4 agosto 2018

JG BALLARD: LA MOSTRA DELLE ATROCITÀ (INTERSEZIONI TRA REALTÀ E FINZIONE PT.1)



“Scrissi un romanzo intitolato Terra bruciata, dopo Il mondo sommerso. Era un romanzo su dei luoghi deserti. Mentre scrivevo mi accorgevo che stavo iniziando a esplorare la geometria di un genere di paesaggio del tutto astratto, e relazioni astratte tra i personaggi. Proseguii scrivendo un racconto, La spiaggia terminale, ambientato a Eniwetok, isola del Pacifico dove testarono la bomba H. Anche in quel caso mi accorsi che i protagonisti e gli eventi della storia erano molto astratti, persino paragonabili al cubismo. Isolavo certi aspetti dei personaggi e della narrazione, quasi come un investigatore scientifico che seziona una strana macchina per capire come funziona. Le mie nuove storie […] sono un ulteriore sviluppo.”
Ecco come James G. Ballard introduce le storie che costituiscono La mostra delle atrocità, dove lascia da parte tutto l'immaginario fantastico che costituiva il paesaggio dei suoi primi romanzi, per concentrarsi invece sul paesaggio tecnologico e mass-mediatico degli anni Sessanta. Un paesaggio dominato in modo particolare dalla televisione, che “percepisce il nostro comportamento ed è come un terzo occhio trapiantato in noi”, e più in generale dalla spettacolarizzazione della vita, gli status-symbol tra cui l'automobile, le star hollywoodiane (Elisabeth Taylor, Marilyn Monroe, i Kennedy, James Dean, nomi ricorrenti in La mostra delle atrocità), ma anche le tensioni politiche, la corsa allo spazio, eventi e morti tragiche.
Il clima psicologico degli anni Sessanta è qualcosa di inedito: “stavamo vivendo sempre di più all'interno di una strana, enorme opera di fiction”, spiega Ballard (nelle interviste raccolte in Extreme Metaphors), dove realtà e finzione “avevano iniziato a scambiarsi e l'unica cosa reale era la nostra mente. […] Credo che la chiave del libro sia l'assassinio di Kennedy a Dallas, che ritengo il più importante evento del decennio. […] Sono come la Casa degli Atreides del Ventesimo secolo. La loro storia rappresenta particolarmente bene il modo in cui, poco a poco, gli elementi di finzione presenti nella realtà quotidiana hanno finito per mascherare completamente i cosiddetti elementi reali. La stessa cosa succede in politica: le elezioni presidenziali americane sono nientemeno che lo scontro tra due sfere di fiction, come la collisione tra due galassie. La vita quotidiana obbedisce all'influenza delle immagini proiettate da giornali, televisione, insegne pubblicitarie, eccetera. Tutto ciò si ripercuote nel modo in cui la gente arreda le proprie case, si veste, e in tutto l'apparato di relazioni con gli altri”.


In questa visione ha un ruolo centrale il concetto di “spazio interno” (“inner space”) teorizzato da Ballard oltre dieci anni prima di comporre La mostra delle atrocità. “Molto di quello che una volta era lo spazio psicologico interiore alla mente di un individuo, le sue speranze, sogni e tutto il resto, è stato trasferito dall'interno dei nostri crani nell'apparato sensoriale artificiale rappresentato dal paesaggio dei media. […] E' l'ambiente stesso che sogna per loro. L'ambiente è il più grande apparato sensoriale e crea speranze e ambizioni individuali. Segni dell'attività cerebrale trasferiti dall'interno del cranio, dove stavano prima, al più grande spazio mentale costituito dal paesaggio globale della comunicazione”.
Tutto il libro si incentra sugli eventi che hanno costellato gli anni Sessanta: il suicidio di Marilyn Monroe, la guerra del Vietnam, l'apparizione di figure politiche come Ronald Reagan, la gigantesca esplosione dei mass media, il modo in cui la politica e le aziende pubblicitarie hanno cominciato a sfruttare il potere della televisione; poi il razzismo, la droga e la controcultura giovanile. La mostra delle atrocità non si ambienta in un luogo definito, sebbene l'ispirazione di Ballard sia senz'altro l'Inghilterra londinese nella quale vive, piuttosto in “un paesaggio che vediamo nella nostra mente, che ci portiamo con noi” e che potrebbe essere dovunque nel mondo civilizzato. Allo stesso modo, le storie hanno per protagonista tante varianti dello stesso nome e dello stesso uomo (Travis, Traven, Tallis, Talbot) che appare in ruoli e situazioni differenti allo scopo di esaminarne ogni aspetto della personalità.


Chi è quindi il protagonista? Da un lato è una figura ricorrente in Ballard, un uomo in crisi psicologica che, come altri suoi protagonisti, tenta di reinventare la realtà circostante per trarne un vero significato e nuovi codici di sopravvivenza. Dall'altro, però, in La mostra Ballard sceglie il suo protagonista più emblematico: Travis è uno psichiatra che soffre di un esaurimento nervoso e mentale. Gli anni Sessanta sembrano a tutti gli effetti un mondo nuovo nel quale la tv trasmette in diretta la guerra del Vietnam e la fucilazione di Lee Harvey Oswald. “C'era la sensazione che tutte le regole fossero cambiate, […] che il mondo fosse diventato una specie di folle istituto psichiatrico. Mentre scrivevo il libro, mi ha colpito che la figura che esprimeva meglio questa follia era quella di uno psichiatra che stava avendo una crisi psicologica”.
Lo psichiatra, in quanto medico, dovrebbe essere una figura di speranza e razionalità. Se lo psichiatra stesso è vittima di un collasso mentale, significa che le cose sono davvero precipitate. È questa la figura giusta per esprimere la realtà che circonda Ballard. I capitoli del libro sono degli “psicodrammi messi in scena da questo uomo infelice, che non ne può più, ciascuno basato su qualche evento significativo”, spiega. “Lui cerca di riformulare questi eventi tragici in modo che abbiano senso. […] Tutto, il mondo intero, per Traven è codificato, e tutto deve essere decifrato a livello psicologico. Allora, con un po' di fortuna, i pezzetti di realtà inizieranno a collegarsi in un modo che avrà senso. Quindi potrà vedere il suicidio di Marilyn Monroe (sempre che sia stato un suicidio) o l'assassinio di Kennedy non come eventi per forza negativi, bensì positivi.”


La mostra delle atrocità, così come il successivo Crash, è un “insieme di formule complicate nel quale i protagonisti sono ossessionati dal costruirsi piccoli meccanismi psicologici che generano nuove e inesplorate possibilità. Anche le cose più comuni, come l'angolo tra due mura, diventano una sorta di meccanismo psicologico, uno strumento per aprire verso altre possibilità”.
Questo bisogno nasce da un dramma personale, quello della perdita della moglie nel 1964 per una polmonite. “Anche quando il lutto era finito, uno o due anni dopo, avevo di fronte questo enorme dilemma: perché?” racconta Ballard. “Penso di aver utilizzato quella tragica morte come una sorta di modello da applicare alle più ampie tragedie di La mostra delle atrocità. Se Traven avesse potuto risolvere il mistero di Kennedy o della guerra in Vietnam o qualsiasi altra cosa, avrei potuto fare lo stesso per svelare il mistero della morte di mia moglie”.
Una delle prime conseguenze di un mondo dominato da tecnologia e comunicazione è la perdita dell'emotività, la morte del sentimento, e per contro l'emergere di nuove forme di rapporti sociali più marcatamente sessuali e violenti, ma legittimati perché parte di una sorta di evoluzione naturale della società tecnologica. “La violenza probabilmente giocherà lo stesso ruolo, negli anni Settanta e Ottanta, di quello che il sesso ha giocato negli anni Cinquanta e Sessanta”, sostiene Ballard all'epoca dell'uscita del libro”. L'elemento che più di ogni altro favorisce l'emersione di impulsi sessuali e aggressivi, almeno nell'epoca vissuta da Ballard in prima persona, è l'automobile (su cui poi incentrerà Crash, altro testo fondamentale). Nelle interviste Ballard racconta di aver tenuto una mostra d'auto incidentate negli stessi anni in cui scriveva le storie di La mostra delle atrocità, e la descrive in questo modo: “non ho mai visto un centinaio di persone ubriacarsi così in fretta. La cosa aveva a che fare con le auto lì presenti. C'era una ragazza in topless che intervistava le persone su una tv a circuito chiuso in modo che le persone potessero vedersi mentre venivano intervistate da questa ragazza in topless intorno alle auto incidentate. […] Hanno rovesciato vino sulle auto, rotto dei finestrini, la ragazza è stata quasi stuprata sul sedile di una Pontiac. La mostra è durata un mese. In quel periodo abbiamo fronteggiato ostilità di ogni genere. Le auto sono state attaccate, hanno rotto i parabrezza, anche quelli che non lo erano già. Una delle auto è stata capovolta, un'altra imbrattata di vernice bianca. Tutto ciò è stato una dimostrazione di una scena di La mostra delle atrocità. Nel libro avevo teorizzato il comportamento che la gente avrebbe potuto tenere. E nella mostra vera, gli ospiti e i visitatori si sono comportati all'incirca come avevo previsto”.


[Continua nella Pt.2]


Leggi anche

Nessun commento:

Posta un commento