18 novembre 2017

PHILIP K. DICK (PT.8): SIAMO NOI TERRESTRI I VERI ALIENI



Dopo alcuni mesi di pausa, riprendo la mia lettura dell'opera omnia cronologica di Philip K. Dick dal 1962, anno molto produttivo che segna un certo salto di qualità nella produzione di questo fondamentale autore americano della narrativa fantastica, umanistica e speculativa.
Romanzo denso come pochi altri, costruito sulle idee prima che sulla trama, Noi marziani (scritto nel 1962) è tra le pietre miliari di Dick e di tutta la fantascienza sociologica. Manfred è un bambino autistico e, dopo il suicidio del padre, finisce al centro delle attenzioni di Kott, uno dei capi della colonia terrestre su Marte. Kott crede che l'autismo sia una condizione dovuta all'esistenza in un tempo diverso, che isola l'individuo dagli altri (che vivono invece nel tempo comune). Riuscire a comunicare con Manfred significherebbe per Kott prevedere le mosse dei concorrenti, interessati alla speculazione edilizia su Marte. Nella colonia marziana si innescano passioni, rivalità e interessi tra vari personaggi e il romanzo si districa tra diversi punti di vista: Kott, Bohlen (il suo nemico), Jack (ingegnere figlio di Bohlen), lo stesso Manfred (che vive in un non-luogo dai tratti onirici dove tutto è decadente e prossimo alla fine).
Va detto subito che la colonia su Marte, nel suo essere un mondo chiuso e di frontiera, è in realtà un mondo speculare al nostro, terrestre e più che mai reale. Ha la stessa valenza simbolica delle cittadine dove si svolgono le storie di Stephen King (Derry, Castle Rock) o David Lynch (Twin Peaks). Se cancellassimo la parola “Marte” da questo romanzo (tra l'altro non ricorre neanche molto spesso), non cambierebbe nulla. Dick, in questa fase, realizza una letteratura ibrida tra la fantascienza (con cui riesce ad avere successo) e la narrativa mainstream (con cui esorcizza le sue ossessioni). Noi marziani, in questo senso, è un magnifico esempio di come sfruttare uno scenario accattivante e di genere per discutere di tematiche universali tipiche della narrativa umanistica.
Da cosa deriva il forte impatto di questo libro? Innanzitutto nella consueta, pungente critica alla società moderna. All'inizio della storia, il suicidio del padre di Manfred genera negli altri soltanto reazioni di fastidio e indisponenza per le sue conseguenze materiali sugli interessi altrui. Sempre all'inizio scopriamo che le risorse vitali, in particolare l'acqua, vengono monopolizzate generando disparità e conflitti d'interesse (è Kott a detenere il controllo delle risorse idriche, concedendole a suo piacimento). Dick non va tanto per il sottile nel ritrarre una comunità totalitaristica dove imperversa l'egoismo e il disprezzo, sebbene poi suggerisca (tramite la voce di un personaggio) che “forse possiamo imparare che c'è del buono in tutti, per male che agiscano”.
Dick dipinge un mondo dove la schizofrenia è comune quanto oggi lo è lo stress, ed è tenuta sotto controllo da farmaci (droghe) il cui uso viene così legittimato. La psicosi collettiva ha le sue radici negli ambienti urbani oppressivi. A un certo punto Jack, personaggio che soffre di questa malattia, trovandosi nella scuola di Manfred dice: “Questa Scuola Pubblica è stata costruita per presentare ai bambini nati qui un ambiente stabile […]. Penso che […] stiate allevando un'altra generazione di schizofrenici: discendenti di gente che, come me, sta cercando di adattarsi a questo nuovo pianeta […], in un ambiente che per loro non esiste.”

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La Scuola Pubblica ha insegnanti robotici, androidi con le sembianze di personaggi storici che insegnano ai bambini nozioni accademiche. Dick prende l'idea abbozzata in L'androide Abramo Lincoln e la fa “diventare grande”, la trasforma in realtà (in questo senso i due libri potrebbero essere parte dello stesso universo narrativo). Ma questa “meccanicità” è sintomatica: delegare l'istruzione e la crescita dei bambini, anche da un punto di vista morale, agli androidi suggerisce superficialità e disinteresse, ovvero la base per il pregiudizio e la discriminazione. Dick prosegue il discorso sulla disumanizzazione iniziato nei due romanzi precedenti La svastica sul sole (1961) e L'androide Abramo Lincoln (1962). La linea di demarcazione tra sani e folli, nella comunità di Noi marziani, è confusa, assurda, sfiora il razzismo (o persino il nazismo, i cui echi ricorrono sovente nelle opere mature di Dick). Jack, che si pone come uno dei folli, dice: “se un bambino non reagiva come voluto, allora lo si etichettava come autistico: vale a dire, orientato secondo un fattore soggettivo che sopraffava il suo senso della realtà oggettiva. E quel bambino […] andava allora in un altro tipo di scuola, fatta apposta per riabilitarlo. […] Non lo si poteva istruire: lo si poteva solo trattare come un malato.”
È ovviamente il caso di Manfred, un “diverso” trattato appunto come un malato e destinato a restare al margine per il volere della società. Le macchinazioni di Kott, per quanto egoistiche, confermeranno la teoria dell'autismo come una condizione di anomalia temporale, e ciò ridefinirà il ruolo di Manfred, il quale avrà la capacità di spostarsi nel tempo diventando così una figura fuori dall'ordinario (ma Dick non approfondisce questo ruolo messianico: lo farà nel romanzo seguente, Cronache del dopobomba). Se Manfred è il perno centrale del libro, anche sullo sfondo c'è almeno un elemento decisivo nella questione razzistica: i Bleekman, gli indigeni marziani trattati come schiavi, una fin troppo esplicita riproposizione della schiavitù dei neri che ha segnato la storia americana e mondiale (non a caso Bleekman suona come black man).
La spiegazione fantascientifica che giustifica i fatti narrati è la teoria del tempo rallentato, che rende gli schizofrenici dei precognitivi. Abbiamo qui altri due elementi che iniziano a ricorrere sempre più spesso in Dick: la precognizione e la comunicazione con esseri diversi (siano umani o androidi). Non manca nemmeno l'ossessione più ricorrente dell'autore: l'adulterio, qui commesso da Jack che, di fatto, potrebbe essere l'alter-ego di Dick all'interno del romanzo.
Pagella: idee alla base *****;  sviluppo ***** ;  consigliato *****

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