29 gennaio 2017

KEROUAC: BIG SUR



Nella fase tarda della produzione di Jack Kerouac, quella che segue progressivamente la sua decadenza come uomo e scrittore, Big Sur è l'opera più nota, sicuramente la migliore e comunque una delle più importanti in generale. Mai come in questo libro Kerouac sfrutta il paesaggio naturale per descrivere il suo stato d'animo: concepisce la natura come estensione di se stesso. E l'esercizio è (per fortuna) così ben riuscito da guadagnarsi un posto d'onore tra le opere più rappresentative della narrativa americana a tema wilderness, ovvero la relazione tra l'uomo e la natura, che riveste un ruolo sostanziale nelle arti (non solo letterarie) del Nuovo Mondo sin dal tempo della sua colonizzazione.
Il Kerouac di Big Sur è intriso di dubbio, comprensione, sofferenza e serenità: un inno alla contraddizione e alla ricerca, probabilmente. È anche ricco di magia, almeno per chi legge. Gli spaccati della vita a San Francisco si intervallano alle lunghe giornate trascorse nella baita di Big Sur. Jack è diviso, come è sempre stato, in due metà: quella che ambisce alla catarsi naturale e quella che vuole cedere ai vizi della vita metropolitana. A rendere il pensiero narrato così interessante, fluido, intimo, privo di quell'aneddotica presente in molti altri testi, è la consapevolezza che la natura sia il riflesso della mente. Una consapevolezza autentica, che sfiora la serenità, che deriva dal recente abbandono del credo buddhista e, di conseguenza, dalla ricerca impellente di una nuova fede, questa volta del tutto personale. Jack cerca le risposte esistenziali nella natura (ma anche, quando racconta delle serate mondane, nell'alcol). È il coronamento del discorso che ha iniziato in Angeli della desolazione, e si chiude con una poesia, Oceano, in cui Jack tenta di mettere per iscritto i suoni del Pacifico. La fede e l'iconografia rivolta alla natura hanno reso Big Sur anche un punto di riferimento letterario nella cultura hippie, di cui è stato precursore sotto molti aspetti.


Il momento in cui Big Sur nasce rispecchia il dualismo di cui è intriso. Intrappolato nel malessere psico-fisico ad alto consumo di alcol da cui non riuscirà mai più a uscire, nell'estate del 1960 Jack è a Long Island, New York, e la sua vita si snoda tra i bar e la casa della madre, con cui vive. La sua crescente carriera di scrittore (dopo Sulla strada i suoi libri, anche quelli scritti prima, vengono pubblicati regolarmente, sebbene snobbati da molta critica) anziché essere il coronamento di un sogno, è una lama a doppio taglio: per Jack è impossibile scendere a patti con la fama, tanto meno con l'immagine di hipster e icona controculturale che gli è stata affibbiata. Un giorno, Lawrence Ferlinghetti (scrittore e fondatore di City Lights, il principale editore di narrativa Beat tutt'ora esistente) gli propone di alloggiare per un po' nella sua baita alla baia di Big Sur, in California, e Jack accetta. Raggiunge Ferlighetti a San Francisco e, dopo qualche serata mondana, si trasferisce alla baita. La solitudine lo spaventa già dopo due sole settimane: Jack ritorna a San Francisco e riprende a bere. Nel frattempo incontra tutto il gruppo di poeti Beat di San Francisco, tra cui Ginsberg e Snyder, ma anche Neal Cassady che non rivede dai giorni di Sulla strada: è proprio la pesante eredità di quella pubblicazione a far star male Jack, che rimpiange persino il ritratto che ha fatto di Neal. Il gruppo si trasferisce per trascorrere un weekend alla baita, poi Jack continua a frequentare la scena di San Francisco per qualche giorno fino a che decide di tornare a Big Sur, da solo, cercando di trascorrere un periodo di equilibrio e tranquillità. Ci resta fino alla fine dell'estate, e per la fine settembre rientra a New York.
Nonostante l'esperienza vissuta nell'estate del 1960, il romanzo resta soltanto un'idea che Jack ha in mente ma che non riesce a partorire per un altro anno, trascorso tra Long Island, la Florida (in cui si trasferisce con la madre) e, in estate, Città del Messico (dove conclude Angeli della desolazione). Di ritorno in Florida in settembre, Jack scrive finalmente Big Sur, secondo la leggenda anche questa volta in una decina di giorni su un rotolo di carta. Oceano, inserita in chiusura, è l'unica composizione originariamente scritta da Jack nel momento in cui si trova a Big Sur (a parte questo e i diari, pare che Jack nelle prime due settimane abbia lavorato solo ai taccuini di Libro dei sogni).
Come ho spiegato parlando di Angeli, le ultime opere davvero significative di Kerouac, situate a cavallo tra gli anni 50 e 60, rappresentano un percorso di crescita, apice e declino, e questa sensazione è evidente sia che si leggano secondo l'ordine degli eventi descritti, sia in quello di scrittura. L'entusiasmo di Jack procede in senso discendente: dalla sicurezza del credo buddhista che trapela in I vagabondi del Dharma, torna a rimettere in discussione ogni aspetto della sua esistenza in Big Sur, passando per tutte le incertezze e i ripensamenti di Angeli della desolazione.
  • Vagabondi: eventi settembre 1955 – primavera 1956 // scritto novembre 1957
  • Angeli: eventi estate 1956 (pt.I) – 1957-60 (pt.II) // scritto estate 1956 (pt.I) – estate 1961 (pt.II)
  • Big Sur: eventi estate 1960 – scritto settembre 1961
Big Sur purtroppo si colloca all'inizio della parabola discendente tanto della vita quanto della produzione di Kerouac, una crisi creativa peggiorata da difficili situazioni famigliari, che Jack sceglie fatalmente di curare con l'alcol anziché in altro modo.

La casa di Ferlinghetti dove alloggia Jack
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