12 aprile 2014

KING: JOYLAND (2013), RITORNO ALLA MALINCONIA ESISTENZIALE


È già capitato che, dopo un romanzo importante e voluminoso – di quelli che rientrano a pieno titolo nella bibliografia più gradita ai Fedeli Lettori – Stephen King abbia dato alle stampe un libro più modesto, apparentemente di poche pretese, talvolta quasi uno “scherzo” di genere. Prima c'è stato Colorado Kid (2006), poi è la volta di Joyland, che viene tra i celebratissimi 22/11/63 e Doctor Sleep. Joyland è uscito negli USA per la Hard Case Crime, casa editrice specializzata in gialli e mistery vecchia maniera, che ha pubblicato il libro nel formato tascabile d'epoca, proprio com'era stato per Colorado Kid. Nel resto del mondo Joyland è uscito nel formato cartonato come tutti gli altri romanzi del Re (in Italia una bella edizione della Sperling & Kupfer). 
L'approccio al romanzo dovrebbe quindi essere del tipo “prendiamoci una pausa dal solito King e vediamo come ha deciso di divertirsi questa volta”, sapendo che probabilmente ci divertiremo pure noi. Lo stesso King ha spiegato di aver voluto addentrarsi nel giallo, una sua vecchia passione; di aver voluto seguire quella linea invisibile che conduce al colpevole pur senza ricondurre il tutto a uno schema preconfezionato (al finale e al colpevole, dice, c'è arrivato soltanto alla fine del libro).
Date le premesse (e ricordando vagamente il caso di Colorado Kid), ho approcciato Joyland con una certa leggerezza, ritenendolo in quanto libro minore. Dopo venti pagine, ero già di tutt'altro avviso. Come al solito King è capace di incollare alla pagina anche se butta giù la lista della spesa, ma questo lo sappiamo già. Non è per la maestria narrativa del suo autore che Joyland passa immediatamente al rango di romanzo kinghiano di tutto rispetto.
Il fatto è che contiene, nella loro versione sintetica e easy, quasi da adattamento cinematografico, molti dei temi che King è solito affrontare. Quegli elementi che sono i capisaldi della sua poetica, del suo stile, e che hanno fatto grandi le sue opere più celebri, da Misery a Cuori in Atlantide alla saga della Torre Nera. Sono tenui, così come tenue è la narrazione in prima persona del ragazzo protagonista, e tenue, in fondo, è il romanzo stesso nelle sue 350 pagine a caratteri grandi. Ma non è un libro minore e non è affatto uno scherzo di genere, perché se King voleva divertirsi con un giallo vecchia maniera, non è riuscito nell'intento. Joyland è puro King, inclassificabile se non con il termine “fantastico”.
Gli slogan pubblicitari del romanzo parlavano di un fantasma che infesta la giostra di un luna park. È falso! È la solita pubblicità che rimesta ancora nell'etichetta “Re dell'Horror”, che oramai fa più danno che altro. Senza voler spoilerare nulla, vi dirò che il fantasma non si vede, cioè nel libro non appare: è appena menzionato da un personaggio secondario in una scena che non viene neppure descritta. C'è invece l'omicidio nel passato, ed è questo il filo che porta avanti la narrazione, dal momento che Jonesy, il protagonista, si ritrova coinvolto.

King non ha voluto versioni ebook o audiolibro per Joyland
Jonesy ci racconta di un anno di tristezza adolescenziale (pene d'amore) e di una surreale ma fondamentale esperienza di vita al parco di divertimenti di Joyland. Nella narrazione troviamo lo stesso sense of wonder che caratterizza Cuori in Atlantide e Il Miglio Verde, anch'essi ambientati in un'altra epoca (qui siamo negli anni 70) dove tutto, cose belle o brutte che siano, è cosparso di una sorta di polverina dorata. Ritroviamo l'atmosfera incantata (e infestata) di luoghi geograficamente potenti, come in Mucchio d'Ossa. Ritroviamo l'accenno a poteri fuori dall'ordinario: un bambino paraplegico dotato di una lieve precognizione e della capacità di comunicare con altre realtà. Il personaggio però è secondario: il lettore vede tutto dagli occhi di Jonesy, che a un certo punto sarà nei guai. “Molto più lieve di altri personaggi di cui ho scritto” dice King a proposito del potere del bambino, il quale tuttavia lancia un messaggio che i Fedeli Lettori comprendono bene: “Ci sono altri mondi oltre a questo, non dimentichiamolo mai”.
E troviamo naturalmente la follia, la violenza, l'omicidio, l'ipocrisia, ma sempre in personaggi comparsa o solo menzionati. C'è un lato del mondo che è peccatore e perduto, barricato dietro false religioni, o meglio religioni falsamente distorte. E c'è il fare i conti con la morte, la perdita, il mistero dell'aldilà e il disperato bisogno di risposte – che King non ha la presunzione di dare o suggerire, ci lascia soltanto degli indizi che ci danno la possibilità di credere a ciò cui normalmente non crederemmo. La disperazione di un giovane abbandonato dai suoi simili, nel pieno dell'età in cui si diventa grandi, che si pone le domande di carattere esistenziale (come tutti quanti abbiamo fatto): questo è il cuore di Joyland.
Pertanto, ciò che resta alla fine non è la soddisfazione di aver trovato il colpevole di un omicidio. Posso dire che non me n'è fregato quasi nulla di quella parte, in confronto al resto, alla ricchezza degli spunti offerti dalla scrittura. Un libro minore? Non è proprio l'impressione che ne ho tratto una volta terminato. Un divertissment di genere? Per niente! È solo un libro “lieve”, dritto, una sceneggiatura che sintetizza quanto già ampiamente esplorato in grandi epopee precedenti. Un buon modo, persino, per conoscere King la prima volta, lui e tutte le “salse” che è in grado di combinare.

(Update 20.12.15)

Retrospettiva King:
22/11/63: c'è sempre una porta da varcare

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