3 luglio 2016

PHILIP K. DICK (PT.6): STORIA DELLA DISUMANIZZAZIONE



Con La svastica sul sole, scritto nel 1961 e premio Hugo l'anno dopo, Dick riprende a scrivere fantascienza iniziando a sfruttare questo genere per arricchirlo a sua immagine e somiglianza, fondervi all'interno le proprie ossessioni, legate - come si è visto finora - alla profondità della natura umana. Tra le più influenti opere letterarie che parlano di ucronie, la storia immaginata qui da Dick vede la Germania e il Giappone uscire vincitori dalla Seconda Guerra Mondiale e spartirsi il resto del mondo. I protagonisti sono vari, ognuno con la propria storia, accomunati dalle circostanze oppressive in cui si muovono e dalle rivelazioni che sveleranno loro la crudeltà in cui vivono quotidianamente.
Troviamo Frank, un ebreo sotto mentite spoglie che produce falsi manufatti americani da immettere sul mercato (a subirne le conseguenze sarà un negoziante chiamato Childan). La cultura made-in-USA è oggetto di culto, rappresentativa della libertà del sogno americano ormai precluso, non più reale di un'ammiccante cartolina del passato. Troviamo l'italiano Joe in missione, anch'egli sotto mentite spoglie, per uccidere l'autore di un libro sovversivo. Nel suo viaggio incontra una donna, Joanna, con cui instaura una relazione che ne segnerà il destino. Il libro parla di un'ucronia dove i nazisti hanno perso la guerra, ritraendo più o meno la realtà autentica esterna al romanzo di Dick. Queste due, a mio avviso, le storie più interessanti, ma non le uniche. Troviamo anche il funzionario Tagomi impegnato in affari politici con l'imprenditore Baynes, atti a garantire il successo della Germania nei viaggi interplanetari.
La molteplicità di concetti e spunti riflessivi che Dick amalgama in La svastica è ricchissima, dunque è complesso delineare un giudizio critico in poche righe. Il cuore del libro sono i dualismi, le contrapposizioni tra due elementi. Tutte le linee narrative si basano sull'incontro-scontro tra due personaggi (Joe-Joanna, Frank-Childan, Tagomi-Baynes). Il contesto giustappone il nazismo tedesco (spietato) all'imperialismo giapponese (un po' meno spietato, oggetto di una possibile ritorsione da parte degli stessi nazisti), il regime nazismo-imperialismo alla cultura americana originaria, e anche l'oriente verso l'occidente (come si nota nella storia di Tagomi e Baynes). La stessa realtà del romanzo si contrappone non solo alla realtà del lettore, ma anche a quella teorizzata dal libro sovversivo che fa parte della storia (parte attiva perché Dick ne cita ampi passaggi), creando così una struttura a diversi livelli di realtà (meta-fiction). Un altro libro, l'I-ching orientale, libro “magico” che offre tutte le risposte e decide il destino di chi vi si affida, è evidentemente giustapposto al meccanico e calcolato disegno politico, tanto nell'ucronia quanto nella realtà. (Lo stesso Dick pare si sia affidato all'I-ching per completare la stesura del romanzo.)
Oppressione contro benessere, totalitarismo contro libertà: la quotidiana e spregevole realtà che rende gli uomini freddi e vuoti come macchine, contro la spiritualità e il sogno da cui l'uomo si lascia tentare. Questa è la morale onnipresente in Dick, che in La svastica sul sole emerge in tutta la sua caleidoscopica, frammentaria complessità.
Pagella: idee alla base *****;  sviluppo ****½ ;  consigliato *****



Parlando di uomini freddi e spietati come macchine, il libro successivo di Dick, scritto nel 1962 sebbene pubblicato molti anni dopo, sviluppa proprio questo concetto. Già il titolo è alquanto esplicito: L'androide Abramo Lincoln (ma in originale è We can build you, “Noi possiamo costruirti”). Nell'America del futuro prossimo vengono venduti e impiantati organi elettronici che rendono l'uomo sempre più simile a una macchina auto-modificabile. Louis ha una fabbrica che produce questi componenti ed è soddisfatto di come vanno le cose, finché il suo socio e sua figlia Pris, un'adolescente con problemi di schizofrenia, concepiscono e sviluppano il primo androide completo: la riproduzione di Edwin Stanton, ministro della guerra di Lincoln. L'essere è senziente e in grado di provare emozioni. Barrows, un imprenditore spietato, si interessa al progetto e sviluppa con il supporto di Pris il simulacro di Lincoln stesso.
Deumanizzare l'uomo e umanizzare la macchina: questo paradosso o contrapposizione è la chiave di lettura del romanzo, che dimostra in modo palese come Dick, in questa fase, sfrutti degli elementi fantascientifici per continuare a raccontare le relazioni umane. Da una parte vi è la difficoltà che i protagonisti affrontano per gestire gli androidi, dotati di raziocinio e umiltà, un'etica di stampo ottocentesco che Dick ritrae con toni di purezza. Molto più raziocinanti e umili delle loro controparti umane: la schizofrenia di Pris, la crudeltà di Barrows e l'ansia di Louis. Dick utilizza il termine simulacro, ben diverso da androide, per definire la “copia” artefatta di un essere umano completo. Dall'altra parte vi è la relazione tra Louis e Pris, ritratta in toni deliranti e sempre mutevoli come le tante altre relazioni al centro dei precedenti romanzi (mi ha ricordato In terra ostile). Passata la metà del libro ci si accorge che non sarà la vicenda dei simulacri a costituire il vero epilogo della storia: procedendo nei capitoli, Dick si concentra sempre di più sulla spirale di schizofrenia alla base del legame tra Louis e Pris. Al punto che, alla fine, mi è persino sorta la domanda: ma com'è finita, poi, con gli androidi? L'interesse e l'abilità di Dick si estendono molto al di là dei pretesti che utilizza. Al contrario della gran parte dei libri precedenti, L'androide Abramo Lincoln è scritto in prima persona e perciò gode di una sola prospettiva: questo contribuisce al senso di compattezza del romanzo e all'immedesimazione del lettore, essenziale per accedere al confronto emotivo uomo-simulacro che viene messo in scena.
Pagella: idee alla base *****;  sviluppo ***** ;  consigliato *****

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