7 marzo 2015

JOE HILL: LA VENDETTA DEL DIAVOLO (2010)



Horns (titolo originale che come sempre rende più giustizia della traduzione) è un romanzo che si rivela sorprendente. Non perché la trama sia un colpo di scena dopo l'altro, ma perché quello che sembra cominciare come un horror grottesco – che strizza l'occhio al gotico americano più classico – si trasforma via via in una grandiosa indagine sulla cattiveria umana. Quanto siamo capaci di cadere in basso, di essere ipocriti, di vedere il lato peggiore della gente? Persino di celare un delitto passionale? E quanto può lasciarci esterrefatti la verità se guardata da una prospettiva che, fino a un momento prima, non volevamo o non potevamo concederci? 
Questo è il secondo romanzo di Joe Hill, figlio di Stephen King, ma famoso già prima di rivelare l'ingombrante nome di famiglia. NOS4A2, suo romanzo recente, è un capolavoro degno di rivaleggiare con i romanzi del padre, ibrido di generi e soprattutto di elementi e sensazioni. Dopo averlo letto, mi aspettavo che La vendetta del diavolo fosse più di maniera, ma per fortuna sbagliavo. (Di maniera c'è solo il titolo italiano.)
Sì, il protagonista ha le corna, e non si sa perché le abbia. Sì, la gente intorno è forzata a dirgli tutta la verità e tirar fuori tutto il marcio che ha dentro. Un buon pretesto, classico nella narrativa fantastica, utile a dipingere dei personaggi e una storia trasversali a generi e facili morali. Appena iniziata la lettura entriamo subito in empatia e alla fine ci rendiamo conto che le stesse tragedie, impulsi e ipocrisie al centro del romanzo avvengono davvero intorno a noi, di continuo. Però in silenzio, dato che non capita mai che un diavolo cammini tra noi e scavi fino in fondo alla verità. Se nel mondo reale spesso vince il maligno e il subdolo, nel mondo di Joe Hill, sebbene non vi sia redenzione gratuita, le persone almeno fanno i conti con la nuda e cruda verità dell'animo umano in un conflitto comunque appagante.
Il Fedele Lettore kinghiano noterà anche una citazione a Derry, città-mostro teatro di numerose vicende raccontate da papà Steve. Dal canto suo, Joe Hill è capace di scrivere bene quanto suo padre, la sua narrativa è fluida, dosa le regole con equilibrio, ha un'originalità propria e sviluppa le idee in modo eccellente.

C'è un elemento interessante che ricorrerà anche in NOS4A2: l'elemento del paesaggio interiore che si esteriorizza, diventa luogo fisico, parte attiva della trama, generando quasi paradossi narrativi o meta-fiction. Il concetto viene utilizzato qua e là in modo più o meno esplicito. Nel primo l'episodio della "casa sull'albero della mente" il personaggio torna a un momento del passato e agisce influenzando se stesso. Le ragioni sono lasciate nel vago e il passaggio sembra più che altro obbedire a un'esigenza di climax. Scena, comunque, che mi ha fatto venire in mente quella del film Inland Empire di David Lynch quando i protagonisti guardano da una finestra se stessi, in una scena vissuta davvero giorni prima, scoprendo così che erano fuggiti da se stessi. Nel romanzo NOS4A2 si fa esplicito riferimento all'inscape; l'antagonista è capace di spostarsi in un mondo "altro", che rappresenta la proiezione fisica della sua indole malvagia (sorta di sadico villaggio di natale, luogo dove lui può intrappolare realmente i bambini che rapisce). L'inscape e concetti analoghi, spesso ricondotti ai riti del passaggio e del viaggio, percorrono anche tutta la narrativa di King.


 

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Joe Hill - The Fireman 

1 commento:

  1. Romanzo a dir poco geniale. Peccato che il film con Radcliffe non sia all'altezza e perbenizzi il tutto...

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