18 marzo 2011

E ALLORA COSA CI HANNO DATO 20 ANNI DI PEARL JAM?

[Update 29.6.2012]
Questa mia carrellata attraverso gli episodi discografici dei primi 20 anni dei Pearl Jam è servita (a me, e spero anche a voi) innanzitutto per fissare le mie impressioni sulla loro evoluzione, per sottolineare l'evidenza di tale evoluzione (e controbattere a tesi contrarie che mi è capitato di incontrare), secondariamente per riassumere il bagaglio di rarità sparse qui e là, e infine – come tesi conclusiva – per ribadire che i Pearl Jam, a mio parere, sono l'ultima Rock Band in circolazione. I loro 20 anni, quindi, hanno ottime ragioni per essere festeggiati.
Ho voluto tracciare, mediante commenti sintetici, un disegno generale. Tuttavia non ho detto tutto quello che vorrei, non sono sceso in dettaglio nella questione: cosa rappresenta la musica dei Pearl Jam? E' una domanda che tende a sorgere spontaneamente quando si parla di una band “recente” (cioè successiva agli anni 70 e 80).

Va detto per prima cosa che i Pearl Jam hanno sempre rivelato di reputare un valore assoluto alla musica, di averne a cuore il futuro, e dunque di prendere esempio da mentori come Neil Young e Pete Townshend piuttosto che da Kurt Cobain. E parallelamente, di prendere subito le dovute distanze dai killer della musica come MTV e dallo scenario generale dei primi anni 90 che vedeva i grandi nomi venduti agli spot pubblicitari. La prima chiave di interpretazione dei Pearl Jam sta qui: nell'estetica di una Rock Band come non se ne vedevano da tempo (anzi: con un valore e un'onestà aggiunte proprio per via dei nuovi tempi). Nati nel contesto del “nuovo rock” che fermentava a Seattle, sono presto usciti dalla sua ombra e, ad oggi, sono i soli a essere ancora qui.
Quindi cosa contiene la loro musica? Ecco la seconda chiave.
Musicalmente, il timbro dei Pearl Jam è a cavallo, da una parte, tra hard rock e rock cantautoriale anni 70, e dall'altra, grunge e art-rock contemporaneo. Estremamente ibrido e variabile di canzone in canzone, con ballads accostate a brani furiosi – sebbene non siano mai gratuitamente furiosi – il gruppo ha codificato uno stile che è andato arricchendosi. Liricamente, non solo Eddie Vedder è cresciuto rispetto alle prime composizioni, ma soprattutto i PJ sono passati a una scrittura di gruppo di armonia invidiabile. Il cambiamento drastico avviene con No Code. Lo sguardo di Vedder, inizialmente portavoce di un preciso contesto, che su Ten tracciava immagini cupe di ragazzi problematici, si è rapidamente spostato con naturalezza ed intelligenza. Ribellione e resistenza si sono elevate a osservazioni universali e sempre ben dosate, vedi Binaural e Pearl Jam. Già da Vitalogy, inoltre, Vedder ha messo bene in chiaro i suoi punti di vista, ciò che ritiene malattia sociale, ciò che odia e ciò a cui ambisce, con la coscienza del suo ruolo di rockstar.

Sempre molto attenti all'universo interiore, il songwriting di Vedder e degli altri è quasi sempre un abbinamento di versi che esplicano chiaramente il significato della canzone e di altri che, almeno a noi, sono un po' criptici, fatti di immagini personali che contribuiscono al colore della canzone. La loro musica è perciò a livelli, ma è sempre umanamente interessante a prescindere dal tema.
Insomma non è facile liquidarli all'interno di un genere o di una ripetitività tematica, sarebbe ipocrita, tanto quanto non riconoscere la naturale crescita di una band che ha preso la musica sul serio. Io penso sempre che i Pearl Jam abbiano qualcosa in comune con tutto, al contempo distinguendosi da tutto. Esempio, vedo quant'è diversa la scrittura tra Neil Young e Nick Cave, e mi viene da pensare che i Pearl Jam stiano nel mezzo. Sono sempre nel mezzo. Probabilmente il loro stile “corale” fa da giusto commento all'epoca in cui hanno fatto carriera, dove un mix estetico – di buon gusto – era l'unica cosa che potesse avere peso.
Poi, l'importanza di un testo scritto da Vedder in confronto a un testo di Jim Morrison o di Neil Young, è uno di quei paragoni piuttosto idioti in cui si cade troppo spesso, come quando si paragonano i dischi nuovi con le vecchie pietre miliari. Tale valore può essere oggettivo? Sappiamo che il valore “storico” o “artistico” di un gruppo non è più dettato dal riscontro di mercato. Business, immagine, lo stesso concetto di importanza... tutto ciò è discutibile all'infinito. Ma la trasparenza e l'atteggiamento dei Pearl Jam devono essere considerati per fare due conti e rendersi conto del loro peso sugli ultimi vent'anni. Un peso che non è stato certamente dettato da tutti quegli affari – che nulla c'entrano con la musica – per assicurare un certo numero di copie distribuite, le copertine dei magazine, eccetera. E se all'inizio Ten poteva rappresentare un fenomeno sociale e musicofilo, con conseguenti mode di mercato, sappiamo anche che dopo Vitalogy potevamo non sentire più parlare dei Pearl Jam. Il fatto è che hanno gli zoccoli duri (e la testa dura) proprio come i loro mentori. Dunque tanto di cappello.
Per approfondire l'aspetto storico e musicale del gruppo, vi rimando a tre libri utili. “Le canzoni dei Pearl Jam” di Giulio Nannini (Editori Riuniti) con i testi commentati fino al 2000, e “Pearl Jam Evolution” (Chinaski) scritto dai curatori del sito www.pearljamonline.it (anche se non l'ho ancora letto, sicuramente la fonte fondamentale). Per un ampio raggio sul panorama musicale americano, la solita Bibbia che raccomando: “Blues, Jazz, Rock, Pop” di Ernesto Assante e Gino Castaldo (Einaudi).


Leggi anche:
Un disco live? Il caso Pearl Jam
Into The Wild & Backspacer
No Code
Vitalogy & Merkin Ball
Vs.
Ten

2 commenti:

  1. ottima analisi; aggiungerei che sono l'ultima band rock vecchia maniera insieme ai Rem.

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  2. condivido in pieno: the last rock band in town!

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