7 marzo 2015

JOE HILL: LA VENDETTA DEL DIAVOLO



Horns (titolo originale che come sempre rende più giustizia della traduzione) è un romanzo che si rivela pieno di sorprese, a dirla tutta può lasciare esterrefatti. Non perché la trama sia un colpo di scena dopo l'altro, bensì perché quello che sembra cominciare come un horror grottesco – che strizza l'occhio al gotico americano più classico – si trasforma via via in una grandiosa indagine sulla cattiveria umana. Quanto siamo capaci di cadere in basso, di essere ipocriti, di vedere il lato peggiore della gente? O di celare un delitto passionale? E quanto può essere inaspettata la verità se la vediamo da una prospettiva che, fino a un momento fa, non volevamo o non potevamo concederci? 
Questo è il secondo romanzo di Joe Hill, figlio di Stephen King ma famoso non per questo (ha rivelato la sua identità di recente). Sto leggendo i suoi tre romanzi ad oggi, più una raccolta di racconti, in senso inverso. NOS4A2, il più recente, è un capolavoro degno di rivaleggiare con i romanzi del padre, ibrido di generi e soprattutto di elementi e sensazioni.

Mi aspettavo che La vendetta del diavolo fosse più di maniera, ma mi sbagliavo – di maniera c'è solo il titolo italiano. Sì, il protagonista ha le corna, e non si sa perché le abbia, e la gente che gli sta intorno è spinta a dirgli tutta la verità, e tirar fuori tutto il marcio che ha dentro. Il tipico pretesto utilizzato dalla narrativa fantastica per dipingere dei personaggi e una storia trasversali a generi e facili morali. Entriamo subito in empatia, leggendolo, e alla fine ci rendiamo conto che tragedie, impulsi e ipocrisie come quella al centro del romanzo avvengono davvero, di continuo e in silenzio - dato che di solito non c'è un diavolo che cammina tra noi capace di scavare fino in fondo alla verità. Se nel mondo reale spesso vince il maligno, l'ipocrisia, il subdolo, nel mondo di Joe Hill, sebbene non vi sia redenzione gratuita, le persone almeno fanno i conti con la nuda e cruda verità dell'animo umano. 
Il Fedele Lettore kinghiano noterà anche una citazione a Derry, città-mostro teatro di numerose vicende raccontate da zio Steve. Dal canto suo, Joe Hill è capace di scrivere quanto suo padre, la sua narrativa è fluida, dosa le regole con equilibrio, ha un'originalità propria e sviluppa idee, come in questo caso, in modo eccellente. 
Anche qui ho notato l'elemento del paesaggio interiore che si esteriorizza, diventa luogo fisico, parte della trama, generando paradossi narrativi. Il cinema di David Lynch ne è un esempio palese; in Horns e nel successivo NOS4A2 ci sono momenti in cui questo concetto viene utilizzato in modo più o meno esplicito. Nel primo l'episodio della "casa sull'albero della mente" (il personaggio torna a un momento del passato e agisce influenzando se stesso), anche se viene lasciata nel vago la ragione e il passaggio sembra più che altro obbedire a un'esigenza di climax. Scena, comunque, che mi ha fatto venire in mente quella del film di Lynch Inland Empire dove i protagonisti guardano da una finestra se stessi, in una scena già vissuta pochi giorni prima, scoprendo che erano fuggiti da se stessi. Nel romanzo NOS4A2 si fa esplicito riferimento all'inscape; l'antagonista è capace di spostarsi in un mondo "altro", che rappresenta la proiezione fisica della sua indole malsana (una sorta di sadico villaggio di natale, un luogo reale dove lui può intrappolare i bambini che rapisce). Quest'ultimo, sottoforma del rito del passaggio o del viaggio, percorre anche tutta la narrativa di King.


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1 commento:

  1. Romanzo a dir poco geniale. Peccato che il film con Radcliffe non sia all'altezza e perbenizzi il tutto...

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