20 ottobre 2013

PEARL JAM '13: LIGHTNING BOLT


Se con Backspacer la avevo considerata un abbaglio, con Lightning Bolt devo purtroppo ammettere che la tendenza discendente dei Pearl Jam è iniziata, e duramente anche. Prendiamo i singoli degli ultimi tre album (in 7 anni) e mettiamoli a confronto: “World Wide Suicide” eccellente (dall'omonimo disco del 2006, l'ultimo capolavoro), “The Fixer” passabile (da Backspacer, 2009), “Mind Your Manners” indecente (da Lightning Bolt). Il nuovo album dei Pearl Jam arriva dopo 4 anni e purtroppo ripete, o peggio supera, il mezzo fallimento del precedente. Non perché la band non sia più in gamba o Vedder non ci regali emozione, ma perché scarseggiano idee ed atmosfere. Proprio come Backspacer, l'album parte con brani più che dimenticabili, tre rock insipidi o addirittura irritanti, e una ballad banale, roba che potrei ascoltare da qualunque altra band di passaggio su MTV. Da “Getaway” a “Sirens” non c'è niente che invogli a metter su Lightning Bolt piuttosto che uno qualsiasi dei vecchi album.
Fortunatamente il fallimento è solo mezzo, perché poi appaiono alcuni numeri decisamente migliori. “Lightning Bolt” (unica title-track della storia della band) ricorda “The Fixer”: non è niente di nuovissimo ma lo stile PJ confeziona bene la canzone, con una serie di cambi interessanti. Il meglio arriva al centro dell'album: già dal primo ascolto sono due i brani che rimangono impressi, e che non avrebbero sfigurato in dischi del passato: “Infallible” e “Pendulum”, che ribadiscono – in caso ce ne fosse bisogno – che è la creatività musicale di Stone Gossard e Jeff Ament a trainare i PJ. “Pendulum” in realtà era stata portata in studio già per Backspacer. Si prosegue con due pezzi che, nuovamente, non hanno grande impatto ma si assestano bene nella continuity della band, in particolare “Let The Records Play” un ritmico rock-blues anni '70 firmato da Vedder.
La serie di brani in chiusura fa da controparte all'apertura: quella era “cattiva” e bruttina, questa è acustica e bellina, ma entrambe sono francamente inutili. “Sleeping By Myself” è la frizzante rilettura della band del pezzo di Vedder apparso in Ukulele Songs. “Yellow Moon” è la migliore delle tre, un'ottima confezione per una canzone che è sfacciatamente un omaggio a Neil Young (a cui, tra l'altro, l'intero album è dedicato) e alla storica “Helpless”. Infine “Future Days” è uno di quegli inni a firma Vedder che stanno bene in chiusura, e va preso così com'è, né più né meno. Non c'è una hidden track.
Ci troviamo di fronte a un album che non vale assolutamente l'attesa di 4 anni, alla stregua del precedente, privo della “brezza oceanica” che caratterizzava la parte migliore di Backspacer, ma con almeno due canzoni di più alto livello. Gli altri sono brani che scorrono piacevoli e già sentiti – come quando si ascolta la radio senza pretese. Poi ce n'è qualcuno – concedetemi almeno “Mind Your Manners” – che si salta a piè pari. Facendo un collage tra le parti migliori di Lightning Bolt e di Backspacer, ne uscirebbe un album buono al livello di Yeld.


Out-takes.
Una parte dei brani di Lightning Bolt è stata registrata la prima volta nel 2011. Dovrebbero essere: “Sleeping By Myself”, “Pendulum”, “Sirens”, “Infallible”, “Swallowed Hole”, “Yellow Moon” e “Olé”, questa diffusa poi sul sito ufficiale (vedi Pearl Jam Twenty).
Vere out-takes al momento non sono conosciute, ad esclusione delle demo che i diversi componenti della band hanno inizialmente portato per estrarre le canzoni da incidere.
L'Xmas Single 2012 contiene due take live di “All Night” e “Moonlight” (vedi Lost Dogs).
 

Leggi anche:
No Code
Vitalogy & Merkin Ball
Vs.
Ten

Nessun commento:

Posta un commento