 giugno 2016

PHILIP K. DICK (PT.5): OSTILI CONFESSIONI



Nello stesso anno di Tempo fuor di sesto, il 1958, Philip Dick scrive In terra ostile, romanzo che continua il filone mainstream, una narrativa senza genere che si focalizza sull'irrequietezza esistenziale dei protagonisti. Come gli altri romanzi non di fantascienza, anche questo vedrà la luce solo dopo la morte dello scrittore. Qui vediamo Bruce, un giovane e talentuoso commerciale di una grande azienda, che si lascia irretire e innesca una relazione con Susan, donna di dieci anni più vecchia e sua ex insegnante di scuola. Cercando di mandare avanti una rivendita di macchine da scrivere, tentano anche di costruirsi un futuro insieme: in un momento è roseo, in quello dopo è destinato a fallire, in un circolo senza un'apparente fine.
Il cuore di In terra ostile (e leit-motiv della narrativa dickiana) è costituito dal rapporto instabile, ai limiti della nevrosi, della coppia Bruce-Susan, la loro sessualità libera (condannata dall'etica dell'America borghese degli anni 50), l'interferenza di alcune figure del loro passato, in particolare quella di Milton, uomo dagli obiettivi sospetti mosso dalla gelosia. Il titolo originale In Milton Lucky Territory fa appunto riferimento al personaggio come l'antagonista di Bruce. È interessante (forse calcolato da Dick ma forse no) che le mosse di Milton saranno proprio quelle che, dopo aver causato i problemi da affrontare (un affare finito male che distrugge i loro sogni), condurranno all'apparente stabilità della coppia (e dunque un lieto fine). La figura di Susan (dark haired girl dickiana), la sua insoddisfazione cronica, la sua incapacità di tenere assieme le relazioni familiari, è la chiave del libro ed è ciò che lo rende una delle migliori opere mainstream di Dick per contenuti e ritmo. Il lettore non può non entrare in empatia e identificarsi con Bruce, la sua incapacità di comprendere appieno le cose, di afferrare i perché dietro alle scelte che pure ha fatto, il suo feroce appetito di sessualità, indipendenza e libertà. Con In terra ostile, Dick consolida l'uso di vicende quotidiane, aspetti della vita di tutti i giorni, di per sé privi dell'impatto utile a una trama romanzesca, e fornisce loro una struttura che raggiunge un semplice ma efficace climax, desiderato ardentemente dal lettore quando oltrepassa la metà del romanzo. Come corollario c'è il solito ritratto, feroce e delicato al contempo, dell'America dei tempi, vissuta da Dick in prima persona e pertanto più autentica che mai.
Pagella: idee alla base ***;  sviluppo ****½ ;  consigliato ****


Confessioni di un artista di merda, scritto nel 1959, è un altro tassello mainstream nella bibliografia dickiana che però prende una piega un po' diversa dai precedenti. Qui la realtà “priva di centro e di stabilità morale” (Carlo Pagetti nell'introduzione all'edizione Fanucci) che fino a ora si esplicitava tramite vicende e relazioni di ordine quotidiano, quasi banali, viene arricchita da eventi drammatici che sfiorano il thriller.
Fay è una donna che subisce i maltrattamenti del marito Charley, violento di natura. Quando lui viene ricoverato per un infarto, lei si lascia andare a una relazione con un amico comune, Nat, anch'egli sposato. Intanto il fratello di Fay, Jack, sfaccendato e credulone, vive con lei e le figlie. Charley minaccia di uccidere Fay e, quando esce dall'ospedale, stermina gli animali della fattoria di famiglia e poi si toglie la vita, senza riuscire a punire la moglie. Fay e Nat ufficializzano la loro relazione ed escludono Jack dalla loro vita.
Con ogni probabilità, Dick si riconosce sia in Nat (che subisce le maniere aggressive dell'amante) sia in quello di Jack, che rappresenta invece l’artista del titolo. Nel primo caso, i risvolti autobiografici dell’opera (come pure delle altre del periodo) sono radicati negli eventi del 1959, quando Dick divorzia di nuovo e sposa la sua terza moglie. Poi, nello straniamento del personaggio di Jack per la società in cui vive e nel suo inseguire credenze e misticismo (la fine del mondo, gli Ufo), che tuttavia si rivelano per l’assurdità che sono, ritroviamo forse gli stessi sentimenti dello scrittore, combattuto tra la fama nella letteratura “alta” e il successo (nonché il suo merito) in quella fantascientifica.
Il vuoto esistenziale e l’identità perduta sono la malattia di cui soffrono i protagonisti di Confessioni e tutti gli altri libri mainstream di Dick. Lo stile di vita dell’America anni 50 (tratteggiato per lo più come ipocrita e fondato su discutibili etiche borghesi) non può certo fornirli. Sulle relazioni extraconiugali e le difficoltà familiari, Dick ha già dimostrato di saperci fare e questo libro ne è un'ulteriore prova.
Costruito utilizzando punti di vista narrativi diversi a ogni capitolo (terza persona per Charley, prima persona di Fay, prima persona di Jack), la mia impressione è che Confessioni si collochi a metà tra una grande idea e un risultato non del tutto convincente (almeno dopo aver già letto In terra ostile, Il cerchio del robot e altri). Jack è il personaggio più interessante del libro e avrebbe meritato maggior spazio, laddove invece la relazione tra Fay e Nat occupa una porzione anche troppo ampia della prima metà (aggiungendo poco alle storie di relazioni già dipinte nei romanzi sopra citati). Il risvolto thriller dato dalla follia di Charley è un elemento totalmente nuovo, avvincente, che trascina il lettore fino alla fine.
Pagella: idee alla base ***½;  sviluppo ***½ ;  consigliato ***½

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