3 ottobre 2018

DON DELILLO: ZERO K (DELLA SOSPENSIONE ATEMPORALE)

https://www.amazon.it/Zero-K-Don-DeLillo/dp/8806235710/ref=as_sl_pc_as_ss_li_til?tag=malcolm07-21&linkCode=w00&linkId=a78556aad10b4ce83cc59e788f04574f&creativeASIN=8806235710

Non è facile parlare di Zero K, così come non è facile parlare del suo autore, Don DeLillo. Ad attrarmi, in questo suo lavoro più recente, era soprattutto l'argomento centrale del romanzo: come avrebbe trattato, DeLillo, un tema ai confini con la fantascienza? La conservazione criogenica del corpo in funzione del suo ritorno in vita in un futuro lontano, quando una scienza più evoluta avrà debellato le malattie degenerative.
La Convergence è un'agenzia che offre proprio questo servizio. A guidarla c'è Ross, la cui ex moglie, Artis, è ormai in fin di vita, pertanto decide di sottoporsi alla criogenia. Anche Ross è tentato di farlo, nel suo caso per libera scelta: in parte per godere in prima persona dell'incredibile opportunità che lui stesso ha contribuito a rendere possibile, in parte spinto dal sogno di rivere nel futuro insieme a una persona che ancora ama. Jeff, il figlio della coppia, assiste alle ultime ore di vita di Artis nei laboratori bianchi, glaciali e disumanizzanti della Convergence. Poi, tornato alla sua vita quotidiana, ne racconta dei frammenti fino a quando anche il padre prende la strada della criogenia.
Questa è l'unica trama offerta da Zero K, il cui titolo è un riferimento alla temperatura di congelamento (in gradi Kelvin) che sospende la vita. Il romanzo si costituisce delle osservazioni e dalle riflessioni di Jeff, Ross e Artis. Il primo, essendo il narratore, dà la voce alle opinioni dello stesso DeLillo (o almeno questa è l'impressione che se ne trae). Jeff dubita della scelta di Artis, che però riesce a comprendere, e poi di quella di Ross, che invece non ha alcuna giustificazione. Da subito Jeff si dimostra restio ad accettare questa nuova frontiera, perché cercando di vincere la morte essa finisce per disumanizzare la vita e il suo significato. E anche perché comporta, al fine della conservazione di ogni parte del corpo, un suicidio assistito e un'asportazione degli organi interni con una pratica che si rifà all'Antico Egitto, dove si ponevano gli organi nei vasi canopi, separati dal corpo. Proprio come gli Antichi Egizi, anche la Convergence tramite queste tecniche ambisce a raggiungere l'immortalità. 


La legittimità e la moralità dell'azione richiesta oggi, in nome dell'ipotetico sogno del domani, è fonte della costante riflessione di Jeff. Ma il suo personaggio, soprattutto nella seconda parte, sembra perdere l'orientamento nel suo tempo, incapace di distinguere ciò che è buono o necessario da ciò che non lo è, incapace di attribuire significato e valore alle azioni e dunque alla vita e al tempo.
“Le cose che la gente fa, di solito, cose dimenticabili (…). Voglio che questi gesti, questi momenti abbiano un significato, controllare il portafoglio, controllare le chiavi, qualcosa che ci tenga uniti, implicitamente (…). Questi sono gli effetti soporiferi della normalità, le mie giornate di ordinaria deriva.”
L'aspetto più enigmatico di Zero K è questo: al di sopra di una vicenda e di qualche riflessione (neanche tanto originale, a ben guardare) che potevano esaurirsi nella prima parte e persino condensati in meno pagine, DeLillo costruisce un cappello di ragionamenti e considerazioni che trasmettono irrequietezza, inquietudine, fragilità. Vi si trova un senso quando si realizza che la scrittura di DeLillo, un'assoluta sospensione atemporale scandita solo dai due momenti (le due parti) in cui si suddivide il romanzo, vuole trasmettere la stessa essenza, effimera e impalpabile, di quello che dovrebbe o potrebbe essere lo stato di simil-coscienza mantenuto dall'essere umano durante la criogenia, fuori dal tempo stesso e decisamente oltre le inezie che costituiscono la vita quotidiana.
Scendendo ancora più in profondità, in Zero K è presente anche una riflessione sulla tecnologia, sul mondo digitale che ridefinisce il contorno stesso dell’esistenza, della nostra vita quotidiana, dei nostri confini fisici, dal momento che viviamo un’esistenza parallela (e priva dei limiti imposti dal tempo) sotto forma di dati digitali. Sotto questo aspetto il romanzo si collega a Cosmopolis.
“I dispositivi che usate, quelli che portate ovunque, di stanza in stanza, di minuto in minuto, inesorabilmente. (…) Tutti gli impulsi decodificati ai quali affidate il compito di guidarvi. Tutti i sensori presenti in una stanza che vi guardano, vi ascoltano, tengono traccia delle vostre abitudini, misurano le vostre capacità. Tutti i dati interconnessi che hanno lo scopo di incorporarvi all’interno di megadati. C’è qualcosa che vi rende inquieti?”
Zero K non è un romanzo pesante: la lunghezza non eccessiva è equilibrata al suo contenuto e la narrazione in prima persona (Jeff) trasmette al lettore tutto l'apparato riflessivo senza scendere nel saggistico. DeLillo scrive delicatamente, talmente tanto che qualche critica mossa al libro sostiene che personaggi e vicenda siano privi di sostanza. È meditativo, questo sì, e limitato nell'azione e nei personaggi, ma alla fine avrei voluto leggere un'ulteriore parte del romanzo, simmetrica alla prima: il risveglio di Artis e Ross in un mondo che non appartiene a loro, ovvero la controparte speculare a quella di Jeff. Ma DeLillo non è autore del fantastico e immaginare questa continuazione, per quanto inevitabile sia nella mente del lettore (almeno della mia), probabilmente non è mai stato nelle sue intenzioni. 



Leggi anche:
DeLillo: Cosmopolis (non siamo più carne ma flussi di dati)
DeLillo e gli stilemi del postmodernismo
Robert Heinlein: La luna è una severa maestra (storia di una rivoluzione)

Nessun commento:

Posta un commento