15 maggio 2016

KING: IL BAZAR DEI BRUTTI SOGNI (2015), CONSOLIDARE LA TRADIZIONE SENZA SMETTERE DI SORPRENDERE


Dopo la ricca e diversificata produzione di romanzi dell'ultimo decennio, Il bazar dei brutti sogni raccoglie una ventina di racconti brevi scritti in anni recenti (in molti casi pubblicati su riviste) ed è la prima antologia di questo tipo dopo Tutto è fatidico del 2002.
Che King abbia sempre brillato per i romanzi non è un segreto, tuttavia abbiamo assistito a una piacevole evoluzione della sua narrativa breve: è nata affondando le radici nell'horror (raccolte come Scheletri, A volte ritornano e Incubi e deliri) per poi trasformarsi in una narrativa che mescola e scherza con i generi ma che rimane, nella sua sostanza, narrativa contemporanea senza genere (Tutto è fatidico e il presente Bazar). E anche i racconti che ancora insistono con le fascinazioni gotiche (per esempio “La Duna” e “Il bambino cattivo”) hanno una pienezza e uno spessore soprattutto nei personaggi (un vero e proprio trademark kinghiano), che il risvolto horror diventa più che altro un modo sagace e divertente per mettere la parola fine al racconto prima che la narrazione prosegua e prenda ancor più vita divenendo un romanzo. Racconti del genere sono qualitativamente alti e neanche paragonabili alla maggior parte di quelli della prima fase kinghiana.
Un altro esempio: in “Io seppellisco i vivi” il mix tra la narrativa contemporanea (prendiamo il protagonista, uno scapestrato giornalista che scrive per una webzine irriverente) e l'elemento fantastico (quello che scrive diventa realtà, un'idea tutt'altro che nuova se presa in se stessa) raggiunge la perfezione. Dimostrando ancora che dalle dita di King nascono magie, che oggi King è capace di far crescere piante miracolose su qualsiasi terreno, forte delle regole strutturali del racconto. Ne parla anche nelle sue illuminanti prefazioni: li ha sempre adorati e li adorerà sempre, sia come lettore che come scrittore. Per non parlare del tocco di classe di aprire ogni racconto con una breve introduzione dove racconta un pezzetto di se stesso che ha a che vedere con quanto ha scritto.
In Bazar ci sono almeno un paio di momenti dove il racconto è poco più che una scusa per esporre una riflessione tratta da fatti reali (“Herman Wouk è ancora vivo” che si basa su un fatto di cronaca, “Quell'autobus è un altro mondo” che si basa su un fatto personale). I racconti che ne risultano sono quindi intimi, effimeri, e non in senso negativo, anzi: sono come dei sospiri o delle confidenze che l'autore tenta di farci.
C'è poi un episodio importante di maggior peso, intitolato “Ur”, con il quale King colloca un altro, piccolo tassello del suo mosaico più grande, il continuum costituito dall'epopea della Torre Nera e delle storie (distribuite in innumerevoli altri libri) che vi si collegano lateralmente. “Ur” è un racconto affascinante anche per altre ragioni: facendo parlare i personaggi, King esprime il suo parere (conflittuale) come lettore e scrittore sugli ebook (al centro del racconto c'è un Kindle... sebbene molto particolare); discute quindi dell'aspetto più contemporaneo della letteratura, tematica questa che emerge spesso tra le righe di King (dal classico Shining fino all'ultimo romanzo Chi perde paga). Oltre a ciò, a mio parere è una di quelle storie magiche, capaci di evocare visioni e speculazioni, che solo King può e sa scrivere in questo modo. Non le molli dalla prima all'ultima pagina e vorresti che continuassero ancora e ancora.


Un altro racconto interessante è “Miglio 81”, in apertura, che pesca da quella narrativa fantastica e densa di mistero resa grande da King (e che ha reso King grande), con un “mostro” preso a piè pari da Buick 8 ancor più che da Christine. Non un capolavoro ma di certo uno di quelli da leggere assolutamente e che rientrano a pieno titolo in una raccolta come questa.
Al contrario, alcuni altri momenti affossano un tantino il livello medio (ed è per questo che, nel complesso, Bazar non mi ha colpito quanto Tutto è fatidico, ancora la miglior raccolta di racconti brevi di King secondo il mio umile parere). Vuoi per la traduzione italiana che annulla la metrica originale, vuoi perché King non è decisamente un poeta (come dice candidamente lui stesso), ho trovato i due poemi “La chiesa d'ossa” e “Tommy” davvero indigesti. Anche un paio di racconti (“Premium Harmony”, “Fuochi d'artificio ubriachi”) non sono all'altezza del resto della raccolta.
Tra gli altri, c'è un racconto che si incentra sul baseball intitolato “Blocco Billy”, uno vicino all'horror lovecraftiano intitolato “Il piccolo dio verde del dolore” e un paio che si assestano sul thriller intitolati “Moralità” e “Giù di corda”.
Difficile ottenere un quadro d'unione uniforme su una raccolta di racconti, è ovvio: qui più che mai a vincere è il gusto e la sensibilità personale del lettore, che apprezzerà più il King umanista o più il King fantastico e gotico. Ma è decisamente un buon libro di racconti, su un altro pianeta rispetto alla produzione d'inizio carriera, che pesca in un vasto lago di stimoli, idee, concetti e pretese. A tratti sorprende, a tratti consolida (la tradizione kinghiana): proprio quello che ci si aspetta se si conosce King per lo scrittore che realmente è. E proprio a questo proposito, per concludere sono obbligato a citare il momento più divertente di Bazar: la prefazione a un racconto dove King rivela di aver incontrato, un giorno al supermarket, una signora anziana che lo ha riconosciuto e gli ha detto: “La conosco. Lei è Stephen King. Scrive storie del brivido. D'accordo, alcuni la adorano, ma io non sono tra quelli. A me piace la roba edificante, come Le ali della libertà.”
E King (immagino con un sorrisetto bastardo) ha risposto all'attonita signora: “Be', ho scritto io il racconto originale.”

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