3 ottobre 2012

FONTAINEBLEAU: LA MORTE PER INERZIA DA BALLARD A YOUNG


C'è un sublime romanzo di James G. Ballard, Cocaine Nights, che mette in scena con stile quasi teatrale il concetto di “vita inerte”. La Costa del Sol, prestigiosa località turistica mediterranea, vive scandita dal ritmo delle feste, dei circoli sportivi, della vita balneare, che tuttavia sono poco più che mera apparenza. In realtà tutto è noia per i suoi abitanti, che vanno spegnendosi come malati terminali, mentre tentano di elevarsi al di sopra del concetto di “tempo che passa”, quindi perseguendo una sorta di immortalità latente, restando immobili all'interno di case lussuose con le televisioni sempre accese, veri e propri santuari di fine millennio. Accade allora che un uomo decide di elettrizzare l'aria compiendo dei crimini e garantendosi l'approvazione di tutti quanti. L'interazione sociale ha preso una piega diversa, malsana ai nostri occhi, ma il protagonista del romanzo – che si trova suo malgrado coinvolto negli eventi – si trova costretto a soppesare le cause della “mutazione” di Costa del Sol, e a porsi la domanda: si può effettivamente giustificare una reazione radicale (come furti, spaccio di droga e omicidi) per scuotere una società pietrificata e senza futuro?
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In altre parole, la visione che Ballard ha del futuro della nostra specie è fatta per lo più di ozio e noia. I comfort e i desideri sono a portata di mano e di telecomando (e oggi anche di smartphone), perché quindi dovremmo alzarci dalla nostra comoda sedia sdraio? In nome di cosa? Sebbene Ballard abbia modulato questa visione secondo varie sfaccettature di romanzo in romanzo, Cocaine Nights ne dà forse la più limpida e agghiacciante.
Per Neil Young, musicista, il demone dell'inerzia si cela nell'artista: è ciò che lo conduce alla ripetizione di se stesso in nome del desiderio del pubblico, delle leggi del mercato, del declino dell'ispirazione. A questo Young risponde con l'inno “is better to burn out than to fade away” (“è meglio bruciare subito anziché svanire lentamente”) perché “rust never sleeps” (“la ruggine non dorme mai”) (la canzone è “My My Hey Hey”). Sebbene non sia affatto bruciato subito, ma stia producendo ancora oggi un'incredibile quantità di musica, Young ha dato riprova di questa ideologia durante la sua carriera, con i suoi spostamenti eclettici, imprevedibili, i suoi alti e i suoi bassi, il tutto perseguito soltanto in nome della "musa", dell'ispirazione del momento, della coerenza artistica solo con se stessi.
Più in generale il discorso va esteso sull'individuo (chiunque, artista o meno) che si adagia sui propri allori e si trasforma, consapevolmente, in una parodia di se stesso, producendo ipocrisie anziché verità. Non solo per mera pigrizia, ma cogliendone i frutti proibiti, come nel caso del musicista idealista che diventa una ricca superstar, arricchendosi su quegli stessi ideali di semplicità che proclama, una contraddizione sulla quale il mondo musicale ha sempre discusso e che riguarda qualsiasi celebrità.
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Nella canzone “Fountainebleau”, l'hotel è il simbolo di facile lusso e pigrizia, da cui Young rifugge: “C'è un palazzo della cuccagna / Che tiene duro e duro e duro […] Suppongo che il motivo per cui mi fa tanta paura / È che una volta mi ci fermai e quasi mi abituai / Me ne andai prima di esserne ubriaco / La gente stava affogando in se stessa / Fontainebleau, ero io quello?”
Va notato come Young e Ballard condividano in questo punto la medesima immagine: il luogo di vacanza lussuoso e ozioso (l'hotel nella canzone, la comunità turistica nel romanzo).
La canzone “Thrasher” usa un linguaggio visionario e metaforico per esprimere inerzia e pietrificazione: “Avevano la miglior scelta, sono stati avvelenati dalla protezione / Non c'era niente di cui avevano bisogno, nient'altro da trovare / Si sono persi in formazioni rocciose o diventando mutazioni di panchine del parco / Sui marciapiedi e nelle stazioni stavano aspettando, aspettando […] Il motel dei compagni perduti attende con la piscina riscaldata e il bar / Ma io non mi ci fermerò, ho già il mio filare da zappare / Solo un altro solco nel campo del tempo”.
In molte altre canzoni Neil Young ci parla del coraggio e dell'esigenza di cambiare seguendo soltanto le proprie inclinazioni. Anche versi più intimi come questi ribadiscono in realtà la sua posizione: “Non ho mai cercato di tagliare i ponti / Ma so di aver lasciato perdere alcune cose buone” (“One Of These Days”) e “La stessa cosa che ti fa vivere / Può ucciderti alla fine” (“From Hank To Hendrix”).
La “morte per inerzia” trapela da entrambi i due artisti: tanto in Ballard quanto in Young è una preoccupazione per la sorte dell'uomo, un declino assicurato, tanto come individuo quanto come civiltà.

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